Un dono è diverso da un regalo, un presente o un omaggio.
C’è un senso reverenziale e profondo in questa parola che dice tutta la forza della scelta di privarsi di ciò che è vitale, personale e intimo per consegnarsi a qualcuno, di accettare di perdere qualcosa perché qualcuno lo custodisca.
Infatti, quando si fa un dono a una persona cara ci si rivela, ci si scopre un po'.
Nel mio primo giorno in Grecia ho ricevuto un dono, un dono vero.
Conosco Mina e Alberto, volontari già sul campo che gentilmente mi sono venuti a prendere all’aeroporto.
Mi dicono che prima di andare a casa avremmo dovuto fare tappa alla Casa famiglia presente ad Atene.
Arriviamo e, dopo aver ricevuto una splendida accoglienza da parte di un vivace e saltellante bimbetto, incontriamo un giovane siriano con cui inizio a parlare.
Gli racconto di aver viaggiato in Siria tre anni fa, dei luoghi che ho visitato, gli mostro il quaderno che porto sempre con me nei viaggi con gli appunti dei luoghi in cui sono stata e delle persone che ho incontrato.
Recupero i ricordi grazie alle sue domande incalzanti e nei suoi occhi accesi vedo quei luoghi così belli e così sofferenti, vedo l’amore per la sua terra.
Mentre parliamo avverto di sentirmi non solo accolta come ospite attesa, ma raccolta: ogni esperienza vissuta, ogni volto incontrato in passato sono oggi ricuciti insieme nel volto di questo giovane che ha lasciato la sua terra per cercare vita altrove.
Ci dice che è arrivato dalla Siria con un paio di jeans, una doppia immaginetta di Gesù e Maria e una Bibbia donatagli da suo cugino che sta ad Aleppo.
Poi scompare e dopo poco riappare con la Bibbia donata e me la porge.
Per te, mi dice.
Mi sta donando una delle tre cose che parlano della sua storia, della sua terra.
Provo a rifiutare: non posso privarlo di questo.
Non sente ragioni, nessuna formalità.
Non è un regalo di benvenuto, niente di impersonale, è un dono e, in quanto tale, mi invita a ricordare tutte quelle terre che molte persone sono state costrette a lasciare, a riconoscere e custodire le loro storie, i loro luoghi cari e famigliari, gli odori, i sapori e i profumi che fanno di un posto la propria casa.
Mi chiama a cercare casa in loro e a diventarlo per loro.
In un tempo della storia in cui la voce grossa sembra essere solo “a casa loro”, resistere significa desiderare l’incontro e ricordarci che solo la vera umanità è la nostra casa comune, la magnifica capacità dell’uomo di donare all’altro tutto, tutto quello che è.
Con naturalezza e semplicità, questo giovane ragazzo siriano mi ha mostrato questo.
Non so cosa succederà in questo tempo nel progetto Grecia, ma, intanto, questo è stato l’inizio…
Sara




