Mando dal Libano pensieri confusi dalle emozioni che nascono vivendo in un campo profughi a un pugno di chilometri dalla Siria. I monti su cui passa il confine sono a distanza di uno sguardo, ma la guerra qui è una presenza che non conosce tregua negli occhi delle persone con le quali condividiamo tende, cibo, quotidianità e sofferenze. In Italia si fa un gran parlare di barconi, naufraghi, Mare Nostrum, Triton... poi un gran polverone di opinioni ufficiose e dichiarazioni ufficiali, mentre negli incontri ai banchi dell'Europa si decidono a sommi capi numerici le chance di esistenza degli uomini e delle donne che mi circondano.
Leggo di “distribuzione dei flussi migratori”: stiamo assegnando esseri umani come si tentano i numeri del lotto, lanciandoli sui territori nazionali europei in base al pil, percentuali e quote di presenza immigrata.
Ma qui intanto prosegue questa realtà di polvere e fantasmi della distruzione: mi chiedo di che cosa si stia effettivamente parlando... si tratta di possibilità? Di fughe per mare? Di futuro?
Lontano dai pallottolieri della convenienza economico politica, quaggiù, ho scoperto la prima verità: queste persone non hanno assolutamente nessuna scelta. Neppure quella di salire sui barconi.
Come potrebbero arrivare in Libia? Per poter almeno tentare la fuga, anche nella sfortuna bisogna essere fortunati, e non lo sei se sei un profugo siriano in Libano. Se torni indietro ti uccidono appena arrivi al confine perché sei considerato un disertore dell'esercito siriano quindi un ribelle del regime: una condanna a morte per via prioritaria. Ma come provare ad andare altrove? Il Libano ha per due terzi quel confine minaccioso con la Siria; a sud c'è Israele e un terreno in cui dagli anni '80 a tutt'oggi la missione UNIFIL dei caschi blu lavora allo sminamento dopo la tregua zoppicante tra Libano e Israele. Non puoi prendere né un aereo né una nave perché non hai i documenti.
Quella che è stata la tua vita in Siria adesso è sepolta dai lanci di barili incendiari e dalle briciole di quella che fu la tua casa. Dopo tre anni di vita in un accampamento di tende in Libano non sei più nessuno: persi tutti i documenti nella fuga e non potendo rifarne di nuovi, i tuoi figli non sono mai nati (e rischi perciò anche l'accusa di aver rubato i bambini che porti con te) e il tuo matrimonio non è mai stato celebrato. Tenti comunque quel futuro che ciascuno di noi pretende per se stesso, ma stai costruendo un castello di sabbia sul mare della disperazione: senza uno Stato a rappresentarti né uno Status per tutelarti, fosse perlomeno quello di rifugiato politico, hai perso il passato e non hai alcun modo di intervenire sul tuo domani.
Arrancando nelle difficoltà quotidiane i profughi siriani in Libano non hanno nemmeno il presente: questo Paese che li ha raccolti suo malgrado, sta ora cercando di ricacciarli indietro. Ancora una volta la Storia scritta con la violenza si dimostra essere una catena infinita di errori: il Libano ha vissuto una guerra civile che ha stravolto il Paese, e tutti qui temono il rischio di ripetere quell'esperienza. In un equilibrio di vetro sul precipizio dell'ennesimo conflitto stanno accordi fragilissimi tra confessioni diverse, tracciati col sangue durante quindici anni di guerra religiosa, politica e sociale.
Il Paese si trova a gestire quasi due milioni di profughi in una popolazione di quattro milioni di libanesi. Così per poter restare qui devi richiedere una certificazione in cui dichiari che non lavorerai attraverso una complicata procedura di garanzie che viene a costare centinaia di dollari. Soldi che non hai visto che per tua stessa dichiarazione non stai andando a lavorare. Se invece provi a infilarti nel circuito di sfruttamento del lavoro in nero, accetti di sottostare a promesse non mantenute di stipendi che non vedrai mai, consapevole di rischiare anche l'arresto e la possibile espulsione verso la Siria.
Perciò vivi nascosto: se ti fermano il male che rischi è peggiore del male che provi nel guardare te stesso diventare un animale braccato e accampato alla meglio in qualche garage nascosto, senza acqua, luce, soldi per il cibo e le medicine. Ma nascosto non guadagni, e assisti impotente al disfacimento della tua vita, della tua dignità e della salute dei tuoi figli. Cerchi infatti di non andare neanche in ospedale: le cure sono comunque troppo costose, ed ogni controllo ai check point sulle strade per le cliniche, senza documenti di identità, è un annunciato cartello di “fine corsa” su questo infernale gioco dell'oca, per tornare alla casella di partenza: la guerra in Siria.
Stando accanto a loro ho sentito di capire la storia di queste persone. Ora so cosa vuol dire essere un rifugiato siriano in Libano: un resto di umanità, a volte vedova, a volte orfano, a volte reso folle dalle torture nelle carceri del regime di Assad a forza di botte in testa, coltellate nella schiena e nel collo e sigarette spente sulle gambe. Spesso hai schegge di granate nel corpo, mani o gambe amputate, cicatrici eterne nell'anima e nella carne ad impedirti di dimenticare anche solo per un istante l'inferno da cui sei scappato. Ti alzi ogni mattina e non ti resta che la tua tenda di plastica scolorita e assi di legno: il tuo rifugio e la tua prigione. La tua identità: sei ancora qui, vivo per ora. E aspetti che qualcosa cambi, che si apra una strada o si tenda una mano che all'improvviso indichi una direzione.
Perché raccontare queste cose? Scrivere ancora e ancora e ancora di eventi e sventure che abbiamo già visto e sentito così tante volte nel percorso dell'umanità? Che cosa c'è di diverso ora? Stavolta per me la differenza è essere qui.
Non racconto per muovere a compassione, né per lacrimevole retorica. Spartisco con loro questa palude di miseria circondata dalle sabbie mobili della morte: posso solo cercare il senso dell'esistenza e della nostra presenza al mondo. Devo dare una risposta all'angoscia che assale davanti a tutto questo. Mi aggrappo alle frasi che scrivo per sopperire a quelle che, in un'altra lingua, non ho la capacità di far arrivare a loro: vorrei costruire autostrade di parole per dirgli che non li lasceremo, che provo a capire il loro dolore per strapparne un poco dall'abisso in cui sono precipitati scappando da bombe e paura. Attraverso i racconti delle peripezie che li hanno portati qui immagino il travaglio che non ho mai vissuto. E giuro a me stessa che me ne farò portavoce.
Ma per ora il gesto più immediato a portata delle mie mani è mettermi qui, raccolta nel silenzio di una casa in costruzione che sovrasta lo squallore, comunque e ostinatamente vivace di umani, del campo profughi sotto di me, e scrivere.
Devo provare a inseguire quella soluzione che sento come un obbligo cercare: in mezza giornata tre diverse famiglie hanno suggerito la loro risposta sorridendo con allegro umorismo: “abbiamo solo queste tende di plastica? Abbiamo deciso: le ribaltiamo al contrario e ci mettiamo in mare!”. Teloni cerati e infinita speranza sono tutto ciò che li lega adesso alla vita.
Nylon e desideri sono gli ingredienti locali dei sogni.
Ho il privilegio prezioso di poter condividere con gli ultimi della Terra questa periferia dell'umanità: fortuna che fatico a esprimere, perché dall'esempio delle loro storie riesco a imparare sempre più sulle dinamiche assassine della violenza e sulla luminosa dignità con cui si può invece scegliere di attaccarsi alla vita. Scappando da missili e torture per finire ammassati in una tendopoli al limitare della guerra, campando con tre figli e un sussidio di 19 euro al mese, non rinunciano a offrirci durante le visite un giro di tè, uno di aranciata, uno di caffè, uno di tisana al cumino nell'arco di un'ora. Condividendo il tormentato fermento di queste persone che non accettano la resa, tocco con mano la profondità dell'inumana indifferenza divenuta normalità dalla parte opposta del Mediterraneo: bruciano sulla mia pelle come su quella dei naufraghi di tutto il mondo gli effetti spietati della “Fortezza Europa”, arida cella di paura nella quale ci stiamo rinchiudendo convinti di doverci salvare da chissà quale pericolo, quando l'unico pericolo che stiamo metabolizzando è la perdita di interesse per i nostri fratelli umani.
Abbiamo paura di Assad, dell'Isis, di tutti quei gruppi armati attori del macabro teatro in cui il premio inseguito è il potere che svetta su una montagna di cadaveri... ci portano il Terrore?
Ma noi chi siamo invece? Cosa stiamo offrendo come alternativa?
Concentrandoci solo sulla difesa, in trincea dietro ai pregiudizi, non ci siamo accorti che stiamo ammazzando i superstiti della guerra proprio come Assad, Isis e tutti gli altri. Abbiamo ucciso il bambino morto fulminato dai cavi elettrici usati per scaldare l'acqua qui al campo; abbiamo ucciso il padre morto di dolore al cuore e nel cuore a due passi dalla nostra tenda. Uccideremo I. che a seguito di un'operazione al fegato ha ora una ferita così profonda che puoi scorgervi le viscere, ma non ha soldi per tornare in ospedale a farla chiudere e prega che non faccia infezione.
Uccideremo tutti coloro che resteranno impigliati nella rete che li cerca per catturarli e mandarli al macello in Siria: come ammazzeremo chi abbandona la sua lotta per il diritto all'esistenza naufragando nella polvere umiliante della propria baracca.
Non è necessario essere mostri che staccano teste inneggiando alla religione, per finire giudicati dalla Storia: c'è una verità che non abbiamo voglia di sapere, e si chiama colpevolezza per omissione di soccorso.
Siamo uomini e donne normali che, ancora una volta, stanno scegliendo quella banalità del male che ha sterminato tante esistenze in passato. Voltiamo le spalle all'urlo dell'orrore, continuando a camminare soddisfatti della nostra sicurezza e delle nostre confortevoli case senza voler riconoscere la nostra responsabilità davanti a un uomo che muore chiedendoci di aprirgli la porta. La nostra atomica, oggi, è la banalità meschina del silenzio. Non serve più nemmeno essere esecutori materiali: basta ignorare, e sempre più vite si spegneranno lontane dai nostri turbamenti.
Adesso come posso smettere di scrivere? Dopo aver allacciato i miei occhi all'anima ferita dei nostri vicini di tenda, vorrei solo gridare forte per liberarmi di questo dolore e far sentire la loro voce a quante più persone possibili: hanno ancora speranze, hanno ancora parole, hanno una storia, dei nomi, delle famiglie, hanno risate per scaldarci tutti assieme e un affetto indicibile da donare a chi è disposto a spendere un po' di attenzione per loro.
Vorrei potervi far sentire quanto può battere intensamente il cuore ora che è in presenza di un istinto più forte della morte: l'amore per la vita.
Se tutte queste emozioni talvolta tolgono il respiro e il sonno, ricorro ai pensieri già pensati di persone più sagge di me per ricordarmi che sì, questa travolgente emozione non solo fa parte della vita, ma dobbiamo sceglierla come nostra guida: “le cose di importanza fondamentale per le persone non possono essere conquistate solo attraverso la ragione ma anche con la sofferenza. Se vuoi che qualcosa di veramente importante si realizzi non devi dare spazio solo alla ragione, devi anche far agire il cuore”. (Gandhi)
Poteste ascoltare quanto rumore stanno facendo qui i nostri cuori di volontari e profughi: non ci sarebbe più bisogno di scrivere nemmeno una di tutte queste righe.
Crilla






