Che cosa significa essere nella Comunidad de Paz come Paloma, accompagnante di Operazione Colomba?
Indosso la maglietta arancione e lascio me, non sono più io, divento simbolo.
Significa essere testimone. Solo in piccola parte come lo sono questi alberi secolari, gli uccelli che puntualmente intonano inni al creato, le pietre levigate dal fiume come ossa di giganti, osservano da tempo immemore i movimenti umani.
Significa mettersi al servizio.
Significa non disporre di spazi e tempi propri, sacrificarli alla condivisione, all’accompagnamento, renderli sacri.
Incarnare l’essere strumento.
Significa una meditazione continua e costante sullo stare nel presente. Qui e ora. Accogliere il tanto, tutto quello che è. La bellezza più grande e il più grande orrore. La meraviglia per il creato, l’elevazione umana, la grazia dell’Unità e l’oppressione, la violenza, il dolore, le ingiustizie.
Quindi essere lucidamente cosciente che nella quiete potrebbe accadere qualunque cosa in qualunque momento. Significa sperimentare per un tempo definito il perenne stato di allerta che per le persone a cui siamo accanto è la normalità.
Significa meditazione sullo stare in questo vuoto di futuro, nella fragilità della vita.
Significa essere attraversata da una rabbia che fa ribollire le viscere, rivoltare la coscienza di fronte all’ingiustizia. Significa imparare ad accettarla, accoglierla, trasformarla in determinazione, spinta lucida per costruire.
Significa vivere la paura, di solito più per le persone che accompagniamo che per sé. Paura che le minacce continue si traducano nuovamente in realtà. Minacce che non riguardano le nostre vite, “nostre” di persone con un passaporto emesso da uno Stato che nella classifica si trova più in alto di questo. Non riguardano noi per una oscura legge che, pur osservandone chiaramente e costantemente gli effetti, resta incomprensibile, il suo profondo significato inafferrabile: una vita vale più di un’altra.
Significa sfruttare questa disuguaglianza per sovvertire, dove possibile, l’ordine delle cose.
Significa vivere l’essere presenza scomoda, con la eco della storia, della colonizzazione e della divisione gerarchica di un sistema mondo costruito su gradini di valore. Significa vivere l’essere idealizzate, l’oggettificazione, l’ossequio, il disprezzo, la curiosità.
Significa grande esercizio di umiltà, di dominio sull’ego.
Ridimensionare, riposizionarsi.
Spogliarsi, senza possibilità di appiglio alle maschere, alle piccole grandi comodità, abitudini, pezzi di carta, oggetti esteriori che dimostrano, che rassicurano sul ruolo e la posizione nella società. Senza orpelli né etichette. Senza spazio per mentire né mentirsi. Solo essere.
Significa essere attraversata molto spesso da brividi di ammirazione.
Significa essere in una posizione privilegiata per conoscere queste persone da vicino, poterle osservare nell’intimità della quotidianità. Da una distanza che permette di non mitizzarle né farne figurine patinate. Tra tutti i loro impegni, le minacce, le responsabilità, avere uno scorcio sulla gentilezza, l’attenzione, la cura, la tenerezza, sull’ironia magistralmente sfoderata per sdrammatizzare, per accogliere, sulla capacità di trovare inesauribilmente energia per far fronte a tutto questo.
Significa annusare in queste vite ciò che posso immaginare sia la santità.
Percepirla intessuta nella trama di muscoli tesi, mani callose, sorrisi a volte “stanchi ma mai arresi”.
Erica




