Da Quseyr

Questa sera guardo le stelle da Quseyr, dal tetto della casa che abbiamo preso in affitto in questo piccolo paese siriano a sud-est di Homs.
Non è una vacanza, sicuramente non è turismo, non siamo propriamente cooperanti, non abbiamo un ufficio - e non ne vogliamo uno - ci spostiamo con i mezzi pubblici e parliamo dialetto levantino senza aver mai studiato l’arabo standard, quello ufficiale.

Mi rendo conto che la nostra presenza qui fa sorgere diversi interrogativi, sia ai siriani che agli italiani: perché, come, da quando, per quanto, con chi e ancora perché?
F., volontario con me, dice che ha scelto di essere qui per farsi delle domande, non per darsi delle risposte; non posso che essere d’accordo con lui.
E alla prima domanda ho risposto.
Siamo arrivati dal Libano, dopo aver vissuto al fianco dei siriani in quel che era - e non è più da tempo - la Svizzera del Medio Oriente.
Abbiamo ricevuto tanti, tanti, tanti inviti dalle molte persone che stanno tornando in Siria e piano piano intendiamo accettarli tutti; vogliamo vedere le loro case, anche se sono rovinate o distrutte.
Anzi forse vogliamo vedere soprattutto quelle, desideriamo essere testimoni del loro risollevarsi, così come lo siamo stati delle loro difficoltà.
La Siria non è come il posto che ho sentito raccontare dalle amiche, non è come loro la ricordano; non è facile riconoscere posti che sono stati importanti, in quelle che oggi sono macerie ammassate a bordo strada.
Ed è doloroso dover vedere quelle macerie giorno dopo giorno.
Da tre giorni “abbiamo” in una casa a Quseyr, e vorremmo starci qualche settimana.
Una casa è una cosa preziosa qui, da non dare per scontata.
Soprattutto una casa come la nostra, con i pannelli solari, la cisterna per l’acqua, il bagno funzionante, porte e finestre.
Le altre volte che siamo venuti qui - questa è la quarta - rimanevamo ospiti delle famiglie di amici che venivamo a trovare; avere una casa significa invece provare ad entrare a far parte della comunità di questa città, provare ad essere parte attiva.
Questo senza dimenticarci che rimaniamo “ajaneb”, stranieri, in questo Paese che abbiamo iniziato a conoscere da fuori e ora piano piano continuiamo ad approcciare da dentro.
La risposta a “con chi” potrebbe stupire.
Io a Quseyr ho almeno 5 padri e altrettante madri; ho tanti fratelli e ancora più sorelle.
A Quseyr i volontari e le volontarie di Operazione Colomba hanno tante famiglie: con cognomi e confessioni religiose diverse, estrazioni sociali variegate, qualcuno ha viaggiato ed è andato a vivere in Italia, alcuni sono morti in carcere o durante uno scontro armato, altri ora sono qui.
È con loro che condividiamo questo momento di rinascita, che speriamo ci porti lontano.

M.