Intervista a Nomfundo Walaza

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Come nutrire questa speranza? Tu come la nutri?

Come mantengo il modo positivo di vedere la vita? Non è semplice, è qualcosa su cui devo lavorare costantemente tutti i giorni, ma a causa del mio lavoro, delle molte persone che vedo che soffrono, devo farlo: quando vedo quelle persone capaci di sopravvivere di fronte alle peggiori situazioni, mi sento di non avere scuse.

Se una mamma che non ha nemmeno i soldi per comprare la cena per i figli, si sveglia tutte le mattine e dice, devo andare avanti, allora io non posso dire basta, le persone devono riuscire a guardare oltre. La resilienza dello spirito umano, la capacità di sapersi adattare e resistere, mi da un senso di speranza; il fatto di poter venire qui nel vostro paese, vedere che voi mi ascoltate e mi prendete sul serio mi da speranza, e quindi quello che mi da la forza di continuare è sapere che le persone sono affamate della conoscenza di questa storia, della verità. Ma se io mi accorgessi che a nessuno interessa più costruire la pace, allora anch’io perderei la speranza. Quando vedo che nel mio paese ci sono bambini piccoli che vengono menati e stuprati da persone più grandi e vedi quel bambino che è completamente distrutto e lavori con lui e con la sua famiglia e lo rivedi dopo 9 anni che va a scuola e va avanti con la vita e vuole crescere e fare qualcosa nel mondo, quello mi da speranza.


Cosa hanno significato nella tua vita persone come Mandela e Tutu?

Mandela l’ho incontrato solo due volte, ma penso che quello che mi ha dato di più forte sia questa sua capacità di uscire dopo 26 anni di prigione e riuscire ad abbracciare i suoi oppressori… ha sempre detto che non è importante il passato, quello che è stato è stato, conta il futuro. Mandela è un uomo molto alto, ma se tu vai a vedere la sua cella sarà circa 2 metri per 2, e immaginarsi questa persona lì dentro, per 26 anni, e che poi quando esce riesce ad accendere non solo il suo paese ma tutto il mondo con il perdono, allora capisci di chi stiamo parlando. Il nostro paese non è scoppiato in una guerra civile grazie a lui, perché continuava a ricordarci il concetto di interdipendenza, che abbiamo bisogno l’uno dell’altro: quello era l’unico modo per impedire il collasso dei sistemi che reggevano il paese. Sono orgogliosa di questo leader, e spesso il problema dei conflitti nel mondo è che non hanno leader in grado di prendere responsabilità come ha fatto lui.

Tutu è un padre per me, ho lavorato con lui in Irlanda del nord in un progetto di riconciliazione dove lui era il mediatore, un facilitatore. Lui ci spinge a capire il bisogno di perdonare, anche se è così difficile, ma lui è paziente, e ci ricorda che non perdonare è come imprigionarsi in se stessi.


Pensando al tuo paese, quale è il rapporto tra la verità e il perdono?

Perdonare è un lavoro veramente difficile, ma non credo che sia necessario sapere la verità per perdonare, sono due cose separate, il perdono è una scelta, non è detto che se tu mi dici la verità io poi ti perdonerò, il racconto della verità facilita la riconciliazione e poi la riconciliazione facilita il perdono, però ritengo che sia molto difficile riconciliarsi con qualcuno se prima non ti sei riconciliato con te stesso, la carità deve sempre prima cominciare da casa propria.


Come fai a riconciliarti con quello che è successo?

Se penso alla mia gente, donne, bambini, anziani, persone come noi… un compito della CVR è stato quello di riumanizzarle, riportare la gente all’interno della sfera dell’umanità, perché c’era la percezione che in qualche modo queste persone si erano perse e non riuscivano più a vedere gli altri come esseri umani, gli esseri umani erano diventati qualcosa di “altro”. Quindi il tentativo di riconciliazione ha significato anche riumanizzazione, e quindi il processo del perdono ha fatto bene non solo alle vittime, ma la domanda che ci si è posti a lungo è: perché proprio le vittime hanno dovuto fare questo ulteriore enorme sforzo? Perché proprio loro, dopo tutto quello che avevano già sofferto, hanno dovuto fare questa ulteriore fatica di perdonare?

Ma l’UBUNTU ce lo dice chiaramente, alcuni di noi devono lavorare duramente, più duramente di altri, per poter raggiungere la Terra Promessa.

Dirò qualcosa sul perdono. Esso è molto più difficile che non la riconciliazione; come si fa a perdonare qualcuno quando per esempio costui non mostra rimorso?

Come fare a dimenticare quando le ragioni del conflitto sono ancora così evidenti, quando il fumo delle armi è ancora nell'aria?

La gente in Sud Africa ha cominciato a perdonare. Quando si chiede “come?”, rispondono: “volevo liberarmi dal dolore”.

Qualcuno ha detto che poteva perdonare per le sofferenze subite personalmente, ma non se la sentiva di perdonare per i morti e gli scomparsi, loro non avevano lasciato nessuna delega per farlo.

Il perdono non si impone, deve venire da dentro e solo quando è il tempo. Alcuni perdoneranno dopo 20 anni, dipende dalle circostanze, dipende da quando chi vi ha danneggiato lo ammette.