Diario di Ester
1. Capita, non raramente, di provare profonda rabbia per l’ingiustizia in atto.
Colare il cemento nei pozzi d’acqua, rubare il bestiame palestinese, sradicare gli ulivi.
Impedire ai palestinesi di lavorare la propria terra,
predisporre check point volanti armati all’ingresso dei villaggi,
pascolare le pecore sulle terre palestinesi distruggendone gli ulivi.
Puntare enormi fari tutta la notte sulle case palestinesi, mettere bandiere israeliane sulle colline,
attraversare i villaggi per terrorizzare.
Entrare nelle case, demolirle.
Detenere, arrestare, benda sugli occhi e manette.
Picchiare, ammazzare.
L’occupazione permea tutto, l’occupazione arriva ovunque.
L’occupazione è capillare, quotidiana, sistemica e sistematica.
L’occupazione è strategica, paranoica.
Un pezzo alla volta vuole rubare ai palestinesi tutta la terra.
Una costante e continua oppressione violenta e consapevole.
Un’oppressione sensoriale, fisica, mentale.
Vivere sotto l’occupazione è vivere sapendo che in ogni momento tutto può succedere.
L’obbiettivo dell’occupazione israeliana è rendere la vita dei palestinesi invivibile.
Le regole le fa l’occupazione. Regole ingiuste, inique.
Regole di discriminazione e apartheid.
Regole di pulizia etnica, di colonialismo d’insediamento e espropriazione territoriale.
Il tempo lo scandisce l’occupazione, tra attese e veglie.
Lo spazio è vita, e l’occupazione la vuole soffocare.
L’occupazione detta tutto, ad ogni livello.
L’occupazione ti vuole togliere il respiro.
Era una partita a calcio nel campetto della scuola. Era vita, era aria. Divenne occupazione.
Divenne la costante in cui i palestinesi sono immersi, mentre cercano di vivere una vita degna.
Ci sono dentro tutti, bambini compresi, che troppo presto imparano il significato di un’esistenza oppressa.
Ma a che gioco stiamo giocando?
Dove le pedine sono le persone, il fine la loro terra e il campo da gioco la loro vita.
A che gioco stiamo giocando? Mentre tutto va avanti, tra sprazzi di normalità.
Gli israeliani hanno creato questo sistema, i palestinesi lo conoscono, lo subiscono, ci devono convivere.
Io, attivista internazionale, ho gli stacchi dal campo, io me ne andrò.
Io sono un semplice strumento nelle mani della resistenza palestinese.
L’occupazione invece è la loro vita, senza stacco.
E mi chiedo cosa spinge i coloni a fare una vita infame, pur di rendere invivibile la vita dei palestinesi.
Chi nei container, negli avamposti, chi nelle colonie arroccate e circondate da muri e filo spinato.
Ossessionati, impauriti. Oppressori dei palestinesi e di sé stessi.
Il sabato, giorno di riposo, l’occupazione si espande e picchia duro.
Come fare questo ad un'altra persona? Se si considera persona...
E alle volte mi chiedo come facciano i palestinesi a resistere. Probabilmente non posso capire.
Immersi in una realtà inumana, ingiusta, pericolosa.
In costante vedetta, riconoscendo ogni macchina.
Guarda di che colore è la targa, ascolta se i cani abbaiano. Tutto ha un significato diverso.
Una realtà che i palestinesi sanno rendere piena di vita, di umanità, di condivisione.
Di quel viscerale Sumud di chi resta sulla propria terra, resiste contro l’occupazione, e abita la propria vita.
2. Capita, non raramente, che soffra per l’innocenza spezzata.
Arriviamo al Community Center di Umm Al Khair, e se non fosse circondato dai coloni, troppi e troppo vicini, sarebbe un posto bellissimo.
Quel vecchio autobus colorato all'ingresso mi porta per un instante all'autobus di Into the wild.
Arriviamo al Community Center, dove hanno ammazzato Ode a luglio.
Un morto, è capitato, e mi faccio paura perché questa morte non mi divora come dovrebbe.
Come trovare l'equilibrio tra il rimanere umana, il farmi toccare, il farmi ferire, e il riuscire a rimanere qua?
Arriviamo al Community Center, ci sono due bambini che corrono e paiono gemelli.
Non lo sono, uno è il figlio di Ode.
Mi metto a giocare con una bambina, è bellissima e mi disarma la sua voglia di ridere.
Non voglio chiedere se sia anche lei figlia di Ode.
Arriviamo al Community Center, ci sono scivoli e altalene, e mi immagino lo spazio libero e spensierato che in questo tempo non può permettersi di essere.
Lo spazio… lo spazio qua assume una sua specifica misura e significato. Lo spazio qua ha barriere invisibili.
A pochi metri di distanza da noi, troppo pochi metri, un gruppo di bambini coloni.
Sono a ridosso dei container dove vivono, intorno ad una macchina per fare lo zucchero filato.
Sotto un altro cielo sarebbe un'immagine felice. Non sotto questo cielo.
Vedo due mondi innocenti, ma già consapevoli,
due mondi così vicini e così lontani,
due mondi che crescono dove è stato ammazzato Ode.
Due mondi che potrebbero giocare insieme, ma che non lo faranno.
Nascono e crescono vicini, ma divisi da un filo spinato,
nascono e crescono imparando a odiarsi, imparando ad essere nemici,
nascono e crescono permeati in questa melma, chiamata occupazione.
In questa terra dove impari più facilmente ad odiare rispetto che ad amare,
dove il bastone con cui giochi è un fucile e non una bacchetta magica.
Loro, i bambini, figli del tempo e figli della loro terra.
Loro, i figli dell'occupazione.
3. Capita, non raramente, che mi chieda il mio senso in Palestina.
Io sono l’occupazione,
io sono la loro occupazione,
io sono la mia occupazione.
Fermati, fai un bel respiro,
prenditi cura di te stessa,
prenditi cura delle persone e dei luoghi che abiti,
prenditi cura dell’occupazione.
Fermati, dov’è rivolto il tuo sguardo?
Prenditi cura del ridere,
prenditi cura del far dimenticare anche per una sola canzone o una partita, il dove si è,
prenditi cura del ricordarti sempre del dove e perché sei.
Fermati, abitati, cercati nel marasma,
della tua rabbia, dolore, amore.
Perché lotti per la pace
se instauri piccole guerre quotidiane?
Crea piccoli gesti di amore
in questo schifo che è l’occupazione.
Io solo l’occupazione,
io sono la loro occupazione,
io sono la mia occupazione.
Penso al senso e al significato di stare nell’occupazione.
Di stare nella propria di occupazione. Perché forse ognuno di noi ne ha una.
E magari se la guardo attentamente, ci trovo anche il mio stesso volto.
Grazie Palestina, che mi mostri che è possibile stare nell’occupazione.
Grazie Palestina che mi insegni che posso scegliere di abitarla e provare ad essere libera al suo interno.
Ma quindi perché sono in Palestina?
Aumenta l’impunità, aumenta la violenza, e la mia utilità in quanto deterrente diminuisce.
In quanto protezione sono una presenza inutile, davanti alle macchine fotografiche ormai i coloni si comportano in ugual modo.
Perché sono qua?
Forse perché l’alternativa alla guerra non è la pace, ma la comunità.
È mettersi in relazione e scegliersi fratelli e sorelle.
È decostruirsi attraverso l’altro, è affidarsi.
È non avere ragione, non avere la stessa opinione, fare un passo verso l’altro.
È condividere.
Sono qua per essere uno strumento nelle mani della resistenza palestinese, che continua a chiedere di esserci.
Per provare a dare momenti di sonno, momenti di speranza e spensieratezza.
Per documentare, per essere occhi, orecchie e voce.
Per essere solidale, per condividere, per non lasciare i palestinesi soli.
Per stare.
Per i palestinesi che hanno paura e magari con noi al loro fianco non lasciano i villaggi per andare in città, lasciano all'occupazione spazio per avanzare.
Per essere continuità in una realtà abituata alle cose che non durano, alla mancanza di stabilità.
Perché faccio parte dell’occupazione e sogno quando non vorrò più tornare in Palestina.
Perché non ci sarà una resistenza, perché non ci sarà bisogno di resistere, ma si potrà esistere.
4. Capita, non raramente, che la resistenza palestinese mi commuova.
Non voglio morire ogni giorno, non guardando alla bellezza.
Ai palestinesi che ci offrono il tè, dopo che il colono pastore se ne è andato,
al muro di vedetta da costruire e i bambini, ognuno con il proprio secchiello pieno di malta, che corre avanti e indietro.
A giocare a scacchi con Asala,
ai ragazzi del villaggio che organizzano la partita di calcio pomeridiana,
alla famiglia dalla quale dormirai che ti sta offrendo la cena, e si mangia insieme tra chiacchiere e risate.
Ai palestinesi che escono a lavorare la loro terra,
alla comunità che si mobilita dopo che la casa di Samir è stata demolita.
Non voglio morire ogni giorno, scegliendo di non vivere, perché ho il privilegio di poterlo fare.
Siamo in cerchio, al centro un piccolo fuoco, un muro fatto di copertoni a proteggerci.
Ed è stare, in una vigile attesa. Un piccolo e resistente fuoco.
Nel buio, una luce brilla di più.
Le stelle ci guardano, e anche loro con noi sperano sarà una notte tranquilla.
Attorno, lungo tutto il crinale, fari potenti ed ingombranti, puntati sui villaggi palestinesi.
Fari per non far respirare, fari per non far dimenticare mai dell’occupazione, fari per non farti sentire al sicuro, fari per farti sentire osservato.
Fari per arrivare ovunque, nella mente, nell’anima.
In cerchio, al centro un piccolo fuoco, fa freddo, e in una pentola sfrigolano fagioli e pollo.
Un pasto condiviso alle due di notte, durante una vedetta intorno al fuoco.
Umili, fieri, saldi sulla loro terra.
Non voglio morire ogni giorno, lasciandomi piegare dall’occupazione.
L’occupazione vuole piegare i palestinesi, togliergli la sicurezza, la terra, la speranza.
Sotto occupazione neanche casa, neanche il divano è qualcosa su cui stare sicuri.
Figuriamoci la vita, la libertà.
L’occupazione vuole privare i palestinesi di tutto, vuole dire ai palestinesi che non hanno potere su niente.
La resistenza mi mostra che puoi scegliere, puoi scegliere di restare, di vivere, di amare e condividere su una terra resa consapevolmente invivibile.
L’occupazione vuole strappar via ai palestinesi la casa e la sicurezza di cui essa è custode,
la terra, libro della storia passata, presente e futura,
la libertà, e con essa la bontà,
l'innocenza.
Vuole portar via una madre, un padre, un fratello, una sorella.
La resistenza ricostruisce,
se è possibile una casa, e con essa la comunità circostante,
la terra, un passo alla volta,
la tua libertà, scegliendo di sperare e amare,
la tua innocenza, forse.
La madre, il padre, il fratello, una sorella. Non lo so proprio.
Non voglio morire ogni giorno, aspettando tra un fare e l’altro.
E tra una violenza e l’altra, attacco, prepotenza, usurpazione, abuso e sopruso, violazione,
c’è quel che pare attesa, ma probabilmente è quella parentesi chiamata vita.
L’apparente calma è il caos stesso, ti può portare alla paranoia.
L’attesa, lo stare, l’irrisolto come tempi di vita e valore, di té e silenzi.
Questo mi mostrano i palestinesi.
Vivere, la vita vera, la parentesi tra un’azione e l’altra.
Non voglio morire ogni giorno, perdendo la speranza.
Quando piove anche l’occupazione si ferma e la vita respira.
Con la pioggia fresca e viva, forse arriva anche un po’ di pace.
Due bambini giocano a palla in mezzo alla strada, fradici, ridono. È speranza.
Con la pioggia, fresca e viva, forse anche l’occupazione rallenta.
Non posso darla vinta all'occupazione, non posso permettermi di non sperare più.
Finché i palestinesi restano e resistono, voglio scegliere di esserci al loro fianco.
Una lotta non mia, ma che posso scegliere di ascoltare, affiancare, supportare.
Se luce, bellezza e speranza muoiono, l’occupazione ha vinto.
Non voglio morire ogni giorno, lottando fino alla morte, voglio lottare fino alla vita.
Sumud è restare, è non cedere all’occupazione.
Sumud è stare, è il legame con l’unica terra che hai, la tua terra.
Sumud è resistenza, è vivere la propria vita quotidiana.
È una resistenza capillare, dove ogni villaggio, strada, casa è importante.
Ogni famiglia, ogni ulivo.
Resistere è costruire, ricostruire. Case e relazioni.
Sumud è una foresta che nonostante le vengono continuamente tagliati, bruciati, sradicati gli alberi
inesorabilmente non smette di esistere, radicare verso il basso, e crescere verso l’alto.
5. Capita, non raramente, di ringraziare la Palestina.
L'occupazione sui palestinesi, l’impunità totale per i coloni,
soffro perché è maledettamente ingiusto, e provo rabbia e provo dolore.
Ma imparo dai palestinesi cosa vuol dire resistere, amare, essere liberi.
No, non avrete la mia rabbia.
Grazie Palestina che mi insegni a restare umana.
Grazie Palestina perché mi insegni a dar valore. A case, strade, alberi, tempi e persone.
Grazie Palestina perché mi insegni a stare.
Stare nell’irrisolto, nella veglia, nei silenzi, nel non far nulla. Nei rapporti umani, nella condivisione.
Grazie Palestina perché mi insegni il significato di restare, di resistere, di abitare.
Grazie Palestina che mi insegni a perdere, a non portare niente, ad essere irrilevante, a decostruirmi.
Grazie Palestina perché mi insegni che si può sempre scegliere.
L’occupazione detta le regole, scandisce i tempi e decide gli spazi, ma i palestinesi mi mostrano cosa vuol dire scegliere di non giocare alle sue regole, scegliere di non cedere alla propria rabbia.
Grazie Palestina che mi insegni che devo ascoltare la mia rabbia e il mio dolore, ma posso scegliere cosa farne.
Una rabbia che fa resistere, un dolore che fa amare.
Grazie Palestina che mi insegni che posso scegliere come reagire alla violenza.
Il controllo della mia reazione, quello potrò sempre averlo nelle mie mani.
Grazie Palestina.







