Le parole mancanti

Albania

Gjini aveva venti anni e uno sguardo malinconico, gli hanno sparato sul ciglio della strada mentre stava rientrando a casa con suo fratello dopo aver lavorato in  un campo li vicino.
Alcuni spari hanno colpito anche suo fratello Xhevahier. Lui ce l'ha fatta a sopravvivere anche se si ritrova un proiettile a 5 millimetri dal cuore. In questi giorni si dovrà sottoporre ad un intervento per estrarlo.

I due fratelli appartengono ad una famiglia “ngujuar” (“inchiodata”) perché un loro cugino, 4 anni fa, ha ucciso un suo coetaneo.
Da allora per i due fratelli e per l'intero fis (famiglia allargata) G. la vita si è bloccata, si è cristallizzata nel momento in cui Pellumb (il cugino adesso in carcere) ha assassinato un suo amico stretto durante l'intervallo di una partita di calcio trasmessa in televisione. I motivi non è dato saperli con certezza. Le versioni più o meno ufficiali, quelle date dalle rispettive famiglie, quelle sussurrate ai bordi delle strade o all'interno dei locali e dei bar, si rincorrono, si inseguono e a volte si incontrano mentre a volte sembrano fare a pugni, escludersi a vicenda. C'è chi dice che il motivo della lite che ha portato al finale cruento, sia da ricollegare a motivi futili, (qualche parolaccia che pronunciata nei confronti della sorella ha offeso l'onore personale e della famiglia tutta), oppure a una resa dei conti per questioni da collegarsi al traffico di stupefacenti o ancora ad una rivalità amorosa per una ragazza.
Adesso con l'uccisione di Gjini la famiglia G. è ritornata libera e le spetterebbe di vendicarsi.
Ora sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico. Ora è il loro turno per sedersi sul trono della “gjakmarrja”, della vendetta di sangue e potrebbero diventare padroni della vita e della morte, decidere quali componenti della famiglia rivale devono morire e quali invece sono graziati e possono rimanere in vita. Sembra assurdo ma è così, la spada della vendetta sembra non conoscere tregua e continua ad infliggere colpi a tradimento.
Conoscevamo Gjini, con lui avevamo partecipato anche ad un attività agricola di formazione al lavoro proposta da un Associazione con cui collaboriamo. Seguiamo la sua famiglia da qualche tempo e ultimamente i rapporti stavano cominciando, in modo lento ma costante, a stringersi e a diventare sempre più assidui. Avevamo per l'appunto deciso, nei mesi scorsi, di intensificare i contatti e le visite perché avevamo saputo che il conflitto in cui era coinvolta la famiglia era molto acceso e non apparivano all'orizzonte segnali di distensione. Nell'ultimo periodo avevamo avuto più contatti con la famiglia di Zef, (zio di Gjini e padre di Pellumb, colui che ha commesso il primo omicidio e che ha scatenato la reazione del fratello dell'assassinato), anche perché, una volta ogni mese e mezzo circa, accompagnavamo la moglie e la figlia a visitare Pellumb in carcere che sta scontando una condanna a 9 anni per omicidio.
Saputo della tragica scomparsa di Gjini, abbiamo preso le informazioni necessarie per poter partecipare ai funerali e dopo qualche giorno ci siamo recati a visitare suo padre Mark e poi in seguito suo zio a Zef.
La nostra intenzione è di continuare a seguire la famiglia, in primo luogo per condividere la sofferenza e il dolore provocato dalla perdita del giovane congiunto, offrendo spazi di ascolto e attenzione espressi anche attraverso gesti di vicinanza e solidarietà concreta. In secondo luogo, c'è il desiderio di monitorare la situazione per evitare che la rabbia provocata da questa perdita violenta si esprima attraverso la vendetta.
Il difficile compito che ci attende è non soltanto quello di cercare di dissuadere la famiglia da eventuali desideri si vendetta, ma anche di lenire le ferite attraverso un percorso che porti al superamento della rabbia e del dolore che, com'è facile immaginarsi, rischiano di prendere il sopravvento. L'esperienza ci insegna che se le persone sono lasciate sole di fronte al proprio dolore e alla sofferenza, sono più portate ad isolarsi e a fare gesti inconsulti dettati dall'emotività.
Se non si riconosce che si è stati feriti e che si ha bisogno di una “cura” per superare il vuoto e la perdita di senso che ha attraversato la propria esistenza a causa di una perdita (come può essere la morte di un figlio o di un fratello) ci si continua a farsi e a fare del male con danni e conseguenze spesso irreversibili.
Come volontari quello che rende più complicato e difficile l'affrontare situazioni del genere, almeno per quello che mi riguarda, non è tanto lo “stare” nel dolore o percepire nell'aria stati d'animo di angoscia e morte, quanto la sottile e struggente constatazione che davanti alla morte e a un dolore grande, non ci sono parole da dire o sufficienti abbastanza per dare speranza e consolazione, e per suscitare la generazione di narrazioni che raccontino di perdono. Questa è una delle fatiche da superare e per cui lottare continuamente.
L'essere testimoni che un alternativa alla violenza è possibile non è compito facile né scevro da domande scomode, ma allo stesso tempo è una ricchezza di cui siamo portatori e che ci impegna a custodirla come un tesoro in un vaso di creta.

 

 

Marcello