SITUAZIONE ATTUALE
Era il 29 Novembre del 1947 quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò l'ormai celebre Risoluzione 181 (II) sulla partizione della Palestina. Sessantasette anni dopo, questo giorno viene ancora celebrato in tutto il mondo come l'International Day of Solidarity with the Palestinian People. E proprio mentre volge al termine il 2014, proclamato dalla stessa Assemblea Generale, durante la sua 68° sessione, “Anno Internazionale di Solidarietà con il popolo Palestinese”, viene da chiedersi in che modo la comunità internazionale stia mostrando solidarietà ad un Paese sempre più dilaniato da un conflitto che vive in questi giorni una nuova escalation di violenze. Mentre da una parte il blocco occidentale, gran parte dell'Europa e Stati Uniti in testa, continua a rifiutarsi di riconoscere la Palestina come Stato indipendente, l'Autorità Palestinese rinvia a data da destinarsi la richiesta al Consiglio di Sicurezza per la fine dell'occupazione israeliana. Così le sofferenze del popolo palestinese passano ancora una volta in secondo piano, per lasciare posto ai negoziati sul nucleare iraniano. Come se ciò non bastasse, il governo di "Bibi" Netanyahu approva il disegno di legge che qualifica Israele come "Stato della nazione ebraica", intraprendendo un pericoloso percorso di nazionalismo religioso per Israele e per il 20% dei suoi cittadini arabi, musulmani e cristiani.
Le ingiustizie si rispecchiano anche tra le strade di Gerusalemme e di tutta la Palestina, infuocate da manifestazioni, attentati e scontri, mentre la tensione cresce lentamente, alimentata da sentimenti di odio e vendetta. Dopo più un mese di botta e risposta scanditi da attentati, limitazioni alla libertà di culto e una durissima politica di demolizioni da parte di Israele, Hamas risponde proclamando il 21 Novembre come "Day of Rage" (giorno della rabbia), incitando i palestinesi a scontri con polizia e soldati israeliani.
Sull'altro versante la politica israeliana di punizione collettiva, finalizzata a scoraggiare ulteriori attacchi terroristici palestinesi, ha in realtà l'unico effetto di scatenare ulteriore ostilità e violenza che alcuni definiscono già come Terza Intifada. Anche nelle colline a sud di Hebron la preoccupazione è alta e la scelta nonviolenta del Comitato Popolare viene costantemente messa alla prova dalle violazioni dei diritti perpetrate da Israele. Mentre da un lato i villaggi di Um Al Kher e Susiya subiscono continui sequestri di materiale necessario ai palestinesi per costruire abitazioni o lavorare, dall'altra i coloni dell'avamposto illegale israeliano di Havat Ma'on continuano ad espandersi senza nessun intervento delle forze armate.
La tensione di questi giorni passa anche attraverso i soldati presenti nell'area, spesso ragazzi che portano sulle spalle il peso di un'estate a Gaza da 2139 morti. Il contatto con loro risulta quasi impossibile ai volontari di Operazione Colomba, che il 5 Novembre vengono arrestati e portati via con la forza senza aver commesso nessuna effrazione, per poi essere rilasciati dopo sei ore con un foglio di via dall'area della durata di due settimane.
CONDIVISIONE E LAVORO
Se da un lato la natura ha rallentato i suoi tempi per concedersi qualche lungo giorno di pioggia prima dell'inverno, dall'altro i ritmi dell'occupazione si sono fatti sempre più incalzanti. Ad inizio Novembre, l'episodio che più ha colpito Operazione Colomba, mettendo a rischio il proseguimento del progetto in Palestina, è stato l'arresto di tre volontari nel villaggio di Um Al Kher, ancora una volta sotto assedio da polizia e militari venuti per distruggere il Taboon (forno) per la terza volta e requisire i materiali per la costruzione di due tende. Le violenze subite dai ragazzi da parte delle forze dell'ordine, hanno provocato in loro un grosso senso di impotenza. La prepotenza ha fatto da padrona non solo per i falsi motivi con cui i volontari sono stati detenuti, ma soprattutto per la grossa ingiustizia che ne è conseguita, ovvero l'obbligo di lasciare l'area delle colline a sud di Hebron per un periodo di due settimane. Nonostante tale limitazione, i volontari hanno scelto di restare al villaggio di Tuwani, consci dell'importanza della loro presenza, necessaria per portare avanti l'intero progetto, seppur con capacità limitate. Fortunatamente, il clima ha assecondato la necessità dei volontari di non esporsi troppo e le giornate di pioggia hanno tenuto in casa sia occupanti che occupati. Con i nuovi raggi di sole, i primi fili d'erba sono timidamente comparsi a macchiare di verde il terreno ed i palestinesi hanno dato inizio alla stagione della semina. I volontari hanno accompagnato le famiglie durante questo momento così delicato, assistendo alla terra assumere nuove forme e sfumature sotto il peso delle aratro. E mentre le braccia dei palestinesi si ripetevano in gesti rituali alla coltivazione, anche i bracci - armati - dell'occupazione hanno ripreso a lavorare. Il villaggio di Susiya si è visto privare di un trattore e quattro cisterne per l'acqua necessarie a soddisfare il bisogno di acqua potabile nelle tende dei palestinesi, confiscate dall'esercito israeliano senza bisogno di preavviso. Anche i coloni di Havat Ma'on hanno ripreso il loro lavoro di espansione, cospargendo il perimetro dell'avamposto con pali alti tre metri. Formalmente piantati per segnalare il confine oltre il quale è proibito andare durante lo Shabbat ebraico (il settimo giorno della settimana ebraica, festivo e consacrato a Dio, nel quale si interrompe ogni lavoro e attività che comporti cosciente trasformazione dell’ordine esistente - cucinare, scrivere, usare l’elettricità, guidare la macchina ecc.), essi celano un pretesto con cui i membri del villaggio fanno i conti da molto tempo ormai: un nuovo ampliamento a spese delle terre palestinesi. L'intervento dei volontari è stato fondamentale anche in questa circostanza, in cui la documentazione raccolta è servita a denunciare questa nuova violazione delle leggi israeliane ed internazionali.
R-ESISTERE - La strada
Per chi ha scelto di votare la propria vita ad un cammino di nonviolenza, è difficile accettare il terrore che impervia per le strade del Paese in questi giorni. Per questo motivo, l'azione di resistenza nonviolenta del Comitato Popolare, questo mese, inizia proprio dalla strada. Una strada fisica, l'unica che collega i villaggi rurali delle colline a sud di Hebron con la città palestinese più vicina, da anni quasi impraticabile. Una strada che si fa metafora di un percorso interiore che la comunità palestinese ha intrapreso ormai da anni per dimostrare come un'alternativa di pace sia possibile e necessaria per contrastare le violenze e le ingiustizie che macchinano questa terra da troppo tempo. Ogni sabato del mese, tutto il villaggio si riunisce per sistemare il manto stradale e così facendo rinsalda il legame che tiene unita questa comunità attorno al grande ideale della nonviolenza. Donne, giovani, uomini e bambini, tutti assieme per ricostruire ciò che il tempo ha logorato, per innalzare un'unica voce contro la violenza e gli spargimenti di sangue, nella speranza che, proprio attraverso questa nuova strada, essa possa giungere a chi ha fatto del terrore la sua bandiera.
Intanto, a Gerusalemme, degli esponenti dell'estrema destra israeliana danno fuoco ad una scuola che accoglie studenti sia arabi che israeliani. Sulle pareti, graffiti di odio: "Non c'è coesistenza con il cancro".






