Sharon e Alì

Sharon e Alì parlano in ebraico tra loro. Lui è palestinese di Hebron e la lingua dell'"altro" l'ha imparata nelle carceri israeliane dov'è rimasto per circa tre anni. La famiglia di Alì ha dovuto lasciare la propria terra fin dal 1948, da quando è stato creato lo stato d'Israele. La madre era un'attivista di Al Fatah, l'ala di estrema destra dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma lui ha scelto la strada del dialogo, dei piccoli e faticosi passi. Per Alì è stato un dovere imparare l'ebraico. Perché il popolo palestinese può solo con le parole spiegare a chi condivide lo stesso suolo quali sono i suoi diritti. La violenza degli attentati suicidi non è eloquente e non è persuasiva.
Sharon e Alì comunicano in ebraico. Ma non solo. Il linguaggio in cui si esprimono meglio è quello del perdono. Il traguardo del perdono, racconta Alì, arriva solo alla fine di un cammino lungo e doloroso, quello della riconciliazione con l'"altro". Perché chi si fa esplodere in Palestina non è né un martire nella versione palestinese, né un terrorista in quella israeliana. Ma un uomo. E chi a guardia di un check point trova nella sicurezza d'Israele la propria missione o piuttosto gioca all'occupatore a seconda dei punti di vista è ancora una volta e prima di tutto un uomo. Ma Sharon e Alì tutto questo l'hanno interiorizzato col tempo e transitando nel dolore. Il primo passo verso l'"altro" è stato nel baratro della perdita di una persona. Un fratello, per entrambi.

In quel periodo Sharon era in India. Aveva appena terminato il suo servizio militare in Israele. Voleva viaggiare. Tutto il resto l'aveva riposto con cura in un angolo della sua mente. Anche il fatto che suo fratello Hilad, 20 anni, fosse allora impegnato con l'esercito israeliano in una missione rischiosa in Libano.
Sharon racconta del loro ultimo incontro all'aeroporto prima che lei partisse. Hilad sembrava non volerla lasciar andare. L'ha abbracciata più di una volta e tutto quello che Sharon temeva per lui le è salito alla gola e si è sciolto in quell'abbraccio. Gli ha scritto tante cartoline e lettere per colmare quel vuoto di ansia e lontananza. L'ultimo venerdì di Halid si sono sentiti per telefono. Lui era tornato per un breve periodo di congedo a Gerusalemme. Ha voluto parlarle due volte tra i frammenti delle conversazioni del resto della famiglia. Per dirle quanto gli mancasse e quanto gli facesse piacere ricevere le sue lettere. L'ultima lunga e affettuosa lettera Sharon gliel'ha scritta dopo quella telefonata. È arrivata in Libano. Ma non abbastanza in tempo perché Hilad potesse leggerla. Due elicotteri con a bordo settantadue soldati israeliani si sono schiantati l'uno contro l'altro nel buio di una notte in Libano e in assenza di segnali radio. Un incidente "egualitario" come lo chiama Sharon perché ha causato la morte non solo di israeliani ebrei ma di persone appartenenti a varie nazionalità, di uomini sposati con bambini così come di ragazzi interrotti nella loro adolescenza. Ai funerali di Hilad, Sharon vagava spaesata per la stanza. Ha iniziato ad abbracciare chiunque le si avvicinasse, anche gli sconosciuti. Solo tempo dopo ha capito che sperava di rivedere in quella folla chi non poteva più esserci e che in quegli abbracci cercava la stretta forte di suo fratello. Sharon ha trascorso otto mesi in un mondo in bianco e nero, in cui si svegliava la mattina senza accendersi, in cui la luce e il calore del sole la sfioravano appena, in cui la sua casa era l'unico mondo possibile. Ma poi ha ricevuto una telefonata dal Parents' Circle, un Forum che dal 1995 raduna i familiari israeliani e palestinesi di vittime del conflitto. L'iniziativa è venuta da due famiglie israeliane orfane di tre figli che non trovavano conforto nelle fotografie dei loro cari disseminate per le strade e accompagnate da incitamenti alla vendetta. È da quando ha aderito al Parents' Circle che Sharon ha iniziato il suo lungo e penoso cammino verso l'"altro", verso i palestinesi, verso Alì. Quando ha incontrato per la prima volta il fratello maggiore di Alì, aveva in mano un coltello per tagliare il cartone del latte del distributore automatico di caffè. Lui ha ironizzato su quell'oggetto non del tutto rassicurante. Per Sharon è stato l'inizio. L'inizio della consapevolezza di come anche un palestinese possa temere un israeliano. Per lei fino a quel momento la paura aveva sempre rappresentato un sentimento unidirezionale.

    Anche la scelta di Alì è sbocciata nel deserto del dolore, della rassegnazione, dell'astio. Erano gli anni della seconda intifada. Un giorno suo fratello ha cercato di mediare tra dei ragazzi che lanciavano sassi e i soldati israeliani. Si è avvicinato ai soldati ma solo per parlare. Gli è stato intimato di non immischiarsi o gli avrebbero sparato. Così è stato. Anche nella percezione e nel racconto delle morti israeliani e palestinesi si distinguono, mi spiega Sharon. Nelle storie palestinesi, tutto ciò che riguarda la morte deve essere raccontato nei minimi dettagli perché si vuole dare il senso reale di quanta sofferenza patisca il popolo palestinese. Gli israeliani d'altra parte, dopo secoli di orrori e persecuzioni culminate nell'Olocausto, preferiscono esorcizzare il momento della morte trascurando i particolari e concentrandosi piuttosto sulla memoria della persona mentre era in vita. Alì tiene a precisare che la pallottola che ha ucciso suo fratello è stata sparata a settanta centimetri dalla sua testa. Quella pallottola è rintronata nella testa di Alì e ha ucciso anche lui per un po'. Sembrava la fine della sua vita e l'inizio di un tunnel di odio cieco, di rifiuto anche solo del contatto quotidiano con gli israeliani, del disgusto per quella lingua ebraica che aveva tanto il suono umiliante e amaro dell'occupazione. Alì ha dovuto fare i conti con la propria violenza e col proprio rancore. Si è chiesto quanto valesse la vita di suo fratello che aveva avuto la sola colpa di voler trovare un margine di dialogo con gli "oppressori". Alì si è domandato quanti israeliani avrebbe dovuto uccidere per saziare la sua ansia di vendetta, per colmare il vuoto della perdita, per sanare il senso della profonda ingiustizia subita. E gradualmente ha capito come niente avrebbe potuto restituirgli suo fratello. Alì ha aderito al Parents' Circle nel 2001 e da allora si impegna a testimoniare la pace portando ad esempio il suo vissuto personale. Una pace costruttiva per cui non basta secondo lui rimanere tranquilli e immobili, ma che si edifica nell'azione, in un processo di confronto quotidiano con l'"altro". Può essere un cucchiaino da tè versato nell'oceano, come dice Sharon. Ma nella marea montante della violenza e dell'incomprensione sono gocce vitali e contagiose. 
Sharon e Alì camminano l'uno verso l'altra. Il loro è un viaggio attraverso le convinzioni  radicate e nell'immaginario collettivo del proprio popolo per smantellarlo e scoprire al di là di tutto che israeliani e palestinesi, prima che essere tali, si portano dietro il bagaglio prezioso e allo stesso impegnativo della comune appartenenza all'umanità. Un'umanità che di fronte al dolore, alla morte e al perdono si ritrova e parla la stessa lingua.