Diario dal Kossovo
Ecco oramai sono alla fine del mio viaggio, più che una fine forse un vero inizio. Goradevac mi ha fatto capire che mi devo riprendere la vita. Vivere una vita da protagonista nella mia quotidianità patinata. E’ molto più difficile ingoiare il boccone della quotidianità. Sto bene nella realtà crudele del Kossovo. Nel centro di Peja/Peć la polizia spara ad altezza uomo, nessun morto fra la gente che balla in discoteca. La musica continua nonostante tutto, la gente balla e noi passiamo come se fosse la cosa più normale, in strada con F. parliamo in italiano e quando le parole non bastano ci soccorre l’inglese. Seduti al bar beviamo una coca mentre fuori la gente si muove, scappa con discrezione mi sembra un po’ Tel-Aviv una striscia di confine.
Dicono che i Balcani sono la polveriera d’Europa, pronti ad esplodere da un momento all’altro, ma io vedo solo gente che lavora e magari esce e si diverte.
L’altro giorno siamo andati a Decane, abbiamo costeggiato una roccaforte dell’uck. Aquile albanesi rivendicano la giustizia della morte. Lapidi per rendere dei ragazzini eroi da una parte all’altra. Ogni villaggio, anche il più disperso ne ha uno, non un uomo da piangere ma un eroe da ricordare. A Deçanë/Dećane ci sono i monaci ortodossi che cantano santo Stefano santo Stefano. Le donne con il volto coperto stanno in un lato e gli uomini dall’altro. Santo Stefano, i soldati in divisa mimetica calpestano la sacra terra. Santo Stefano i fedeli si mettono in fila per baciare la reliquia, sento un profumo di rose dicono che sia l’odore di santità. Santo Stefano usciamo dalla chiesa osservo una ragazza, un paio di anni in più di me, treccine al collo, una pistola sopra la divisa, mi restituisce il passaporto.
Domenica sera Peja-Peć, vive di giovani albanesi che escono, esibiscono i nuovi vestiti, i cellulari con le suonerie polifoniche, da ogni pub esplode una musica diversa. Vivere veramente, S. ci fa un saluto veloce, F. scambia un paio di battute e poi baciandoci tutti se ne va. Mi stupisco del loro sorriso, io non so ridere cosi tanto.
Vorrei fare delle foto ma ho rotto i cristalli liquidi della mia digitale, cosi mi hanno condannato ad osservare il mondo solo da una piccola fessura.
Non riesco più a mentire a nessuno, spezzo le speranze di chi si crede pieno.
Quanti anni hai? Venti fra una settimana, i miei amici mi aspettano in Italia per festeggiare, ripeto in maniera ossessiva aggrappandomi ad una normalità oramai lontana. Venti anni sono passati anche per il figlio della baba Milica, un signore di mezza età ci chiede di tradurre una lettera dall’inglese al serbo. Io traduco dall’inglese all’italiano e Fabrizio traduce dall’italiano al serbo. Una ragazza in Grecia aveva conosciuto un ragazzo serbo, ancora quando il Kossovo era Jugoslavia, ancora quando non c’era la guerra. È questo ragazzo che ha aspettato venti anni per capire quella lettera ora risponde. 1988-2008 venti anni di attesa.
I.


