Riconciliazione: il nuovo nome della pace?


RICONCILIAZIONE: IL NUOVO NOME DELLA PACE?

Immaginate uno spazio in cui le persone si possono incontrare liberamente e ammettere le loro colpe e i loro dolori, la sofferenza per le violenze subite e perpetrate. Pensate ad un luogo dove il confronto con quello che si è e con ciò che si è fatto avviene insieme ad altre persone; dove tutti i sentimenti dalla rabbia all'odio, dalla compassione alla pietà, dall'ostilità alla vicinanza coesistano e siano compresi all'interno di qualcosa di più grande riconosciuto e accettato da tutti.

Questo qualcosa di più grande si chiama riconciliazione. E' la terza via, quel terzo sentiero meno visibile all'imboccatura di un bivio; è l'altra possibilità tra tutte le scelte che sembrano esserci; la prospettiva che permette di considerare la distanza che separa due o più parti come un posto in cui si trovano tutti i passi che le parti devono compiere per avvicinarsi.

La riconciliazione si colloca inizialmente al centro e spinge le parti a muoversi poco a poco verso questo punto fino ad abbracciarsi poi diventa il cerchio entro cui le parti possono esistere ed essere come sono in tutta la loro diversità; conciliazione è un contenitore costituito da tanti altri contenitori più piccoli in armonia tra di loro.

Un amico palestinese di nome Ali che segue ormai da anni un processo di riconciliazione in Israele/Palestina dice che “prima di riuscire a far brillare l'oro ci vuole una preparazione lunga e costante ma alla fine del processo l'oro luccica”. La riconciliazione è un'evoluzione lenta che richiede molte energie, molto tempo e tanta tenacia ma alla fine permette la realizzazione di un futuro che scintilla e che è prezioso più dell'oro.

Non si può guardare al futuro senza aver rielaborato il passato. La rielaborazione ci fa prendere atto di ciò che siamo diventati oggi e ci permette di evitare gli errori già commessi.

La riconciliazione parte proprio da quello che è stato perché rappresenta uno spazio in cui le persone possono parlare e raccontare ciò che hanno vissuto. Quando si riesce a rivelare la propria storia, ad esplicitare il proprio dolore e a tradurlo in parole allora si dà una forma a quella sofferenza e la si può vedere anche al di fuori di noi; non è più qualcosa che ci ingloba o che ci soffoca. Se condividiamo il dolore con altre persone che ci ascoltano e che riconoscono le nostre pene attribuiamo un valore a quel patimento, lo stesso valore che non sminuisce ciò che abbiamo subito ma che al contrario lo rende vero. Il luogo del confronto permette alle persone di non essere più succubi della sofferenza. Chi parla e tira fuori ciò che prova non è più un protagonista passivo degli eventi ma ne diventa l'artefice. Riconoscere il dolore dell'altro anche in un aspro conflitto tra due parti significa vedere l'altro come essere umano, significa restituirgli la dignità di cui è stato privato in quanto vittima.

Il luogo della riconciliazione prova ad avviare un processo di riumanizzazione dell'altro perché l'incontro e il dialogo ci fanno uscire dal vicolo cieco degli stereotipi e dei pregiudizi nei confronti del “nemico”, dell'altro, del diverso.

Attuare la riconciliazione significa avere un bacino in cui la giustizia viene realizzata aiutando chi ha commesso l'ingiuria a riconoscere il proprio errore, a mostrare i suoi sentimenti di rimorso e pentimento alla vittima, a provvedere di risarcirla in tutti i modi possibili e ad impegnarsi a cambiare.

E' proprio per questo che la riconciliazione è così importante: essa implica il cambiamento delle persone. Non è scontato che la gente voglia cambiare anzi è più naturale il contrario; ma se il cambiamento può permettere di guardare ad un futuro positivo in cui i conflitti vengono risolti seguendo metodi nonviolenti che portino poi al ricongiungimento delle parti allora perché no.

Se cambiare significa lasciar andare la propria rabbia e incanalarla in qualcosa di costruttivo che ci migliora e che influenza anche gli altri, che ci dimostra l'esistenza di una possibilità diversa da quella distruttiva allora perché no.

Se questa prospettiva ci permette di vivere il presente e l'avvenire senza esserne schiacciati allora perché non cambiare.

Una volta una ragazza israeliana di nome Sharon mi ha detto: “se io che ho pagato il prezzo più alto di questa guerra, la perdita di mio fratello, riesco a parlare e ad abbracciare quello che dovrebbe essere il mio nemico, se sono riuscita a trasformare e a dare forma ai miei sentimenti, anche gli altri potrebbero riuscirci.”

Riconoscere la riconciliazione come prospettiva vuol dire impegnarsi a cambiare e la volontà di cambiare si innesca più facilmente se non sono il solo a farlo e se tale sistema costituisce le fondamenta della società nuova a cui vogliamo dar vita.

Ho chiesto a Sharon se la riconciliazione può aversi solo nel caso in cui un conflitto armato sia finito: dal momento che la sopravvivenza non è più la preoccupazione principale ci si può concentrare su tale processo. Lei mi ha risposto che gli accordi di pace in Israele/Palestina sono sempre falliti perché “le persone non erano preparate alle trattative. Per far sì che le persone sostengano gli accordi di pace ci deve essere un dialogo tra le parti. Se israeliani e palestinesi parlano e si riconoscono e si accettano reciprocamente allora saranno anche pronti a sostenere gli accordi a livello politico.”

Rendere le popolazioni civili, vittime di un conflitto, pronte ad appoggiare delle risoluzioni politiche equivale a creare quel momento di dialogo, quello spazio d'incontro in cui la sfera emotiva viene messa a nudo e a frutto per gettare le basi di un processo di riavvicinamento tra le parti.

La riconciliazione costruisce quel momento e quello spazio che permettono di trasformare le relazioni ostili. E' come un dono messo nelle mani di chi per primo subisce le violenze e decide che usare altra violenza non può che portare ulteriori devastazioni; per chi desidera liberare tutto il dolore che lo imprigiona e trasformarlo in qualcosa di utile; per chi sceglie di cambiare il corso degli eventi cercando di porre fine alla spirale di odio innescata. La riconciliazione consente alle persone di riscattare la loro posizione di vittime del conflitto e di farsi i promotori di un processo in cui il gradino più alto è il perdono di chi ha commesso l'ingiustizia.

Riconciliazione vuol dire non farsi giustizia causando nuove ingiustizie bensì avere in mano uno strumento che può liberare insieme le vittime e i perpetratori di entrambe le parti in conflitto.

Riconciliarsi esige molta pazienza, è un processo molto delicato e complesso; da ogni discussione nascono nuove difficoltà in quanto non ci sono regole precise da seguire, ma coinvolge ed espone tutti. La richiesta più grossa che ci pone è quella di riconciliarci prima con noi stessi, con quello che siamo, coi nostri sentimenti, belli o brutti, buoni o cattivi e ci impone una scelta che è quella di fare tutto ciò anche con le altre persone.

“Noi condividiamo il nostro vissuto, il nostro dolore con gli altri e gli altri con noi tramite la conversazione, il dialogo, l'ascolto degli altri senza giudizi. Sfortunatamente non possiamo modificare il passato. Se potessi portare indietro mio fratello, il fratello di Ali, Ivan e Panto di cui ora conosco la storia, lo farei in un secondo. Sfortunatamente non sono in grado di farlo. Ma ciò che possiamo fare è proteggere le persone che sono ancora in vita. Nessun muro, nessun combattimento, nessuna arma può realmente proteggere qualcuno. Solo la pace può farlo.” (Sharon e Ali)