Dalla parte giusta

Sono seduto su una roccia in fondo al villaggio, in mezzo al nulla.
Più che un villaggio, sono qualche casa e qualche stalla per le pecore. Più che case, sono pareti di cemento con lamiere sopra; più che stalle, sono dei recinti di pietre ricoperti da teli.

Sono seduto su una roccia in fondo a Tahla, colline a sud di Hebron.


Guardo dritto davanti a me. Alla mia sinistra ho Abu Jamal e altri due o tre uomini del villaggio. Ci sono anche due donne. Guardano davanti a loro. Alla mia sinistra due volontarie. Guardano, da dentro la telecamera, davanti a loro. Dietro, di lato, teste che spuntano dall’angolo della “casa”, cinque o sei bambini. Il più grande avrà 4 anni. Facce preoccupate guardando la collina di fronte a loro.

Sono seduto su una roccia in fondo al villaggio di Tahla, colline a sud di Hebron, Palestina, Area C, territorio sotto occupazione israeliana. Occupazione militare e civile. Sotto di me un wadi, una piccola valletta. Forse, in qualche pioggia intensa, scorre anche un rigagnolo d’acqua. Dall’altra parte della valle una collina verde con macchie intense di fiori gialli.
Il posto giusto per far pascolare le pecore oggi.

Ma oggi, come ieri, Abu Jamal e gli altri non ci possono andare. Su quelle colline ci sono altri pastori. Sono coloni israeliani. I palestinesi hanno paura. La violenza dei coloni in questi giorni è aumentata e più volte hanno danneggiato proprietà e fatto violenze sulle persone, arrivando non solo a ferire ma anche ad uccidere.

Noi da una parte. Il wadi. E i coloni dall’altra.

Non sono più seduto su una roccia in fondo al villaggio. Da qualche secondo mi sono alzato ed ho acceso la telecamera. Due coloni stanno venendo verso di noi. Un breve cenno alla compagne di campo. Ci sono. Ci siamo. Sono un ragazzino adolescente ed un ragazzo sulla ventina, occhiali da sole alla John Lennon. Vengono sempre più vicini, provocano, prendono in giro… hanno un’aria spavalda, fanno gli sbruffoni. Anche gli uomini palestinesi si alzano e si mettono faccia a faccia con i coloni. Non proprio faccia a faccia.
Nel mezzo ci sono io.

Il ragazzino sfotte le persone presenti. Lo guardo negli occhi. Sono preparato a questi momenti, lo so e lo sento. Non riesce a sostenere il mio sguardo, distoglie gli occhi e continua.
I palestinesi non cedono alla provocazioni. Intano un pastore chiama la polizia israeliana “vi hanno picchiato? No? E allora cosa volete?”.
Dopo un periodo di non so quanto, carico di tensione, ritornano indietro, passano il wadi e continuano a far pascolare il loro gregge su terre palestinesi.

Sono ancora seduto su una roccia in fondo al villaggio, a guardare quella collina gialla e verde davanti a me. Alla mia sinistra non è rimasto più nessuno. Abu Jamal si è spostato più in alto, tiene sempre d’occhio i coloni.
Dietro di me i bambini non ci sono più. Anche le volontarie alla mia destra non ci sono più. Dopo essersi sedute con le donne e i bambini, adesso stanno giocando con loro. Stanno facendo un girotondo. I bambini ridono! Si vede che si divertono e che sono contenti!
Abu Jamal guarda verso di loro e sorride… non si trattiene da fare una fotografia con il telefono. Fa un cenno alla moglie, appena uscita di casa; lei guarda il gruppetto con le ajaneb (straniere) e ride.
Anche i coloni si vede stanno guardando quel girotondo che ride e si diverte. Chissà cosa pensano, penso io.

Io penso che sono dentro ad un’ingiustizia enorme.
Penso… perché prendersela con quella gente? Cosa ha fatto di male?
Penso che i bambini, tutti i bambini, anzi tutte le persone hanno diritto ad una vita piena.
Penso che a volte basta poco a cambiare il clima di una situazione, basta un girotondo… basta un po’ di umanità.
Penso che una cosa che possiamo fare è proprio stare con la gente e semplicemente condividere il dolore. O toccare insieme un momento fugace di serenità… uno sprazzo di amore!

Sono seduto su una roccia in fondo al villaggio di Tahla, colline a sud di Hebron, Palestina.
Sono dalla parte giusta!

A.L.