Diario dal Kossovo
Sono le 14, fra poco meno di un'ora partirà il mio treno, seduto su una panchina della stazione termini osservo i passanti. Alcuni partono, altri arrivano, ma tutti corrono.
La nostra società diventa ogni giorno più frenetica, le azioni si compiono in modo meccanico, perdendo di ogni significato. Per qualche mese le lancette del mio orologio si arresteranno, saranno i rapporti umani a scandire il mio tempo.
Sono in partenza per il Kossovo, andrò a condividere la mia vita con le persone che subiscono il conflitto ma che non hanno scelto di farne parte.
Non so molto del Kossovo, questa potrebbe sembrare una mancanza ma è il mio punto di forza. Partire senza un idea ben definita del conflitto mi permetterà di non crearmi pregiudizi che limiterebbero la mia visione degli eventi. Cercherò, per quanto possibile, di eliminare ogni vincolo culturale e di non schierarmi con nessuna delle due parti in conflitto ma solo contro l'ingiustizia.
Per la prima volta nella mia vita la mente è sgombra da ogni tipo di pensieri, un sorriso pervade il mio volto, raccolgo lo zaino da terra e mi dirigo verso il treno, da qui comincia il mio viaggio.
Da qualche ora è calata la notte, nel treno regna il silenzio più assoluto, in lontananza è possibile udire un suono di violino.
Due artiste di strada accompagnano il treno con la loro musica. Alcuni passeggeri si soffermano ad ascoltare, per un momento riesco a percepire i sentimenti di coloro che tornano a casa. Ad aspettarli troveranno i loro affetti più cari, ma con loro le stesse ingiustizie che li hanno costretti a partire. Tra nostalgia ed inquietudine il treno compie differenti fermate, ad ognuna di essere si richiede di esibire il passaporto, aumentando notevolmente lo stress nel volto dei passeggeri. è strano come una persona possa esser definita per la sua nazionalità, in quel momento io non sono più Stefano, sono uno di quei 60 milioni di persone che abita l'Italia. Il passaporto non è altro che un biglietto di ingresso per un posto in cui non tutti possono accedere.
Alle prime luci dell'alba mi ritrovo in Croazia, il treno arriverà a Belgrado soltanto alle 14. Da li il mio viaggio continuerà in bus. Attraversando la Serbia mi rendo conto di quante realtà possono coesistere all'interno di uno stesso stato. La mia mente incomincia a tracciare confini immaginari. Vedo la Serbia di Belgrado, la Serbia dei villaggi e quella dei campi rom. Realtà troppo differenti per concepirle sotto un unica unità nazionale. Inevitabilmente penso alla storia dei balcani, alla difficile convivenza di più etnie all'interno di uno stesso stato.
Per parte del viaggio che mi condurrà in Kossovo mi assento. Nella mia testa scorrono pensieri offuscati. Penso ai balcani, a quante volte l'identità culturale di questa gente è stata messa a rischio, penso all'occidente e alla mania che ha di esportare la sua cultura nel mondo, rifletto sul significato di globalizzazione, per un momento scorgo un nesso causale nei miei pensieri. Poi tutto di un tratto mi perdo nella bellezza dei paesaggi e come per magia la mia mente si illumina di nuovo, ogni pensiero più buio torna a risplendere.
La prossima tappa è Mitrovica.
Mitrovica è una città a nord del kossovo, la tensione qui è ancora molto forte. La città è divisa in due dal fiume Ibar. La parte nord è abitata da serbi, quella sud da albanesi. Qui si trova il vero confine del kossovo. Le due parti della città sono unite da un ponte molto strano, sono stato abituato a concepire un ponte come una strada che collega due luoghi, a Mitrovica succede l'opposto, il ponte divide.
E’ notte, il pullman mi lascia nella parte nord della città, il viaggio prosegue ad di la del ponte. Individuare la strada da seguire non è difficile, la zona è presidiata dalla polizia.
Scorgo il primo posto di blocco, dietro, il nulla. Il ponte non è illuminato quasi a ribadire che è terra di nessuno, proseguo con il mio passo ciondolante a causa dei due zaini che porto sulle spalle. Cammino nel bel mezzo della strada contando i passi che separano gli albanesi dai serbi. Penso che in fin dei conti essi vivono a pochi metri di distanza, ma subito mi correggo, la distanza ora mi sembra incolmabile, è di qualche anno. Non vedo più la distanza rappresentata in metri, ma quella dal tempo che occorrerà a ricucire i rapporti fra due popoli in conflitto. E’ buffo ma cambiando unità di misura queste due culture si avvicinano e si allontanano nella mia mente. Preso dai miei pensieri ignoro l'alt intimato al posto di blocco, subito vengo richiamato all'attenzione da un fischio seguito da una frase pronunciata in albanese.
Dopo un breve interrogatorio in inglese e aver esibito il passaporto mi ritrovo nel kossovo albanese.
S.


