Diario da Gorazdevac
A metà gennaio, il Kurban Bayram musulmano ha commemorato il giorno in cui Allah diede in dono ad Ibrahim (Abramo nella fede cristiana) un animale da immolare al posto di suo figlio. Il Bayram ci ha portato nelle case albanesi e bosniache davanti a tavolate piene di dolci e si è manifestato nelle strade del mercato in città, dove pecore su carretti facevano il loro ultimo viaggio verso il sacrificio.
La festa in onore di Sveti Sava (primo arcivescovo dei serbi) si è svolta nella scuola del villaggio. I bambini e i ragazzi di Goradevac hanno recitato e cantato della vita e delle opere di San Saba così come della sconfitta a Kossovo Polje nel 1389, quando gli eroi serbi combatterono valorosamente contro i turchi. Il culto del santo si intreccia con la memoria storica del sangue versato per difendere la "culla" della nazione serba. Al termine il pope è intervenuto per benedire e tagliare il pane.
Nel frattempo sono ripresi gli incontri dei gruppi di studio di Goradevac/ Peja Pe? sul confronto dei vissuti rispetto alla guerra. I ragazzi che si sono offerti volontari per mettere a parte gli altri di un po' del loro fardello personale hanno affrontato il momento di condivisione in maniera molto diversa.
C'è chi ha raccontato la sua esperienza in modo piano, come fosse una cronaca monocorde, forse per non rimestare troppo nei ricordi, o forse per il timore di non sembrare obiettivo. Chi ha parlato del suo vissuto cercando allo stesso tempo di inserirlo in un quadro storico quanto più dettagliato e attendibile, almeno dal proprio punto di vista. Chi ancora si è esposto attraverso un racconto personale e intenso, riuscendo comunque ad interpretare la propria storia in un modo che non urtasse l'altra parte. Tutte le testimonianze che ho ascoltato finora da entrambe le parti hanno avuto in comune un grande rispetto per gli "altri", un'attenzione a non offendere chi poteva avere un'opinione molto diversa sulla ripartizione delle responsabilità collettive e uno sforzo di condivisione che è passato attraverso un uscire da sé e dalle proprie convinzioni. E' emersa a più riprese la preoccupazione di non sembrare parziali, perché, come ha detto qualcuno, non tutti gli albanesi sono così, come non tutti i serbi sono in un modo, ma sono i più estremisti da una parte e dall'altra a rendere difficili i rapporti tra le due etnie.
Mentre ascoltavo mi sono scorse nella mente carrellate di immagini, di volti, di luoghi. Mi è stata trasmessa una sensazione molto forte dello stravolgimento del quotidiano, del senso di precarietà, dell'impotenza di fronte ad una normalità che ad un tratto diventa ricordo lontano, mentre la convivenza con l'"altro" va in frantumi.
Nel corso di uno degli ultimi incontri, i ragazzi hanno vissuto anche un momento delicato ma molto importante di confronto sulla loro identità come gruppo. A metà marzo li aspetta infatti un viaggio in Italia su invito del vescovo di Venezia Angelo Scola che ha di recente visitato il Kossovo e si è accostato alla realtà del loro percorso sul conflitto. A questo proposito, i ragazzi si sono chiesti con quali modalità si presenteranno in quell'occasione, se come gruppo unico, o piuttosto come due gruppi accomunati nell'incontro sui vissuti, o ancora come due gruppi di cui uno del villaggio e uno della città, al di là del divario etnico. Il dibattito che si è svolto tra di loro, nonostante fosse scaturito da una questione solo formale, del come "introdursi" in Italia e in che modo introdurre il loro cammino comune rispetto ad un passato di ostilità, è andato a toccare dei nodi centrali del loro "essere" etnico e culturale rispetto all'"altro". C'è stato chi ha invitato a non sottilizzare e a distinguersi solo a fronte di domande esplicite sul "Chi sei esattamente?" E chi invece ha invitato a non trascurare certe distinzioni, essendo stata proprio la diversità etnica causa di scontro aperto. E' stato uno scambio di opinioni tutt'altro che scontato che ha dimostrato quanto i ragazzi abbiano la capacità e l'energia di interrogarsi continuamente sulla loro identità. E così anche i paletti che mettono tra sé e gli "altri" sono un modo in fondo anche naturale, dati i trascorsi e la "compresenza" attuale, per definirsi rispetto all'"altro". Se il passato li ha divisi, ricominciare nel presente non può prescindere da chi da nemico e secondo il proprio personale punto di vista ha comunque dolorosamente condiviso gli anni del conflitto. Per me italiana, con un'identità definita che non sempre accetta di essere rinegoziata in continuazione, questa è stata una lezione sul vivere accanto, magari ancora con tanta paura e diffidenza, ma tenendo l'"altro" sempre ad altezza occhi, come in uno specchio in cui recuperare anche un po' di sé.


