La dottoressa Nomfundo Walaza è una stretta collaboratrice dell’Arcivescovo Anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, uno degli uomini simbolo, insieme a Nelson Mandela, della lotta anti apartheid e del processo di riconciliazione nazionale in Sud Africa. Vittima della segregazione razziale, in quanto sudafricana di colore, la dottoressa Walaza è stata poi attrice del processo di transizione democratica del proprio paese, partecipando, come consulente psicologa fino al 2000, ai lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (CVR). | {google}8774291767513427189{/google} |
Direttrice del “Centro per la riabilitazione dei sopravvissuti ai traumi e alla tortura” dal 1994 al 2005 Nomfundo Walaza, invitata dall’Operazione Colomba (Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII) è venuta lo scorso febbraio in Italia per una serie di incontri, ed ha poi proseguito per il Kossovo, la Palestina e Israele (presso i progetti dell’Operazione Colomba) dove ha portato la sua testimonianza di riconciliazione e perdono per la pace.
Nomfundo Walaza: "Dobbiamo riumanizzare il nostro oppressore. Dipende da ciascuno di noi costruire una societa' di pace. Se riesci a coltivare uno spazio per la nonviolenza nel tuo cuore, allora c'e' speranza per la pace, i vostri figli devono essere capaci di guardarvi negli occhi e vedere che non avete abbandonato la speranza, La pace deve diventare il linguaggio di ogni giorno".
Cosa è l’apartheid?
La mia terra è stata colonizzata nel 1653, ma il sistema dell'Apartheid, cioè la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca (discendenti dai Boeri) nei confronti dei neri, è diventata legge nel 1950 ed è rimasta in vigore fino agli anni novanta.
Cosa è la Commissione Verità e Riconciliazione?
La CVR è il risultato di un atto che è passato nel ’95 nel parlamento sudafricano, un anno dopo le elezioni libere e democratiche che avevano finalmente eletto un governo che riconosceva anche i neri come persone umane.
Lo scopo era quello di promuovere l’unità nazionale e la riconciliazione, e l’intenzione era quella di stabilire la natura delle violazioni dei diritti umani che erano state perpetrate durante l’apartheid.
Quando Mandela uscì di prigione (1990) fu molto determinato sul fatto che l'unica soluzione all'Apartheid non era la vendetta ma un processo di comprensione nazionale. Diceva che se rispondi ad un nemico colpendolo non ti fai un buon servizio. La violenza non poteva essere risolta con la violenza e la vendetta, per ottenere una vera libertà bisognava trovare delle alternative.
Non era bene che anche il nostro popolo avesse del sangue sulle mani, abbassandosi al livello del perpetratore. Questo non ci avrebbe liberato dal nostro dolore, ma ci avrebbe solo spinto verso una maggiore disperazione.
Un compito fondamentale della CVR era quello di creare fiducia, contatto e dunque comprensione tra le parti. Non volevamo diventare come i nostri oppressori ma ci saremmo dovuti incontrare su un terreno difficile. C'è una grande disparità di ricchezza in Sud Africa. La maggior parte degli oppressori era rimasta ricca dopo la fine dell'Apartheid, e la maggioranza degli oppressi era rimasta povera. Ma i sudafricani hanno deciso che era importante riconciliarsi, per i nostri figli, per la pace della nostra terra.
Come funzionava, che compiti aveva, su cosa si basava la CVR?
Ai carnefici che decidevano di raccontare cosa avevano realmente fatto veniva data l’amnistia. Alle vittime, invece, veniva data la possibilità di raccontare la loro storia affinché non fosse mai dimenticata. Le vittime potevano finalmente dire cosa avevano vissuto e sofferto, in cambio avrebbero avuto così una sorta di restituzione della loro dignità. Quello che sarebbe successo è che avrebbero potuto vedere riconosciuta la violenza che avevano subito e nessuno avrebbe più potuto dire che quello che era successo in Sud Africa non era vero.
La propaganda diceva che erano bugie, i giornali venivano scritti da persone contro i neri, le verità venivano sempre distorte.
Così la Commissione ha dato a tutti la possibilità di dire la verità e riconoscerla in quanto tale, senza Commissione non so dove saremmo ora, con la frustrazione e la rabbia che le persone povere provano rispetto a quelle ricche. Dunque la Commissione ha aperto un dialogo e dove c’è dialogo c’è speranza.
Le persone di fede sono state agevolate nel processo di riconciliazione? La fede le ha aiutate a perdonare?
L’amnistia era contemplata per coloro che arrivavano alla Commissione con l’intenzione di dire solo e soltanto la verità, che dicevano “io ho fatto questo a te”, senza mentire ma raccontando i dettagli. Ma molte delle persone arrivavano con una versione della verità che non era completa e alcuni hanno cercato di utilizzare la religione come motivo di scusa per quello che avevano fatto o per invitare gli altri a perdonarli.
A capo della Commissione c’era l’Arcivescovo Tutu e questo quindi dava un senso religioso al lavoro che veniva fatto, ma c’era un po’ di scetticismo nel metter in mezzo la religione, anche perché sappiamo come l’apartheid era basato su principi religiosi, nel senso che loro lo giustificavano col dire che era la volontà di Dio.
La CVR in Sud Africa è stata una iniziativa legale ma allo stesso tempo è stata anche una iniziativa teologica ed ideologica, per le persone che hanno fede una esperienza di onestà e pietà, perdono e riconciliazione molto importante. Quindi abbiamo avuto una Commissione che ha guardato sia alla parte legale che a quella teologica, l’importante era che il processo portasse prima alla riconciliazione poi all’eventuale perdono. E lo scopo era anche quello della guarigione rispetto a quello che era accaduto.
Le persone nel paese si sono inizialmente scontrate con l’idea di perdono, a causa della confusione che si è creata tra il perdonare e il dimenticare, e anche perchè le vittime, nel momento in cui perdonavano, stavano ancora facendo qualcosa per il perpetratore, e la domanda allora era “cosa sta facendo il perpetratore per la vittima? Dove è la loro parte?”






