Il 24 settembre 2026, nel corso della 63ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, riunito a Ginevra, durante il dialogo con il Meccanismo di esperti sui Diritti dei Popoli Indigeni (che ha presentato lo studio sul diritti dei Popoli Indigeni in situazioni di conflitto e post conflitto), una rappresentante della Comunità Papa Giovanni XXIII ha portato all’attenzione dell’Assemblea la situazione del popolo Mapuche in Cile, richiamando le profonde ingiustizie che, da lungo tempo, segnano il rapporto tra le comunità Mapuche e lo Stato.
Nell’intervento è stato sottolineato come il conflitto affondi le proprie radici in una storia caratterizzata dall’espropriazione delle terre, dalla negazione del Diritto all’autodeterminazione e da forme di discriminazione sistematica. Una situazione che continua ad avere conseguenze concrete sul presente e sulla vita quotidiana delle comunità Mapuche.
Di fronte a questa realtà, è stata evidenziata la necessità di adottare un nuovo paradigma, fondato sull’equità, sulla comprensione reciproca e sulla cooperazione tra lo Stato cileno e il popolo Mapuche. Per raggiungere questo obiettivo, è stato richiamato anche il bisogno di un cambiamento culturale capace di superare quelle narrazioni discriminatorie che affondano le proprie radici nelle ingiustizie storiche e nella violenza strutturale.
Un simile percorso dovrebbe contribuire a creare le condizioni per una pace duratura, fondata sulla giustizia, sulla riparazione e sulla partecipazione effettiva delle comunità interessate. In questa prospettiva, diventa fondamentale compiere un passaggio dalla negazione al riconoscimento e dalla logica del conflitto a quella della cooperazione.
Solo attraverso l’inclusione, la giustizia e il pieno riconoscimento dei diritti del popolo Mapuche, compreso il Diritto all’autodeterminazione, sarà possibile costruire le basi per una pace duratura e per una convivenza fondata sul rispetto reciproco.





