Nella storia di Operazione Colomba molte volte ci siamo trovati ad accompagnare persone che si sentivano in pericolo a spostarsi da un posto all’altro.
Tutt’ora, i volontari e le volontarie portano avanti questa azione di accompagnamento nei vari Paesi in cui operano: non abbiamo armi ma con la nostra presenza internazionale, riusciamo a creare protezione per queste persone che viaggiano più sicure e tranquille sapendoci al loro fianco.
In Libano molti siriani, qui profughi da diversi anni, hanno deciso di ritornare in Siria, ma altri preferiscono aspettare, molte case sono distrutte, quelle ancora in piedi sono state completamente svuotate, non hanno porte, né finestre.
Per quanto precaria, la vita in Libano per molti è considerata ancora un’opzione obbligata.
B. ad esempio vive da quasi 10 anni in questo Paese, così vicino eppure così estraneo dal suo; vive, riesce a sopravvivere con gli aiuti dell’UNHCR e il lavoro saltuario.
Una delle sue figlie ha problemi di salute; quando andiamo a trovarla, B. ci racconta un episodio di qualche giorno prima.
È stata fermata ad un checkpoint andando a Tripoli per degli esami che la figlia doveva fare in ospedale.
Una volta salita sul piccolo e affollato pulmino, l’autista le ha chiesto se i suoi documenti fossero in regola e lei ha risposto affermativamente - sapendo che un profugo siriano in Libano non è mai al 100% in regola, è quasi impossibile ottenere tutti i permessi.
Al chekpoint, il soldato di turno ha fatto accostare il service e ha chiesto a tutti di mostrare i documenti; lei ha consegnato la sua carta d’identità, il certificato di nascita della figlia e il “cifra” - il numero di registrazione che l’UNHCR assegna ai profughi siriani dal 2015 (prima rilasciava un file più completo, il “malaf”).
A quel punto le hanno fatte scendere dal service e le hanno fatte entrare in un piccolo stanzino, sulla strada, lasciandole lì ad aspettare per una decina di minuti. La bambina tremava dalla paura e per farla smettere un soldato le ha dato uno schiaffo; B. ha provato a sbloccare il suo smartphone per chiamare il marito, ma il soldato l’ha intimata di metterlo via, strattonandola.
Le hanno poi fatte spostare in un edificio più grande, attraversando una stanza piena: c’erano una quindicina di persone in fila... B. pensa fossero in attesa di essere riportate in Siria.
Superata la coda, sono entrate in un ufficio. Subito i militari le hanno fatto notare che il cifra e gli altri documenti non erano in regola, non bastavano come prova del fatto che lei vivesse in Libano.
Ci racconta che allora le è venuto in mente di mostrare i messaggi che riceve mensilmente dall’UNHCR per la quota mensile che le viene data come aiuto da 10 anni.
Un soldato le ha preso il telefono ed è uscito dalla stanza; dopo 10 minuti è rientrato e glielo ha restituito, lasciandole proseguire verso Tripoli.
Prima però hanno registrato i suoi dati e quelli della figlia, chiedendole quale fosse di preciso il villaggio da cui provengono.
Una volta uscita ha preso un taxi per arrivare a Tripoli; al ritorno è salita su un service senza che l’autista le chiedesse dei documenti e al checkpoint non li hanno fermati, ma ha visto, al lato opposto della strada, molti pulmini fermi in attesa di controlli.
Oggi invece abbiamo accompagnato A. e la sua famiglia a Tripoli, dove avevano un appuntamento.
Subito prima del check-point l’autista, nonostante le nostre lamentele, ha preteso che A. scendesse perché come documento, oltre ad una carta d’identità siriana scaduta, aveva solo il “cifra”, non il “malaf” o il permesso di soggiorno.
Siamo quindi scesi anche noi e subito ci ha raggiunto un soldato, chiedendoci i documenti.
Noi abbiamo mostrato i passaporti italiani, spiegandogli che stavamo accompagnando la famiglia.
A. ha aggiunto che il figlio è malato; il soldato ci ha ascoltato, ha guardato i nostri documenti e ci ha lasciati proseguire, facendoci attraversare il checkpoint a piedi.
Forse solo in situazioni come queste capiamo meglio il significato del verbo accompagnare, che per noi significa stare al fianco delle vittime e cercare di proteggere la loro vita, la loro dignità e i loro Diritti, in Libano, in Siria e in tutti i posti dove siamo presenti.
M. e P.





