Novembre 2012

SITUAZIONE ATTUALE - CONDIVISIONE E LAVORO - VOLONTARI

Ci troviamo spesso a riconoscere come qui il tempo non esista. Non che i palestinesi non misurino il tempo, o non conoscano bene i ritmi della terra ma noi ci accorgiamo di qualcosa di diverso. Spesso non facciamo caso al fatto che un mese finisce e inizia quello successivo, o che siamo entrati in un una nuova settimana. A volte nemmeno i giorni riusciamo a contare. Semplicemente il tempo scorre.

Il mese di Novembre, invece, si è fatto sentire con precisione nel suo inizio e nella sua fine.
Partiamo dalla fine, da un clima positivo che ci dà la spinta per raccontare questo mese. La sera di giovedì 29 novembre l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato la risoluzione che promuove la Palestina da “entità - osservatore” a “Stato osservatore non membro” presso le Nazioni Unite. L'Italia ha votato a favore, facendoci sperare che, chissà, forse il vento sta cambiando.
Il cuore di questo mese è stato invece segnato dai tragici eventi di Gaza. L'operazione "Pilastro di difesa" messa in atto dall'esercito israeliano, è partita il 14 novembre con l'uccisione del leader delle Brigate Ezz Eddin al-Qassam (braccio armato di Hamas). L'operazione si è conclusa il 23 novembre quando è stato firmato il cessate-il-fuoco tra le IDF e le fazioni di resistenza, con un bilancio agghiacciante: attacchi aerei, lanci di missili, scuole e ospedali distrutti insieme a moschee e decine di abitazioni, quasi 200 morti e altrettanti feriti, per la maggior parte civili. La Striscia di Gaza appare sempre più traumatizzata e isolata dal resto del mondo e dal resto della Palestina. Tuttavia la separazione è solo geografica: in Cisgiordania infatti la popolazione ha fatto sentire la propria solidarietà e anche la propria rabbia con  manifestazioni di vario genere represse con violenza da parte dell'esercito israeliano causando la morte di due civili palestinesi ed il ferimento di dozzine di altri. Uno dei morti è un ragazzino di 13 anni di Hebron. Non manca anche sul fronte israeliano un triste bilancio di danni e traumi. I missili Qassam hanno più volte colpito Be'er Sheva, Tel Aviv e altre zone.
Molti di voi dall'Italia si sono preoccupati per noi appena le notizie, in tempi come al solito velocissimi, e al sacrificio talvolta della verità, hanno raggiunto quella sponda di mondo. La realtà è che ad At-Tuwani e nelle South Hebron Hills non abbiamo corso alcun pericolo, ma la tragicità degli eventi ci ha colpito in pieno e soprattutto ha colpito i Palestinesi intorno a noi. Il nostro stare fuori la sera, con il naso in su a guardare un cielo segnato da aerei che andavano a portare morte a soli 40 km di distanza, ci ha fatto provare una rabbia e un'impotenza in parte simile a quella degli abitanti di questi villaggi che abbiamo visto con gli occhi tristi davanti a televisori e radio accesi, e a  pregare per i loro fratelli di Gaza.
Questo dolore si è accompagnato ad una quotidianità che continua con i suoi problemi, quelli di sempre, qui nelle South Hebron Hills. Il primo giorno di novembre è segnato da raid notturni in quattro villaggi della Firing Zone 918: l'area che comprende otto villaggi che rischiano l'evacuazione. Le firing zones infatti sono aree destinate ad esercitazioni militari dell'Esercito Israeliano. Siamo stati presenti in alcuni dei villaggi colpiti dai blitz notturni fin dalla notte del 1° novembre per quanto ci è stato possibile, viste le distanze e le difficoltà a raggiungere i villaggi. Nei giorni successivi abbiamo raccolto i racconti della gente che è stata vittima di harassements: gli elicotteri hanno scaricato i soldati che hanno fatto uscire ogni singolo abitante dalle proprie abitazioni, anche i neonati nelle culle. Hanno fatto fotografie e domande sulle proprietà ad ogni famiglia; una specie di censimento intimidatorio. Pronta è stata la risposta del Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta. E' cominciato insieme con il Comitato un lavoro di rete con altre associazioni di attivisti ed organizzazioni umanitarie presenti sul territorio. In particolare è stato fissato un calendario di periodici incontri di coordinamento da tenersi ad At-Tuwani ed è stata concordata la creazione di un appello congiunto contro l'evacuazione della Firing Zone 918.
Come Operazione Colomba siamo impegnati nel lancio di una campagna per l'abolizione della Firing Zone che verrà presentata anche in Italia e che si chiamerà "This must be the place": mutuando questo titolo dal film di Sorrentino per sottolineare che questo posto deve appartenere a chi ci vive: questo posto e queste persone non possono essere cancellate come se niente fosse. Non è tutto: dall'inizio del mese garantiamo la nostra presenza circa 5 giorni a settimana nei villaggi della Firing Zone, dormendo presso le famiglie. Anche altri gruppi di volontari stanno facendo lo stesso, grazie al coordinamento molto efficace che si sta verificando con alcune associazioni.
D'altronde, nonostante tutte le riunioni e gli studi sul caso, quello che sappiamo fare meglio resta stare con le persone, condividere i loro problemi e confrontarci con loro sui passi da compiere, insieme.
Continuiamo ovviamente anche con le regolari attività di Operazione Colomba ad At-Tuwani. In particolare ultimamente abbiamo assistito a diversi episodi di negligenza da parte dei soldati che effettuano lo School Patrol scortando ogni mattina e ogni pomeriggio i bambini del villaggio di Tuba nel tragitto da casa a scuola e viceversa.
La regola prevede che due soldati camminino con i bambini durante il tragitto per assicurare una maggiore sicurezza ma in questo periodo questo è successo raramente. In più giornate inoltre la camionetta dei militari non ha accompagnato i bambini fino alla fine del tragitto e si è verificato uno spiacevole episodio in cui i bambini dell'avamposto di Havat Ma'on hanno tirato sassi ai bambini di Tuba.
Un altro compito a cui abbiamo spesso risposto ultimamente, purtroppo, è stato quello di documentare demolizioni. Non sono più l'eccezione le situazioni in cui il telefono suona presto la mattina: qualcuno ha avvistato il convoglio di jeep di soldati, macchine della polizia, bulldozer e macchinari da demolizione che si dirigono verso qualche villaggio palestinese. Noi ci muoviamo il più velocemente possibile e con diversi mezzi per raggiungere il posto "di turno" in cui sono in corso le demolizioni; una volta arrivati assistiamo a penosi scenari, sempre simili, e che non possiamo cambiare. Pozzi o cisterne per l'acqua, rifugi o recinti per animali, case o tende che qui sono case a tutti gli effetti: sono oggetto di  ordini di demolizione, che probabilmente sono stati consegnati quando queste strutture erano ancora in costruzione.  Assistiamo al pianto delle donne davanti ai loro beni che crollano sotto le ruspe  e testimoniamo la rabbia di interi villaggi che restano a guardare inermi l'agghiacciante spettacolo.  
Novembre, oltre ad un inizio ed una fine e quanto vi abbiamo raccontato, nei suoi restanti giorni ha visto anche diverse attività quotidiane che si sono svolte senza particolari problemi per i palestinesi dell'area. Tra queste l'aratura della terra. E' arrivato il tempo delle prime  piogge che ha finalmente  consentito di  lavorare, seminare e pascolare le pecore su qualche ciuffo d'erba verde di cui non c'era traccia dopo l'estate. Fa eccezione, però, Nail.
Un pastore di un piccolo villaggio situato qui nelle South Hebron Hills che sta dimostrando un particolare coraggio proprio in questi giorni. Nail porta al pascolo il suo gregge nelle terre che circondano l'avamposto illegale di Avigayil e si trova ad essere vittima ogni giorno di coloni che vengono a scacciare le pecore dicendo che il confine oltre cui può stare è "fin dove loro possono vederlo", di soldati che spesso assecondano il volere dei coloni, e di poliziotti che ogni giorno gli danno nuove indicazioni su dove può o non può stare con le sue pecore. Nail ogni mattina ritorna sul posto e si colloca secondo le indicazioni che gli vengono date il giorno precedente, senza perdersi d'animo, con la sua telecamera, un cellulare da cui chiamare attivisti e polizia con una capacità unica di comunicazione e con la sua ironia, ripetendo anche a noi: "va bene così, domani vado un metro più in là".
Vorremmo concludere con un episodio che sembra racchiudere perfettamente tutto ciò di cui abbiamo parlato: Firing Zone 918, bambini, demolizioni, le colombe con i loro sentimenti e i palestinesi con la forza della speranza che non delude.
E' il 5 novembre, siamo nel villaggio di Al Fakheit che abbiamo raggiunto di corsa, siamo davanti a militari e macchine da demolizione, ma soprattutto siamo davanti alla piccola scuola che sta per rischiare la demolizione. C'è movimento. E' quasi l'ora della campanella che suona l'inizio delle lezioni. I palestinesi riescono a mettere in contatto l'ufficiale della polizia presente per eseguire l'abbattimento della scuola e gli avvocati che si stanno occupando degli ordini di demolizione. La scuola non può essere demolita per ora: decisione di sospensione dell'ordine da parte dell'Alta Corte di Giustizia Israeliana. La comunicazione non era arrivata in tempo per qualche disguido tecnico. Sono quasi le 8 e i bambini stanno per arrivare. Li vediamo, sotto i loro zaini pieni di quaderni, e quando si accorgono dei bulldozer, si fermano un secondo impietriti. Respirano forte, gonfiano il petto e raddrizzano la schiena.
Fieri, piccoli marmocchi sfilano piantando gli occhi negli occhi dei militari, che abbassano lo sguardo, vanno dietro le camionette o si trovano qualcosa da fare. I bambini entrano a scuola per posare lo zaino ed escono di nuovo quando l’ufficiale ordina il dietrofront alla carovana. La campanella suona, parte un applauso liberante da parte dei presenti davanti alla giustizia che, per oggi, si realizza.