Manifestazione del 12 aprile 2014![]()
Albania
Sabato 12 aprile 2014, dalle 18 alle 19, Operazione Colomba ha organizzato una manifestazione contro le vendette di sangue (gjakmarrja) nel centro della città di Scutari, Albania. Ci mettiamo in mezzo al passaggio della gente, davanti ad uno dei migliori hotel e ad una delle moschee più grandi della città.
Montiamo un banchetto “alla bell'e meglio” e due cavalletti cui sono appesi due cartelloni con gli slogan della giornata: “Non spegnere la luce, tieni accesa la speranza” (sotto lo slogan, il disegno di un uomo che ne uccide un altro e a lato una candela che viene accesa, mentre due mani si stringono) e “Riconciliazione: non c'è alternativa. Non perdere l'occasione della Riconciliazione” (sotto lo slogan, il disegno di una folla di gente che raggiunge un traguardo in cui c'è scritto 'PAJTIMI' (riconciliazione), mentre un uomo, schiacciato da un masso, dal masso della 'GJAKMARRJA' (vendetta di sangue) perde sempre più contatto con la folla, si fa superare, non riuscendo alla fine a raggiungere il traguardo). Un terzo cavalletto è vicino al banchetto con un cartellone nero, in cui è scritto in bianco GJAKMARRJA.
Tutto è cominciato il lunedì precedente: ci riuniamo e rileggiamo insieme i commenti che i partecipanti alla precedente manifestazione ci avevano lasciato. Avevamo chiesto loro, infatti, di lasciarsi interpellare dalla domanda “se tu fossi il primo ministro dell'Albania, che cosa faresti per fermare il fenomeno della gjakmarrja?”. Le risposte sono illuminanti per noi, italiani, che faticosamente tentiamo di entrare in una cultura in cui la tradizione è molto forte, ma sporcata da una rabbia e da un odio continui, vissuti in solitudine, in un contesto in cui la perdita di significato del bene comune è strettamente legata alla necessità di difesa del proprio onore. Alcuni rispondono paragonando la riconciliazione ad una luce che ha bisogno di essere alimentata. Il primo Ministro dovrebbe alimentare questa luce, non contribuire a spegnerla. Altri suggeriscono che lo Stato dovrebbe costruire un centro per imparare a gestire le emozioni, compresa la rabbia, il senso di inferiorità. Altri ancora suggeriscono che lo Stato si prenda carico della vendetta, sostituendosi alle famiglie, così da sgravarle del peso di una giustizia fai da te e di ulteriori vendette.
Alcuni parlano del pajtimi, della riconciliazione; esprimono il desiderio che questa guerra silenziosa e nascosta finisca. Ci sembra importante che la manifestazione sottolinei e supporti questa tendenza, che individua nella riconciliazione una possibilità. Anche secondo noi è la sola e unica possibilità che permette all'uomo e alla donna di andare avanti nel proprio percorso di umanità. In questo sappiamo che stiamo sfidando la società albanese, non tanto ad introdurre un concetto nuovo nella sua cultura, quanto a recuperare quelle radici di solidarietà che sono state sradicate dalla dittatura, dall'entrata selvaggia del neoliberismo e da non so che cos'altro.
E allora eccoci alla manifestazione. Cominciamo con il consueto minuto di silenzio, a ricordo delle vittime della gjakmarrja. Il silenzio è preceduto dalla lettura di un comunicato da parte di una ragazza albanese, che continuerà a leggerlo al megafono per tutta la durata della manifestazione, camminando lungo la pedonale. Il comunicato dice: “Come Operazione Colomba continuiamo e continueremo in futuro a ricordare le vittime di hakmarrje e gjakmarrje. A questo problema, che sembra non avere mai fine, noi pensiamo ci sia una soluzione; ma questa soluzione funziona solo se la troviamo tutti insieme come popolo albanese. Il problema della gjakmarrje non distrugge solo qualche famiglia, ma distrugge tutto il futuro della nazione albanese. [...] Se ognuno non fa la propria parte, sarà difficile arrivare a un vero cambiamento. […] Oggi vi chiediamo di venire al tavolino di fronte all’Hotel Colosseo per accendere una fiamma simbolica di carta e attaccarla ad un cartellone nero al banchetto, per sconfiggere il buio della gjakmarrja”.
Io sono al banchetto, con la colla in mano, distribuisco le fiammelle di carta alla gente che si avvicina; tra di loro donne anziane, uomini anziani, ragazzi, ragazze, uomini. Alcuni entusiasti dell'iniziativa, altri titubanti; alcuni scortesi, altri provocatori. Alcuni attaccano volentieri la fiammella di carta che coprirà la scritta gjakmarrja sul cartellone nero, altri di malavoglia. Un signore ferma la sua moto davanti al banchetto, prende un volantino, non si leva il casco, lascia accesa la moto. Legge il volantino poi se lo mette in tasca e riparte. Altri buttano via il volantino poco più in là. Alle 18.30 ci fermiamo ancora una volta per ricordare ,con un minuto di silenzio, le vittime di hakmarrja e gjakmarrja. Poi ancora ci dividiamo, due gruppi percorrono la pedonale, continuando a leggere il comunicato al megafono e a volantinare, mentre la gente risponde come sopra.
Alla fine, alle 19, dopo un altro minuto di silenzio, un po' più di cento fiammelle sono state attaccate al cartellone nero a coprire la scritta gjakmarrja.
Io chiudo la colla, aiuto a caricare in auto il banchetto e il resto delle cose, pensando a quanto ci siamo esaltati quando il signore con la moto ha messo in tasca il volantino e non l'ha buttato via.
Questo è il progetto dell'infinitamente piccolo.








