"Why do you cry?"

 Diario dal Kossovo

Sono due giorni che sono a Peja/Peć in mezzo al più profondo Kossovo, 24 ore di autobus per arrivarci, frontiere, momenti di silenzio perchè ogni check point può essere l’ultimo che vedi. Sono venuta in Kossovo con la mia amica M. che, serba, a ogni check point mi ha tenuto la mano tesa, spaventata.
Più spaventata di me che forse non mi importa neanche tanto di me stessa e delle cose che potrebbero succedere.
A M. è stato detto  che gli albanesi sono i nemici sono quelli che bruciano le case, che stuprano, in poche parole sono i tuoi nemici.
Questo lo respiravo con lei a Mitrovica, una città separata da un ponte, da un lato i serbi dall’altro gli albanesi, in mezzo l’esercito della Nato e le forze di sicurezza ONU.
“Non parlarmi serbo è pericoloso, parliamo solo inglese”.

Così parliamo inglese mentre i bambini rom vengono a mendicare soldi e noi gli diamo frutta.
Siamo li in mezzo alla strada con i nostri zaini pieni gonfi di cose, vestiti, cose inutili mi sento inutile.
Presa da istinti circensi faccio le foto. Fotografo il palazzo sgretolato che si riflette nella pozzanghera, fotografo i loro piedi scalzi sul cemento, fotografo la mia apparenza.
Giochiamo ancora con loro, alla fine ci seguono, ci danno rose, vogliono darci gli stessi soldi che  prima abbiamo negato loro.
Dobbiamo partire Fabrizio ci attende, dobbiamo andare a casa.
La nostra casa e in una enclave serba, all’ingresso del villaggio c’è del filo spinato con un check point e i soldati rumeni e anche all’uscita, ma questo non mi stupisce perchè in Kossovo è normale avere del filo spinato e un mitra che segna il confine in un villaggio che ha 2 cimiteri.
La sera facciamo una grigliata con le ragazze serbe che non sanno come si divertono in città, a sette km, le loro coetanee albanesi.
Gli insegno il gioco op perchè alla fine le botte che ci diamo noi sono una forma di contatto e di confidenza e mi trovo a mio agio con i piedi scalzi nell’erba.
La notte scende oggi guardo il cielo e nonostante i lampi vedo le stelle un po’ più brillanti del solito.
La mattina dopo mi sveglio un po’ meno gonfia di me e mi accorgo che sono come sulla soglia della porta e che forse pian piano ci entrerò. Perdendo forse la mia sicurezza, perdendo la mia sfacciataggine, sedendomi e ascoltando parole che non capisco.
La mattina stiamo in silenzio un paio di ore così per riflettere, per pensare, siamo in dodici con frammenti diversi, fratture da ricomporre, un nuovo mondo da capire.
M., la mia amica serba, non capisce il perchè del nostro silenzio. E’ strano non tradurre dall’italiano all’inglese ma il silenzio non si può tradurre perchè va oltre ogni cosa.
Il pomeriggio andiamo a Peja/Peć, la città a maggioranza albanese, per incontrare i ragazzi del gruppo studio albanesi.
Si parla di campeggio, vacanze, cose normalissime se non fossimo in Kossovo e il campeggio si farà in una valle dove una volta sul confine c’erano le mine.
M. parla, si presenta dice che è di Kralijevo e che fa parte di kvart, una associazione che organizza feste per sensibilizzare la gente su certi temi come la discriminazione contro i rom.
Inaspettatamente dagli stessi ragazzi che parlavano di vacanze, piovono domande su come è la vita di là, dall’altra parte del “muro” a 200 kilometri di distanza.
Finiamo la riunione, beviamo una coca al bar. Camminiamo per le strade caotiche di Peja/Peć dopo aver salutato tutti.
M. piange:”why do you cry? how do you feel?” lei fra le lacrime risponde:..."pensare quanta gente dalle mie parti odia gli albanesi....mi hanno trattata così bene..." poi alle mie domande risponde il silenzio, credo che questa sia la migliore risposta che potevo esigere. Una stretta di mano e poi si ritorna a casa.
Siamo invitati a cena, saremo ospiti in un  paese ritenuto inospitale. Siamo ospiti con i bicchieri pieni di rakia (grappa) e il tavolo pieno di carne e altro cibo. Siamo ospiti che mangiano mentre i padroni di casa ci guardano mangiare. Siamo ospiti pazienti che aspettano e non chiedono. Siamo ospiti che cercano la strada sterrata. Siamo ospiti che oggi vedono il cielo un attimo più più brillante e spoglio.

 Irene