Diario dal Kossovo
Dopo aver conosciuto la quotidianità in Kossovo, vivo in casa mia come se fossi in un’altra dimensione. Come se mi trovassi in uno spazio sospeso tra Peja/Peć e Bologna. Devo staccarmi da dove sono partita e rimmergermi nella vita di tutti i giorni. Non è facile. Non è facile perché la gente che ho intorno ormai ha la nausea di sentire: “Sapete che in Kossovo ho visto, ho fatto, ho sentito…”. Vorrei aver il dono che hanno certi giornalisti di gossip che sanno catturare l’attenzione dei loro lettori… vorrei riuscire a incantare come mi sono incantata io.
Presentare il Kossovo attraverso i miei occhi e parole è un’impresa complicata. Ma è straordinario portare un po’ di Kossovo qua! Se dato nelle giuste dosi può anche essere salutare!
Lo stile sobrio che sovente sembra una forzatura, mi ricorda cosa è veramente indispensabile. Il vivere in mezzo alla gente e condividere con loro “NEMA STRUJA, NEMA VODA” (niente corrente elettrica, niente acqua) mi fa sentire accettata, mi fa sentire a casa, nel posto giusto.
Venti giorni in Kossovo sono un piccolo assaggio di una torta deliziosa, una breve immersione in un mondo che, mi rendo conto, non è il mio. Ma è quella sommersione indispensabile per riprendere ossigeno, aria fresca, positiva. Quell’immersione che non permette di dare semplicemente uno sguardo sul fondo del mare tenendosi aggrappati alla boa e tirare la testa per riprendere fiato quando serve. Vivere lì significa tuffarsi senza giubbotto di salvataggio e immergersi completamente tra la gente. È uno spettacolo che ha dello straordinario vedermi povera, a tratti inutile, con 1000 paure e difetti accolta, accettata, ricordata da chi abita lì da anni. Tutto il bene che ricevo riuscirò a contraccambiarlo? Me lo merito?
Ed è solo tornando in Italia che mi accorgo di quanto io sia più pesante, il mio bagaglio sia diventato più grosso.
Porto con me l’umiltà di chi sa accogliere sconosciuti e accettare il loro “aiuto”, l’aggressività repressa dei giovani cresciuti nella paura e nella rassegnazione, il bisogno di trovare una propria identità che forse non saranno una bandiera o dei simboli a costruirla, la capacità di riconoscere nell’altro una persona pari a me, di andare a fondo dei miei limiti e incapacità, la capacità di superare dolore e ferite, di incanalare la rabbia in vie positive di riconciliazione e collaborazione.
Solo in Italia mi rendo conto di quanto “pieno” abbia fatto, di quanta gente porto con me, di quanto il “costruire ponti” sia vivo e concreto non solo una scritta sulle magliette.
E allora mi rendo conto che è bello tornare, è bello vivere la quotidianità con “il Kossovo” dentro! È più intensa, più piena, più vissuta… è bello testimoniare non solo a parole ciò che ho vissuto e visto. Faticosamente bello riportare nella vita di tutti i giorni l’energia, l’ospitalità, il coraggio di reagire ma anche di rimanere fermi, la voglia di cambiamento, la fedeltà ai propri valori, la forza di accettare sfide…
Ecco che il ritorno a Bologna è prezioso per me, per chi mi sta vicino, per chi ha voglia di andare avanti non potendo fare a meno di guardarsi indietro, per chi ha bisogno di quella trasformazione che solo il Kossovo può donare.
Agosto 2008 - Laura
CARA J.
Cara J,
ti scrivo dall’alto della mia vita privilegiata, in veste di cittadina di un Paese dove le donne hanno accesso ovunque e godono di tutte quelle libertà e diritti che le rendono uguali agli uomini. Sì, anche qua, all’occorrenza, le donne vengono trattate come oggetti ma non vengono lasciate sole: hanno infiniti enti, associazioni, telefoni… pronti ad aiutarle. Ti scrivo da ragazza italiana: per il mio futuro non mi verrà negata alcuna possibilità, sono libera di fare ciò che voglio, quando voglio, dove voglio.
Mi è difficile non giudicarti. Mi è difficile evitare di darti consigli rendendomi perfettamente conto che non sono quelli che cerchi. Forse hai semplicemente bisogno di un po’ di normalità, di semplicità.
Guardandoti dall’esterno hai ciò che la maggior parte delle donne desidera: bellezza, un buon lavoro, due splendidi figli, un marito. Osservandoti più accuratamente scopriamo che dietro tutto quell’ombretto si nascondono due occhi tristi, insoddisfatti, remissivi ma con una luce di speranza, furbizia, creatività.
Scopriamo che dietro tutto quel fard ci sono segni di un oltraggio da cui non puoi scappare, quell’oltraggio immeritato, ingiustificato, insensato in quanto violento e gratuito.
Dietro la cordialità che riservi a chi bussa alla tua casa, gli immancabili pettegolezzi e le tue chiacchiere interminabili che sembrano una specie di supplica a non andarsene si nasconde un insaziabile desiderio di normalità, di amicizie sane, di richiesta d’aiuto.
Dietro la tua voglia di dare due calci al pallone dopo aver passato una notte da incubo si cela una donna nel fiore dei suoi anni che ha bruciato la tappa adolescente e che ha voglia di ritrovare quella spensieratezza perduta e forse mai avuta.
Dietro quella camminata lenta, stanca ma dignitosa si svela la tua insicurezza per un domani incerto con due figli da mantenere e un marito scappato con i soldi.
Eppure sei forte, cara J., più che mai. Hai un lavoro di responsabilità, tutti i giorni hai a che fare con gente diversa da te e di cui la maggior parte delle persone del tuo villaggio ha paura; tieni dietro a una casa sempre linda e ordinata e agli animali. Come fai? Dove trovi la volontà per svegliarti la mattina e dare un senso a tutto questo?
Non sei pazza, cara J. O forse si se per pazzia intendiamo la tua resistenza a vivere prigioniera in casa tua, il tuo non mollare perché questa è la tua vita e non hai altro posto che possa accogliere te e i tuoi figli. No, non sei pazza. Sei una normale donna di 26 anni cresciuta troppo in fretta. Per fortuna hai il lavoro che ti salva dalla monotonia della quotidianità. Per il resto hai i tuoi figli da crescere e che ti proteggono come possono, un marito che innaffia il giardino, guarda la TV e che ti controlla come una macchina telecomandata.
Macchè pazzia! Hai voglia di evadere, di scappare, di protezione, di infilarti nella vita di un’altra donna, di qualcuno che si prenda cura di te, che ti dica:” Coraggio J. non ti preoccupare… vedrai che andrà tutto bene! tutto cambierà!”.
Purtroppo non penso che te lo sentirai dire. Purtroppo penso che ti ripeteranno la nota cantilena: “Coraggio J., questa è la tua vita, la vita che ti sei scelta. Accattala con un sorriso e non sognare troppo che ti puoi fare male”.
Ti saluto, cara J., consapevole che l’unica cosa che posso offrirti sono le mie orecchie per ascoltare tutto ciò che hai da dire. Urla!
Ti stringo
Laura
“MA COSA FATE VOI QUA?”
“Ma cosa fate voi qua? Qual è il vostro lavoro?” come spiegare in poche parole a gente che è appena arrivata o che non è mai stata in Kossovo cosa facciamo qua? Ci si può provare. Fabrizio ci riesce bene!
Ciò che rende complicata la spiegazione del progetto è che non facciamo nulla di concreto come costruire pozzi, animare i bambini di qualche orfanotrofio, finanziare microcrediti…
I gruppi di ragazzi che vengono a conoscerci vanno via con poche cose in testa: “ In Kossovo ci sono i serbi, albanesi e altre etnie minoritarie. I serbi ora non hanno possibilità di movimento così l’equipe li accompagna nelle città albanesi quando hanno bisogno di fare spesa, andare dal medico, in posta, in banca… Ci sono ragazzi serbi, albanesi, rom…che ogni settimana si incontrano per tiare fuori rabbia e paura nei confronti del cosiddetto “nemico” e riconciliarsi con lui. La presenza a Goradevac prevede anche un terzo progetto: i volontari visitano le famiglie, i vecchietti, i ragazzotto a casa loro, li ascoltano, chiacchierano, mangiano, ridono,… questo vuol dire condividere la vita con la gente del posto. Vivere con loro.”
È tutto vero e bello ma chi osserva da fuori si perde il meglio… per comprendere cosa vuol dire vivere in mezzo alla gente e condividere con loro la quotidianità bisogna viverci veramente.
Non si possono neanche immaginare le sfumature e le particolarità di chi vi abita e di chi ci accoglie se non si tocca con mano.
Non si riesce a descrivere la risata di M. quando le si accarezza il viso e le si canta l’omonima canzone.
Come si fa a raccontare la scintilla di curiosità di G. quando le proponiamo il corso di inglese o una grigliata?!
Non ci si può semplicemente immaginare l’aria sollevata di D. quando la si va a trovare e finalmente può staccare la spina dalle faccende domestiche o il salto scattante di T. quando si scopre titolare nella squadra di pallavolo.
E F.? Come esprimere l’entusiasmo e l’impegno che mette nel Gruppo Studio?!
Come fare a capire la gentilezza gratuita delle Babe (nonne) che ci regalerebbero tutto quello che hanno se glene dessimo la possibilità?!
Non ci si può perdere l’espressione severa di M. quando siamo tutti seduti sul divano e ci incalza: “Non sedetevi troppo se non si rovina!”.
Non è possibile immaginare la voce potente di K. che sembra voglia spaccare il mondo invece è dolce come una caramella.
Non posso dimenticare l’autoironia di J. (rara tra il popolo serba) che con un mezzo sorriso di uno che la sa lunga dice: “A Peja non vengo, a Peć forse!”.
E quanto incanta D. quando parla di calcio e fa ascoltare l’inno della Juve spacciandolo per quello del Kossovo!
Non riesco a narrare a parole l’accoglienza calda e familiare della L. e il gesto rassegnato che fa ogni volta che uno dei figli le risponde male.
Penso che la gente pagherebbe oro se sapesse dell’esistenza delle sorelle M.! Le loro voci squillanti, veloci, frettolose, impaurite rimangono nelle orecchie tutto il giorno. Per non parlare delle prelibate pere che offrono agli ospiti ma che le loro adorate capre disdegnano!
Servirebbe un prof universitario per star dietro ai discorsi filosofici di I. sulla fede, sull’amore, sulla vita matrimoniale. Un fiume in piena di parole e citazioni che potrebbe traboccare da un momento all’altro!
E come si fa a non affezionarsi a V. dal sorriso dolce e comprensivo tipico di un nonno orgoglioso di suo nipote. Di quanto è a suo agio con i vicini albanesi quando, nel tardo pomeriggio, si mette a sedere sulla strada riservando una parola gentile a chi passa da lì. Come non fare caso alla sua mano callosa e dura dalla stretta forte e paterna?
Non servono foto per imprimersi per sempre nel cuore la disperazione della mamma di Ivan al cimitero e il silenzio assordante intorno.
E se non si ascolta il tono di E. quando domanda: “Cosa c’è di nuovo?” non si può capire che in verità sta chiedendo: “Fammi entrare per un po’ in un mondo diverso dal mio, fammi vedere un altro panorama che il mio mi sta stretto!”.
E V.…. Sensibile e fragile ma tra le sue lacrime si scorge un fiore delicato ma indistruttibile, ricco di colori e profumo. Una bomba di energia e solarità che stravolge. L’esempio vivente di chi convive con tanto dolore dentro ma lo trasmette con l’affetto invece che con l’odio.
Come si fa a togliersi di dosso lo sguardo di S.? Così intenso, insistente, penetrante, provocatore… mi costringe a guardarmi nel profondo, mi scruta come se volesse analizzare e scoprire ciò che di più intimo ho dentro. È un duro dal cuore tenero. Come resistergli quando, attorno al falò, chiede: “Mi racconti una favola?”.
Chi visita Goradevac e Peja Peć di sfuggita può essere che non faccia in tempo a vedere la casa di S. e di suo marito M. un po’ fuori dal villaggio. Beh, chi non ha l’onore di fare questa visita si perde veramente tanto! donna imprenditrice riuscita, con suo marito, a ricostruirsi casa, amicizia fuori dal villaggio, stalla, attività… diversamente dalla maggior parte degli abitanti del villaggio abituata a piangersi addosso, lei vive proiettata nel futuro. Forse non riuscirà a garantire il futuro che ogni mamma sogna per i suoi figli, ma ci sta mettendo tutto il suo impegno per lasciare loro in eredità un mondo giusto e ricco di opportunità!
Sono questi i volti che danno senso alla nostra presenza in Kossovo. Queste persone sono l’unico progetto valido su cui investire. Provare per credere!
Agosto 2008 - L.


