S. è una mia amica.
Ci siamo conosciute in Italia in una città che inizialmente non apparteneva a nessuna delle due: per lei perché ci si è ritrovata catapultata con i Corridoi Umanitari, per me perché la vivevo solo di passaggio.
R. è sua sorella.
L’ho incontrata in Siria, in un paesino dove entrambe ci sentivamo a casa, nonostante lei fosse appena tornata dopo 13 anni di vita in Libano e io erano pochi giorni che ci abitavo.
R. e S. sono figlie della stessa famiglia, eppure hanno vissuto vite molto diverse, e continueranno a farlo.
Hanno altre due sorelle: M., che non è mai uscita dal loro Paese, e F., che da giovanissima, con la famiglia del marito è andata a Idlib (roccaforte della resistenza siriana fino alla caduta del regime di Assad).
Una famiglia, quattro vite, quattro storie.
Non una più bella dell’altra, o più semplice.
In ognuna c’è un valore intrinseco di coraggio e bellezza, accanto a tanto dolore.
L’esodo delle siriane negli ultimi 14 anni non è stato semplice né per chi è rimasta, né per chi se n’è andata.
Le prime hanno visto il loro Paese imbruttirsi, le persone chiudersi in casa, le parenti lontane, la mancanza di infrastrutture, la scarsità di contatto sociale, la paura dei bombardamenti e dei raid, l’impossibilità di viaggiare per via dei check-point militari.
A volte parlando con alcune di loro mi rendo conto di aver visto più Siria io in una manciata di mesi di quanto loro non abbiano potuto fare in tanti anni.
Chi è andata via invece ha dovuto fare i conti con i sensi di colpa, lingue nuove da imparare, usi e costumi di Paesi diversi, razzismo, debiti.
Tutte ora devono confrontarsi con la distruzione.
Da un anno è caduta la dittatura che ha oppresso questo popolo per tanto tempo, ma sembra che le energie statali per ricostruire il Paese al momento scarseggino.
Tante, tantissime sono state e continuano ad essere le iniziative locali, di privati, per pulire strade, sistemare aiuole, proporre attività a bambini e bambine.
Ma la distruzione non è solo quella di case, scuole, ospedali.
C’è bisogno di “tarmim” anche dentro, di restaurare anche i cuori, come cerco di dire alle amiche nel mio arabo un po’ sgangherato e maccheronico quando iniziamo a parlare di passato, presente e futuro.
Restaurare un cuore vuol dire prima di tutto ascoltarlo, avere il coraggio di contare quante cicatrici si porta dietro e capire quali ferite si devono ancora rimarginare.
Tornando alle mie amiche, a R. e S., entrambe nel 2012 sono andate in Libano, ma in due posti diversi, una sulle montagne e l’altra verso il mare; anche qui, non è che un posto fosse meglio dell’altro.
Poi S. nel 2018 è arrivata in Italia con i Corridoi umanitari, mentre R. è rimasta a vivere in Libano e non si sono più viste, fino a qualche settimana fa.
Io ero in Siria ed è stato emozionante vivere con R. i momenti di preparazione all’arrivo della sorella.
Penso valga la pena dilungarsi un pochetto su questo racconto, perché è una storia che nell’ultimo anno è successa a tante persone e che per me, R. ed S. ha tanto tanto valore.
Innanzitutto le siriane sono grandi appassionate di sorprese, motivo per cui S. ha avvisato solo R. del suo arrivo, senza dirle esattamente quando sarebbe stato e chiedendole di mantenere il segreto con tutte.
R. una volta che ha saputo dell’arrivo della sorella, ha deciso che doveva sistemare casa: ha comprato un set di tappeti e divani per il soggiorno, fatto sostituire dal marito la turca con il water in bagno, pulito le pareti ancora annerite dalla cenere, sistemato le ultime porte dove ancora mancavano.
E poi un giorno S. è arrivata, uno dei figli di R. l’ha riconosciuta mentre scendeva dalla macchina ed è subito andato dalla madre dicendole: “C’è una persona che assomiglia a zia S.”.
I fratelli lo hanno preso per pazzo, mentre R. è corsa fuori.
Ho visto i video dell’abbraccio che si sono date sulla porta di casa, la stessa casa in cui sono cresciute insieme da piccole, dove tante volte si erano già abbracciate.
R. mi ha scritto un messaggio e subito anche noi volontarie siamo andate a salutarle, felicissime e anche un po’ incredule di essere testimoni di una cosa così.
Chiacchierando, S. mi ha detto: “sono rientrata in Siria dalla stessa strada che anni fa ho fatto per uscire”.
È stata una giornata incredibile, di semplici ma grandi festeggiamenti.
Quando sono diventata volontaria della Colomba pensavo che vedere tante ingiustizie, giorno dopo giorno, mi avrebbe indurito il cuore e invece è successo l’opposto.
Piano piano si è ammorbidito e, assieme a quello delle mie amiche siriane, si sta restaurando.
M.





