Diario dal Kossovo
Qualche giorno fa D., una signora serba che da 12 anni vive a Goradevac (enclave serba nei pressi di Peja/Peć), ci ha chiesto se la potevamo accompagnare a vedere il villaggio dove era nata e cresciuta, a vedere la sua casa distrutta e a visitare la tomba di suo padre, sepolto li.
Onestamente ero un po’ nervosa, un accompagnamento in una zona del Kossovo dove non andiamo spesso, in un villaggio di cui non conosciamo la storia ma solo che al momento è a maggioranza albanese… e portare una donna serba a vedere il cimitero e la casa distrutta… si, ero un po’ nervosa, non tanto per quello che ci poteva accadere, quanto più per la tensione che si poteva creare…tanti pensieri mi balenavano per la testa…
Abbiamo cercato di informarci un po’ su questo villaggio, ma non siamo riusciti a trovare grandi risposte a parte che probabilmente sarebbe stato tranquillo.
Con noi, oltre la signora, è venuto anche J., un amico che lavora per il Tavolo Trentino con il Kossovo e che da diverso tempo lavora sul discorso “dell’incontro con l’altro” nel percorso dei Gruppi Studio.
Dunque siamo partiti noi quattro, la signora rigorosamente in nero, come vuole la tradizione (e cosi facilmente riconoscibile, cosa che non ha contribuito alla mia serenità), ma va beh, mi dicevo... se le cose dovessero mettersi male facciamo retromarcia e torniamo a casa.
Il villaggio è in un posto abbastanza sperduto, colline, strada sterrata, ma una zona molto bella.
La signora, nonostante non era più tornata li da ormai 10 anni, si ricordava perfettamente la strada e cosi arriviamo in un posto, alla fine del villaggio, dove ci dice di fermare la macchina.
Ci sono due case in piedi e una distrutta, ma del cimitero non c’è traccia. Ci dice che siamo arrivati e che dobbiamo scendere.
Nonostante la tensione di noi tutti, la signora è tranquilla.
Non appena scende dalla macchina, non faccio neanche in tempo a spegnere il motore che una signora è già uscita dalla casa per vedere cosa succede.
La mia tensione sale e penso già a cosa dire, ma nulla di ciò è necessario, perché sembra che la signora (albanese) stesse li ad aspettare da 10 anni di veder tornare la sua vecchia amica (serba).
Si salutano e sembra la cosa più normale del mondo.
Poi comincia la nostra avventura nel cimitero, che effettivamente era li vicino, nascosto da cespugli e erba altissima. Con un bastone in mano ci facciamo strada e dopo un po’ troviamo la tomba.
A parte il fatto che da 10 anni nessuno passava di li, la tomba la troviamo perfettamente intatta. D. si accende una sigaretta in memoria del morto, una candelina, J. va in viaggio esplorativo nel cimitero. C’è anche una piccola chiesa e dentro una pala che usiamo per liberare la tomba dall’erbaccia.
È un momento particolare, silenzio, ma non desolazione, splende il sole e fa davvero caldo.
Ritorniamo verso la macchina, facendo attenzione a non calpestare qualche serpente.
Li ci aspetta già la vicina che ci invita a bere un caffè a casa sua. Sembra tutto cosi normale che faccio fatica a stare dietro ai miei pensieri.
A casa c’è anche la vecchia padrona, una donna sugli 80, credo…
Cominciano i saluti, ci si racconta la vita degli ultimi anni, aggiornamenti sulle altre persone del villaggio, chi si è sposato, chi ha avuto figli, chi è morto, chi è all’estero e come sono passati i mesi di guerra. La vecchia a un certo punto racconta della casa distrutta di fronte, che era di un vicino serbo. “Quando sono venuti a distruggere gli alberi di frutta, il cuore mi faceva male, anche se non erano i miei alberi, ma li sentivo come se fossero stati miei, lì avevamo raccolto i frutti insieme”.
“Non abbiamo mai avuto problemi tra di noi, siamo cresciuti insieme e prima si viveva bene, penso che questo villaggio sia davvero il più bello.”
Queste frasi escono con tale naturalezza e sincerità che mi sembra un po’ di essere finita indietro nel tempo, nelle storie che a volte i vecchi qui ci raccontano iniziando con “Quando Tito era ancora vivo....”
Ci salutiamo e ora il viaggio procede verso la vecchia casa.
Di nuovo la signora ci indica la strada e di nuovo ci dice di fermare l’auto in un posto qualsiasi dall’altra parte del villaggio, dove di case se ne vedono solo in lontananza.
Scendiamo in un prato e vicino ad un albero di mele e un cespuglio di rosa canina la signora ci indica un pezzo di fondamenta.
“Vedete, era qui la mia casa, il cespuglio era davanti alla finestra. L’ultima volta che sono venuta, solo il tetto era un po’ rovinato, ma col tempo, la pioggia e la neve, ora non è rimasto quasi niente.”
Assaggiamo le mele, che sono ancora aspre, come per dimostrarci che qualcosa c’è ancora e quel qualcosa è fondamentale. Faccio fatica ad immaginarmi la casa, come era una volta, provo ad immaginarmi la finestra dietro al cespuglio, magari delle galline nel cortile.
Torniamo alla macchina e penso che saremmo tornati a casa, quando la signora dice: “se abbiamo ancora un po’ di tempo mi farebbe davvero piacere andare a salutare i miei vicini di casa, abitano in cima alla collina”.
J. più sorpreso che teso chiede “beh, se pensi di essere benvenuta li, certo che ci andiamo”.
“Non vi preoccupate di niente, qui vi garantisco io la libertà di movimento” riceviamo in risposta. Dopo dieci anni che non tornava in quel posto una risposta così sicura…
Infatti, non appena ci avviciniamo alla casa, esce un ragazzo di circa 25 anni, anche lui la riconosce subito. Ci invita per un altro caffè e chiama subito tutta la famiglia. Una decina di persone ci accolgono. Entra un signore anziano che ci osserva per qualche istante con aria diffidente, poi tutto ad un tratto esclama “O mio Dio, sei tu D.!” e sorride.
Tutti ci fanno sentire come se fossimo a casa nostra, come se ci avessero aspettato. Saluti, baci, abbracci, racconti si susseguono, non mi rimane che tacere e ascoltare, mi sento una spugna che non vuole perdersi un secondo.
“Chi coltiva adesso i nostri campi?” “Io” risponde il vecchio della casa senza esitare. “Un mio vicino mi ha chiesto cosa farei se tuo fratello tornasse ad abitare qui”, dice, “sarei felicissimo, gli ridarei tutti i suoi campi subito ed anche il mais che ci ho piantato sopra, mi farebbe tanto piacere se tornasse”.
J. soprattutto, ma anche io, siamo talmente sorpresi da questa situazione, totalmente inaspettata, talmente non immaginabile fino a due ore prima, talmente mai vista negli ultimi anni, che con un sorriso enorme e grande stima e rispetto, assistiamo in silenzio.
J. a un certo punto dice al vecchio “ti devo ringraziare dal profondo del mio cuore per questo ricordo magnifico che mi hai dato oggi. Il modo in cui ci hai accolto in casa tua è divino. Grazie, ci penserò ancora a lungo.” (Per chi conosce J. sa che alla domanda “come stai?” la sua risposta è “così così sempre”, sentire dunque queste parole da lui mi ha scossa profondamente.)
Tornando alla macchina e verso casa sento che J. dice alla signora “una casa distrutta, anche se ricostruita perde il suo calore umano, non sarà mai come prima, mai. Ma qui in questo posto, dove della tua casa non è rimasto neanche un muro, non avrei mai sognato di trovare questo calore umano che arriva dalle persone che abitano vicino e che dopo tutti questi anni non ti hanno dimenticato e ti hanno accolto come un membro di famiglia. Forse la vecchia aveva ragione e questo è davvero il villaggio più bello. È cosi che deve essere la nostra vita, relazioni inter-umane, una vita normale, nulla di più e nulla di meno.”


