A fine maggio saranno otto mesi che ci siamo stabilite a Quseyr, otto mesi che abbiamo una casa, otto mesi che cerchiamo di capire questo Paese, questa città, queste persone. Ci immergiamo sempre di più nella cultura profonda, nelle idee, sperimentiamo cibi nuovi, ascoltiamo, facciamo domande. Luoghi diversi hanno storie diverse, persone che hanno vissuto vite simili, ma mai uguali, e ora stanno elaborando a proprio modo i loro passati.
Nell’ultimo periodo ci siamo interessate soprattutto alla situazione del riff (campagna), dove abbiamo iniziato un progetto di sensibilizzazione socio-emotiva con i/le giovani del territorio – che però non è tema di questo scritto. Per noi questo rappresenta anche un motivo per incontrarsi, parlare, creare spazi di condivisione. Per mantenere stretti i legami ereditati dal Libano e stringerne di nuovi. Alla fine è tutto un modo per stare, condividere tempi e spazi, creare rapporti. Per ascoltare, fermarsi e lasciare che le persone raccontino le loro storie.
Quella di Aisha per esempio la conosciamo bene; lei è tornata in Siria all’inizio del 2026 insieme al marito e alle sei figlie e figli. È una famiglia di vecchia data della Colomba e, da quando abitiamo vicine, andiamo a trovarla spesso. Quella che loro ora chiamano casa sono in realtà due stanze brutte e spoglie in mattoni grigi e cemento, a una manciata di chilometri dal confine libanese. Per la festa dell’Eid Al-Fitr, a fine Ramadan, la figlia più piccola ha fatto comprare al padre le tipiche lucine a forma di luna e lanterne e le ha fatte appendere a una delle pareti. Il digiuno è finito da più di un mese, ma le lucine sono ancora lì: “Decorano” dice Aisha, “mettono allegria”, ed effettivamente sono l’unico “sfarzo” della casa. La loro famiglia è una delle tante che, ritornando, non ha ricevuto alcun tipo di aiuto: né dallo Stato, né dall’ONU, né da altre organizzazioni.
“Nel 2012 siamo scappati in Libano e non avevamo niente; adesso siamo tornati a casa e di nuovo non abbiamo niente, anzi è ancora peggio. In Libano c’erano delle Associazioni pronte ad aiutare i profughi siriani, mentre ora qui non c’è nessun tipo di sostegno”.
Nella campagna solo i privati ricostruiscono, a proprie spese e senza alcun incentivo economico. In particolare nel loro villaggio, anche i contributi per sistemare la moschea sono arrivati dagli abitanti, non dal Qatar o dall’Arabia Saudita, come invece succede in città, a Quseyr o a Homs. Il marito di Aisha ci racconta che si sono dovuti indebitare per comprare pannelli solari perché nel loro villaggio non arriva l'elettricità; i pali della luce sono stati danneggiati durante la guerra e nessuno si è ancora preoccupato di sistemarli. Forse è superfluo sottolinearlo, ma rimanere senza luce impedisce qualsiasi tipo di attività sociale e/o lavorativa serale, soprattutto d’inverno, quando il sole tramonta presto: fare i compiti di scuola, scaldare l’acqua per lavare i piatti della cena, chiacchierare bevendo una tazza di tè. E chiaramente implica anche una mancanza di illuminazione pubblica, con importanti ripercussioni sulla sicurezza degli spostamenti.
Lo stesso discorso vale per l’acqua: il sistema idrico è ormai inesistente e le persone devono contare sulla presenza di pozzi privati. Prima della guerra ogni famiglia ne aveva uno, ma quasi tutti sono stati resi inutilizzabili durante il conflitto, quando il regime e il Partito di Dio li hanno ostruiti con sassi o colate di cemento. Solo chi ha potuto permettersi la spesa economica ne ha scavati di nuovi.
Anche Khaled abita in un villaggio della campagna di Quseyr; quella con lui è un’amicizia recente, fresca, nata un paio di mesi fa. Lui e sua moglie hanno cinque figli; sono tornati dal Libano quattro giorni dopo la caduta del regime nel 2024.
“Quando c’è stata la liberazione è stato incredibile, non credevo fosse possibile! Una sera, dall’emozione, sono entrato in tenda tagliando la parete di plastica con il coltello e ho detto a mia moglie che il giorno dopo saremmo tornati in Siria; abbiamo passato la notte a sistemare tutte le nostre cose”.
Loro sono una di quelle famiglie che, rientrando, si sono portate dietro la tenda che per dodici anni è stata la loro abitazione, e l’hanno ricostruita accanto alle macerie di quella che era casa loro, continuando a viverci dentro. Al momento non hanno la possibilità di mettersi a ricostruire. Quest’anno Khaled, laureato in Lingua e Letteratura Araba, ha trovato lavoro come professore nella scuola del suo Paese. Nel suo villaggio ci sono ben cinque scuole tra elementari e medie, ma solo una di queste è agibile, motivo per cui un turno di lezioni al giorno non basta per tutti i bambini, se ne fanno due: uno al mattino e uno al pomeriggio. Dal momento che i fondi statali destinati all’istruzione non sono sufficienti, il suo stipendio viene pagato da un’associazione, ma anche così facendo non tutte le insegnanti sono retribuite. Alcune dedicano tempo e conoscenza come volontarie in queste scuole che spesso non hanno porte né finestre, né tantomeno il riscaldamento d’inverno. Scuole in cui bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi per via dei calcinacci che ingombrano il pavimento e che anche se li togli poi ritornano; scuole in cui mancano i libri di testo, oppure si sta seduti in quattro attorno al banco perché non ce ne sono abbastanza. Per non parlare della situazione dei bagni: spesso i bambini tornano a casa se durante la mattinata devono usare i servizi, perché quelli della scuola sono intasati e nessuno si occupa di sturarli.
La domanda che si fanno le persone è come mai l’elenco delle mancanze sia così lungo nel riff: è una scarsità di risorse, oppure una vera e propria discriminazione di classe, un profondo pregiudizio rurale portato avanti dalle istituzioni? Si tratta di zone in cui la principale fonte di reddito è rappresentata dal lavoro della terra; forse per questo lo Stato sta tardando così tanto ad arrivare. E lo stesso vale per Associazioni locali e internazionali, tutte concentrate a Quseyr, se non addirittura a Homs città. Mancano realtà che si interessino a queste zone dove, per fare un altro esempio, anche la sanità ha delle lacune veramente importanti: il sistema fognario non funziona, l’ospedale più vicino è a un’ora di macchina e la prima farmacia a mezz’ora.
Qualche giorno fa Saleh, un altro amico del riff, ci faceva vedere la foto di un serpente velenoso che ha trovato in casa sua, spiegandoci che se un animale così ti morde bisogna andare a Homs per l’antidoto – per l’appunto a un’ora di macchina da casa sua – perché più vicino non si trova.
E poi manca un forno per il pane, c’è un’importante malnutrizione infantile, nessuno dei ponti sull’Oronte (distrutti da Israele l’anno scorso) è stato riparato, e c’è assenza di posti di lavoro (o di stipendi).
Tutte queste carenze, queste problematiche materiali e concrete, hanno poi un impatto pesantissimo a livello psicologico su chiunque. Ha veramente senso parlare di “categorie a rischio” o “soggetti fragili” in un contesto del genere? Donne, anziani, bambini, uomini, ragazzini, minoranze e maggioranze, signore di mezza età: non rimane fuori nessuno, sono tutti vittime della guerra – principale causa della situazione instabile in cui si ritrovano a vivere – e di una discutibile gestione post-conflitto. Svegliarsi al mattino e continuare a vedere macerie, edifici distrutti, leggere notizie di una guerra a pochi chilometri di distanza: tutto affatica gli animi.
A questo poi si sommano i problemi economici e sociali che si fanno sempre più importanti e hanno ormai quasi completamente preso il posto della gioia per la liberazione di cui ci parlava Khaled. L’entusiasmo iniziale dell’8 dicembre 2024 sta ormai scemando e le fatiche si fanno sempre più visibili, soprattutto nel riff.
Così tanti Diritti fondamentali mancano in questo angolo di mondo: dall’istruzione alla sicurezza e all’igiene, dal cibo all’acqua, al lavoro. La speranza è che qualcosa cambi, anche se le ormai prolungate pressioni di Israele a sud non fanno ben sperare.
Da parte nostra, continuiamo a essere spettatrici della vita che scorre in questo angolo di mondo, chiedendoci continuamente come poter essere un ponte tra persone, idee, comunità e spazi.
M.





