"Urime Pavarësia"

“URIME PAVARЁSIA” è scritto ovunque nelle città e nei villaggi albanesi. “Felice indipendenza”, sulle auto, sulle porte dei negozi, sugli striscioni stampati nelle serigrafie e in quelli fatti a mano su strisce di lenzuola. UCK, il nome del movimento armato simile ai nostri “partigiani” che prima, durante e dopo la guerra ha combattuto per la difesa del territorio (restituendo ai serbi le violenze subìte) è presente sugli striscioni, nominato negli slogan, scritto sui muri, insieme ai ringraziamenti alla NATO. Bandiere USA stelle e strisce e bandiere Albanesi rosse con l’aquila nera a due teste si perdono tra i palazzi e nelle vie, con le gigantografie di Bill Clinton e di Ibrahim Rugova sorridenti. É il 17 Febbraio 2008, giorno in cui il Kossovo ha proclamato la propria dichiarazione di indipendenza, per gli albanesi questo è il giorno più bello, se non della loro vita almeno degli ultimi anni. 

 Gli albanesi sono il 90% dei 2 milioni di abitanti del Kossovo, il 5% sono serbi, il restante è costituito dalle altre minoranze: Bosniaci, Rom, Croati, Egiziani, Ashkali, Gorani, Turchi. Oltre i Serbi anche le altre minoranze restano un po’ in attesa in quanto la loro posizione generalmente neutrale durante il conflitto a volte li ha portati ad essere benvoluti da entrambe le parti, altre li ha portati a subire dagli uni e dagli altri.

Resta il fatto che nel giorno dell’autoproclamata indipendenza almeno il 90% della popolazione ha festeggiato con fuochi d’artificio, cortei a piedi e di auto, clacson, colori, bandiere, palchi con musica, discorsi di buon auspicio. A Pristhinë-Priština una pasticceria ha offerto una torta di 400metri quadrati, a Peja-Peć la birreria della città ha distribuito gratuitamente birra (alcolica) ai festeggianti. Gli albanesi sono nella quasi totalità musulmani, ma osservano la loro religione con meno rigidità di quanto siamo abituati a vedere in altre parti del mondo.

Dado è un bosniaco sui trent’anni, sposato, con due figli, abita nella città di Peja-Peć. Suo padre negli anni sessanta lavorava in città nello stabilimento della Zastava, fabbrica jugoslava di auto che lavorava per la FIAT, per cui è venuto per diversi periodi a Torino ad imparare il mestiere, e parla ancora un po’ di italiano. Insieme hanno un’autofficina specializzata in convergenza e problemi di trazione, e data la condizione delle strade tutte a buchi ormai son diventati nostri amici... persone moderate, non schierate, vivono in città ma hanno molti amici serbi, Dado parla molto bene inglese e dimostra anche una buona cultura. Dopo l’indipendenza m’ha detto che vuol fare un viaggio in Italia per trovare qualche importante società che voglia investire nel costruirgli una grossa officina con macchinari buoni per poter incrementare la sua attività…

“Dado… aspetta un attimo…”

Ho dovuto frenare il suo entusiasmo. Purtroppo gli albanesi ora pensano di essere già in Europa e che a breve inizieranno ad arrivare molti soldi dall’Europa, da investitori privati, benessere, lavoro… La realtà è che – per ora – l’indipendenza se la sono autoproclamata ma due colossi, Cina e Russia, ma anche importanti pezzi d’Europa ancora non l’hanno riconosciuta. Dopodiché sicuramente avranno un percorso leggermente più privilegiato per entrare in Europa ma comunque ci vorranno molti anni. E nell’immediato non credo che ci saranno molte società che vorranno investire in una terra marcia di corruzione, piena di malavitosi locali che a volte chiedono il pizzo pure ai tassisti, ma soprattutto terra di traffici illeciti: dal Kossovo probabilmente transitano armi, droga, e in passato anche terra di passaggio per le ragazze che dall’Est vengono portate nel resto dell’Europa e costrette a prostituirsi.

La manodopera costa poco, un operaio guadagna sui 150-250 euro al mese, ma non penso che questo basti per spostarvi fabbriche italiane come avviene in altri stati, ad esempio in Romania: il Kossovo non ha buone strade di comunicazione verso l’Europa, l’autostrada più vicina dista 120 km da Pristhinë-Priština ed è in Serbia, per cui la vedo poco utilizzabile, l’altra strada principale porta in Macedonia ma si allunga di molto, altrimenti si può svalicare il passo del Rozaje, 1800 metri, e con 12 ore di auto si arriva alla nuova autostrada a Spalato, in Croazia…

La corrente elettrica non c’è per tutto il giorno. Esiste un piano della KEK, la compagnia per l’energia elettrica, che prevede intervalli di 4 ore sì e 2 ore no, 3 si e 3 no, 2 sì e 4 no in base alla concentrazione sul territorio di… cittadini che pagano la bolletta. Quindi se in quel quartiere o villaggio molti pagano la bolletta il villaggio rientra in “Fascia A” e ha diritto ad intervalli di corrente più lunghi… ma gli orari non sono mai rispettati, e tutte le case sono dotate di una buona scorta di candele. Ma alcune attività non si possono svolgere senza corrente elettrica. Chi può permetterselo ha un gruppo elettrogeno, di per sé non costa tanto, ma la benzina per farlo andare sì. Sia chiaro, il carburante costa un po’ meno che in Italia, circa l’80% dei nostri prezzi, ma gli stipendi sono circa il 20% dei nostri! A Peja-Peć c’è un negozietto che faceva solo patatine fritte, per 50 centesimi di euro ti riempiva un cono di carta grosso; da poco ha ampliato la sua produzione, e prepara sul momento anche degli Hot-Dog con wuster, patatine e salsa, sempre per 50 centesimi. Lui non può permettersi il generatore, per cui se c’è corrente frigge, se non c’è non può lavorare e aspetta che torni… Immaginatevi poi cosa vuol dire mangiare un gelato confezionato preso in un negozio senza generatore, sciolto e ricongelato più volte…

Per tutti questi motivi non credo che il Kossovo sia ora una terra dove fioriranno investimenti, la strada per entrare in Europa è lunga, c’è ancora il 70% di disoccupazione, e l’odio interetnico purtroppo è una pagina non ancora voltata in tutto il territorio.

Temo che molti degli albanesi che ho visto festeggiare troveranno deluse le loro aspettative, chi prima e chi dopo.

I serbi invece questo senso di delusione lo stanno già provando. Viviamo a Goraždevac, un’enclave serba vicino alla città di Peja-Peć, con check-point a inizio e fine del villaggio che si è sviluppato lungo la strada principale che porta poi ad altri villaggi albanesi misti con altre etnie.

La guerra, è giusto ricordarlo, i bombardamenti, sono durati da marzo a giugno del 1999, e da allora i serbi rimasti han vissuto con l’idea di “difendere” con la loro presenza il territorio serbo, di proteggere le loro case, la loro storia, i ricordi, il passato ed il futuro. Per nove anni. Vittime di una Serbia poco astuta in diplomazia, e di una comunità internazionale che ha etichettato i serbi come carnefici e quindi da punire. Sicuramente vittime anche delle violenze di mano albanese dopo i bombardamenti, prima di questi però quello che le serbe “Tigri di Arkan” e altri gruppi militari han fatto agli albanesi ormai è sui libri di storia. La violenza a innocenti, la pulizia etnica perpetrata a famiglie che non han colpa se non di trovarsi loro malgrado all’interno di un conflitto disegnato e voluto da altri sia comune non solo sia ai serbi che agli albanesi, ma sia comune anche agli israeliani e palestinesi, per citare un conflitto in cui ho vissuto, ma penso sia comune in tutti i conflitti.

“La prima vittima di un conflitto è la verità.

L’unica verità di un conflitto sono le sue vittime…”

Prima dei bombardamenti esistevano molte relazioni di amicizia tra serbi e albanesi, questa è “verità”, anche se non erano molte famiglie miste tra le etnie. Rapporti veri, umani, che non guardano l’appartenenza etnica o religiosa. Ora son rimaste solo vittime, di chi ha voluto che queste relazioni fossero interrotte, che ci fosse distinzione per ogni tipo di appartenenza, che ha portato anche quell’1% di albanesi cattolici a venire discriminati dal restante 99% di musulmani e ad avere più difficoltà degli altri a trovar lavoro.

Ma non tutto è perduto… conosciamo molte persone che credono in un futuro di convivenza, hanno sofferto già troppo, vogliono metter via tutto e rincominciare. Non dimenticare, ma mettere da parte, provare a rielaborare il dolore. Una ragazza albanese di 19 anni che fa parte del “gruppo studio sull’analisi del conflitto”, attività che stiamo portando avanti da quattro anni ormai con i ragazzi di tutte le etnie, ha raccontato di sé:

“Ho scritto il conflitto su un diario. Ma non l’ho più riletto…”

Un diario rimane, in un cassetto, ma è lì. Contiene tutti i ricordi che vuoi tenere, che non vuoi dimenticare. Ma guarda avanti, non vuole marcire sul passato.

E la presenza di Operazione Colomba in terre di conflitto vuole favorire proprio questo percorso per tener basso il livello tensione prima di riconciliazione tra le parti dopo, spinti da ideali di nonviolenza e condivisione della sofferenza del prossimo.

Equidistanza e condivisione vuol dire stare il 17 febbraio pomeriggio a casa di una famiglia serba per starle vicini durante il doloroso annuncio in televisione, e la sera partecipare alla gioia degli amici albanesi in un bar della città.


17 Febbraio 2008, un giorno che certamente verrà scritto sui libri di storia. L’incerto è ciò che verrà dopo. Agron, un albanese forse un po’ scettico sui festeggiamenti mi ha detto “è facile mettere una firma su un foglio bianco, il difficile è poi riempire il foglio di contenuti”.

Dopo poche ore Rajko, un serbo che non conosce Agron, mi ha ripetuto lo stesso concetto…

Già… siamo solo agli inizi. I vari Stati stanno riconoscendo piano piano uno ad uno l’indipendenza del Kossovo, ma Russia Serbia Spagna Cina ed altri sono contrari, chi per legami alla Serbia ed al Kossovo, chi per evitare altri movimenti secessionisti al loro interno. Forse qualcuno cambierà posizione in cambio di favorevoli accordi economici con l’Europa, ma per ora la situazione può portare ad un rischioso braccio di ferro tra Stati potenti.

Le manifestazioni albanesi per la gioia dell’indipendenza si sono svolte assolutamente in modo pacifico, senza scontri né provocazioni dirette verso i serbi.

I serbi nelle enclaves hanno vissuto timidamente quel giorno, temendo attacchi a loro e alle case, le stime parlano del 30% della popolazione che è scappata in Serbia per paura, in molti casi è rimasto il capofamiglia mentre le donne ed i bambini sono andati via.

A Mitrovicë-Mitrovica nord la popolazione è più agitata, infatti qui potrebbe comunque verificarsi una ulteriore secessione che comporterebbe l’annessione alla Serbia dell’estrema parte a nord del Kossovo.

Qualche problema in più si è verificato in Serbia, causato però solo da una piccola parte delle migliaia di persone scese a manifestare tutti i giorni successivi all’indipendenza.

Nelle ultime elezioni in Serbia avvenute tra metà gennaio e inizio febbraio 2008, tra i 9 candidati l’ha spuntata per pochi voti Tadić, uno dei pochi moderati filo-europeo. Gli altri 8 candidati, fra i quali il candidato del partito radicale Nicolić che è arrivato al ballottaggio, erano tutti ultranazionalisti orientati verso la Russia. Quindi, se è vero che la linea politica della Serbia ora potrebbe guardare l’Europa (pur senza voler “perdere” il Kossovo”) è altrettanto vero che quasi il 50 % della popolazione non la pensa così.

Un ulteriore discorso a parte va fatto per gli scontri che han portato alla devastazione di ambasciate e negozi a Belgrado, messi in opera da teppisti delle tifoserie delle due principali squadre di calcio di Belgrado, nemiche da sempre, che per l’occasione si sono alleate. Credo l’ultimo derby da loro giocato è durato 38 secondi, dopodiché le tifoserie son scese sul campo da gioco per scatenare una rissa gigantesca. Un una partita recente invece alcuni di questi tifosi hanno accerchiato un poliziotto e gli han sparato addosso dei razzi tipo Bengala, e tutt’ora il poliziotto è ricoverato. Questo per distinguere comunque i manifestanti dai teppisti, che spesso si infiltrano nelle manifestazioni per avere occasione di far violenza, come è accaduto anche vicino a noi, a Genova, in occasione del G8 nel 2001.


G.