Situazione attuale e Attività volontari/e
A giugno le attività quotidiane dei volontari/e di Operazione Colomba sono proseguite un passo dopo l'altro, camminando accanto a una vita che cerca ostinatamente di farsi spazio tra le macerie.
Abbiamo viaggiato molto, ricucendo i fili di una mappa umana lacerata in territori che per anni sono stati la linea di fuoco del conflitto, come Hama, Jezraya, Tel Tokan e la Ghouta orientale.
Il viaggio è iniziato a Der El Fardis (campagna ovest di Hama).
Dove un tempo sorgeva la prima linea del fronte, oggi si estendono campi di grano. La bellezza della mietitura si scontra con la memoria del luogo, in un'apparente normalità rurale tesa tra la vita che rinasce e lo spettro del conflitto.
Spostandoci a nord-ovest di Homs abbiamo visitato la Houla, luogo segnato dal massacro del maggio 2012, quando l’esercito e le sue milizie uccisero 108 persone, tra cui 34 donne e 49 bambini. Qui si tocca con mano la faticosa riconciliazione di una comunità. Davanti a una tazza di tè siedono insieme i familiari delle vittime, disertori rifugiati per quindici anni, ex membri della polizia di frontiera del regime oggi integrati nelle nuove forze di sicurezza, e persone arrestate dopo la guerra poi fuggite in Libano e infine rientrate.
Persone un tempo su fronti opposti oggi convivono in una realtà complessa, impossibile da leggere con schemi rigidi.
A Jezraya (sud di Aleppo) abbiamo compreso il dramma del "non poter tornare" per mancanza di risorse e affetti. Abbiamo fatto visita alla famiglia di una donna che vive ancora in Libano, nostra vicina nei campi profughi: lei è rimasta bloccata lì per mancanza di una casa e di mezzi economici, mentre la sua famiglia è rientrata in Siria. D’altro canto un intero nucleo familiare è ancora in Libano, mentre in Siria resta solo lo scheletro della loro casa pericolante.
Proseguendo, abbiamo visitato la Ghouta orientale, alle porte di Damasco, tristemente nota per l'attacco chimico dell'agosto 2013. Chi è rientrato dopo dieci anni fatica a riconoscere le proprie strade. Il tessuto sociale è stravolto dalla convivenza forzata tra i vecchi residenti tornati e i nuovi abitanti che lì cercano solo un tetto, provenienti dai quartieri maggiormente colpiti come Douma e Daraya, oppure Jobar, rasa al suolo al 95%.
A Qusayr, l’incontro con le persone svela come la percezione del ritorno si trasformi nel tempo in una dolorosa normalizzazione. Negli incontri tra amici ci si accorge che molte sedie sono rimaste vuote: si è rimasti in pochissimi, gli altri sono morti. Immaginare il futuro è difficile. Dopo quindici anni, le persone sono cambiate e la forte indigenza costringe a concentrarsi solo sulla sopravvivenza quotidiana.
Camminare in questa Siria mostra che non tutto si può ricomporre. Davanti alle sedie vuote di Qusayr o alle case distrutte di Jezraya, è chiaro che le questioni irrisolte del Paese continuano a scuoterlo. Però in Siria, al di là della cronaca e delle violenze, c'è una quotidianità autentica e pulsante che scorre e che si è fatta spazio tra le rovine. Incontrare, ascoltare e affiancare queste vite solleva tanti quesiti. Cercare ostinatamente delle risposte è però un tranello in cui cerchiamo di non cadere poiché, al di là dei fatti, questo nuovo capitolo siriano è un viaggio di cui noi abbiamo scelto di essere testimoni.




