Diario dal Kossovo
Immaginate un possibile servizio di Studio Aperto, una giovane giornalista alla caccia di ignari passanti con una domanda tanto profonda quanto altrettanto facile da rendere banale: “Qual è stato il giorno più bello della tua vita?”. Ed eccoli tutti pronti a rispondere senza esitazione; c'è la mamma che ricorda immediatamente il giorno del suo matrimonio, la vecchietta la nascita del nipotino, il ragazzino la vittoria ai mondiali. E invece qui a Goradevac la risposta di un ragazzo serbo di 18 si distacca da qualsiasi possibile previsione. “È stato il più bel giorno della mia vita!” Questo è stato il suo giudizio di una giornata assolutamente particolare: dopo 18 anni passati quasi esclusivamente in una enclave, con qualche rarissimo salto a Peja/Peć, la città più vicina al villaggio, per la prima volta ha fatto un giro del Kossovo, visitando Pristinë/Priština, così vicina ma al tempo stesso così impossibile da raggiungere per un ragazzo di Goradevac.
L'idea di un giro “turistico” in Kossovo era arrivata da alcuni giovani dell'enclave. L'obiettivo era chiaro e di una certa importanza: andare a caccia di ragazze alla fantomatica piscina di Graçanicë/Gračanica, una cittadina serba vicino a Pristinë/Priština. È vero, pure a Goradevac c'è una piscina, anche molto frequentata dalla popolazione femminile del villaggio, ma ci pensate che noia aver la possibilità di scegliere la propria anima gemella tra le poche persone con cui ci si continua a vedere tutti i giorni da 18 anni? Sempre le stesse persone, sempre le stesse ragazze, sempre gli stessi pretendenti! Altro che agenzie matrimoniali da queste parti, il proprio orizzonte di scelta è ben conosciuto fin da neonati!
L'occasione è stata colta al volo dai volontari dell'Operazione Colomba, pronti subito a far un accompagnamento un po' speciale ma anche ad arricchirlo con una importante deviazione. E così di buon mattino 5 volontari, due giovani dell'enclave e un ragazzo dell'Equipe Conflitto sono partiti alla volta di Klokot, un paese a sud di Pristinë/Priština, dove abitano sia serbi che albanesi in un clima di maggior tranquillità che nell'immobilità di Goradevac. Hanno così visitato una famiglia serba conosciuta l'anno scorso da alcuni “colombini”, ricevendo la solita calda accoglienza così comune in Kossovo ma capace sempre di stupire i volontari arrivati da poco. Tra un grappino ed un caffè, si sono alternati discorsi leggeri ad altri più seriosi: ai problemi comuni, quali ad esempio la mancanza di corrente, a Klokot si aggiunge una maggior insicurezza. Difatti il villaggio è misto, dunque il contatto con la parte albanese è quotidiano, sebbene la separazione dei quartieri in base all'etnia sia abbastanza netta: ciò da un lato può costituire un elemento di partenza per un possibile percorso di dialogo ma al momento rende la situazione più tesa. Inoltre non ci sono i check-point della KFOR presenti ad esempio a Goradevac i quali, sebbene più da un punto di vista psicologico che effettivo, danno un senso di protezione alla popolazione serba. Per i nostri due ragazzi, pur sempre impazienti di far incontri galanti nell'agognata piscina, è stata un'ottima opportunità per conoscere persone che vivono una situazione forse ancor più complicata della loro.
Si è dunque ripartiti per Graçanicë/Gračanica, giungendo nel primissimo pomeriggio alla piscina e vedendo così sfumate le proprie speranze: tutti uomini, incredibile! Quasi quasi era meglio a Goradevac! Ma in questi casi è sempre pronto il piano bis: il “baccagliamento” è stato sostituito da un interminabile set fotografico dei due modelli, che si son fatti riprendere in mille pose diverse: un calendario completo!
Dopo qualche tuffo e un po' di scherzi in acqua, Sonja ha proposto di far un salto a Pristinë/Priština. I due ragazzi hanno subito manifestato il proprio entusiasmo: una visita fuori programma ma anche completamente fuori da ogni aspettativa. Non si tratta semplicemente del miraggio del giovane di campagna affascinato dalla città, qui c'è in ballo la possibilità di andar oltre quella cortina di ferro che separa attraverso l'odio due etnie diverse che non possono accettare di condividere la stessa terra, segregandosi a vicenda e impedendo di fatto l'accesso altrui nelle rispettive aree di influenza. E così per circa due orette il gruppo ha passeggiato per le vie di Pristinë/Priština, dando un'occhiata ai principali edifici e scattando qualche foto di fronte alla chiesa ortodossa, circondata dal filo spinato ed abbandonata al dilagare della vegetazione: un'immagine che evidenzia appieno quanto il conflitto e il rancore non siano stati minimamente superati nonostante l'emergenza sia terminata ormai da diversi anni. Ma sono stati proprio i due ragazzi serbi i primi a fermarsi di fronte ad uno dei palazzi dell'Unmik, incuriositi e ben presto feriti da un susseguirsi di foto, tutte datate 1999: soprattutto vecchi, donne e bambini albanesi di cui non rimane più che un'immagine.
È impossibile, percorrendo le strade di questo territorio, rimanere impassibili di fronte ai segni di un conflitto che una parte della popolazione vuol far credere ormai terminato. E forse solo chi è arrivato qui da poco tempo può ancora soffrire di fronte ai villaggi fantasma, devastati dal fuoco e dalle bombe, immaginando come potessero presentarsi 10 anni fa. La gente del posto per poter andar avanti è forse obbligata a chiudere un po' gli occhi, ad ignorare il fatto che non è l'indipendenza a portar la pace e la libertà di movimento e che ancora tante persone, di lingua e religione diverse, vivono lontano dalla propria terra d'origine, altre stanno programmando di fuggire, altre son rinchiuse in villaggi come prigioniere.
Ma è proprio di qua che occorre partire. Accompagnando i serbi in luoghi da loro considerati inaccessibili perché troppo pericolosi, facendo al tempo stesso ascoltare agli albanesi una lingua diversa nelle loro strade, nei loro negozi, nei loro locali. Così come ospitare per un caffè o una cena degli amici albanesi nella casa dell'Operazione Colomba a Goradevac. Piccoli passi, ma necessari. E che permettono di sentirsi dire, al termine di una lunga giornata: “È stato il più bel giorno della mia vita”.
F.


