Diario di Francesca - 4
Io e Murim
Io, Murim e la sua paura in una sala d’attesa
La recupero nell’hotel in cui vive da qualche giorno dopo aver dormito per diverse lunghe notti in strada, senza un riparo, con suo figlio, senza un posto in cui stare
Oggi fa caldissimo, io sudo copiosamente
Lei invece ha una pelliccia
E nel mio arabo sgangherato, camminando tra macchine e cantieri, provo a ridere con lei di questa diversità, per rompere un po’ il ghiaccio
Non ci siamo mai viste prime
Non ha nessuno di cui fidarsi qui
Si fida di un’estranea
Si fida di me
Arriviamo in ambulatorio
Non ha un appuntamento
Mi dicono che non possono visitarla, che dobbiamo tornare il giorno dopo
Insisto, fa fatica a camminare, è spaventata
Insisto, rimaniamo fino all’orario di chiusura
Insisto, cerco una dottoressa
La dottoressa vede Murim e la riconosce dai giorni scorsi, le sorride, la visita, la medica, la tranquillizza
Murim però esce dall’ambulatorio con gli occhi gonfi
Non capisco
In teoria è andato tutto bene
Vorrei parlarle di più,
Per capire meglio cosa sente
Vorrei ma non riesco
Io che in arabo non so dire più di 6 parole
Mi invento di chiedere aiuto alla traduttrice dei medici
Sta uscendo, ha finito per oggi il suo infinito turno di lavoro
Non sarebbe il suo ruolo quello di tradurre per me, ma ha un cuore grande e anche lei vuole aiutare
Così io, l’interprete e Murim entriamo in una stanza e ci chiudiamo la porta alle spalle
Rimaniamo sole
Noi tre
Lei piange
Si sfoga
Timida, si copre il viso con il velo, piange molto
Si sente soffocare dal peso della responsabilità
Di essere qui sola con suo figlio senza certezze da offrirgli
“Ho paura per mio figlio”
“Sei una buona madre”
“E’ tutto sulle mie spalle”
“Non sei più sola”
“Non sono più sola”
Gli occhi si ripuliscono,
Uno spiraglio sereno in uno sguardo in tempesta
Le accarezzo il viso
La abbraccio
Mi stringe forte
"Shukran wallah bihubek wallah"
“Grazie, ti giuro che ti voglio bene”
Ti voglio bene anche io, Murim
Questo,
Il mio senso di essere qui




