Intervista a Nomfundo Walaza

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Dopo oltre 10 anni dalla fine dell’apartheid, come si vive oggi in Sud Africa?

Dal 1994 le cose sono cambiate ma non completamente. Ora possiamo andare in spiaggia con le persone bianche, andare in tutti i ristoranti che vogliamo, avere come amico o marito chi vogliamo, dal ’94 abbiamo la costituzione più progressista del mondo, protegge i nostri diritti, ci permette di non essere schiacciati per quello che siamo e ci protegge da tutti gli “ismo” che influenzano la vita, dunque vivo in un paese libero, ma questa libertà nasce da molta sofferenza e dolore.

L’apartheid è dunque eliminato ma rimane il razzismo, un nero deve lavorare comunque il doppio di un bianco per ottenere la stessa cosa, ci sono delle politiche chiamate Alternative Action che prevedono che gli esclusi siano i primi, ma spesso queste non vengono messe in pratica.

Le relazioni sono sicuramente migliorate, ma siamo ancora lontani dalla sensazione che tutto è posto, mangiamo negli stessi ristoranti ma a volte nessuno si sente a proprio agio, se si facesse ora qualcosa anche per la disparità economica le cose andrebbero molto meglio. Ma quello che ci tiene uniti è pensarci come persone nel futuro. Ci manca ancora tanto ma siamo sulla strada giusta.

Ad esempio, un problema è che molto spesso le persone fanno finta di non sapere, dicono “non siamo razziste ma non sappiamo”, nel ‘94 le persone bianche non volevano saperne dell’apartheid, e noi ci siamo dovuti chiedere “chi sono allora i nostri persecutori? Se nessuno di voi è stato razzista, io a chi mi devo rivolgere per capire da dove viene la mia sofferenza?”

Non c’é niente di più liberatorio che la conoscenza, quando le persone possono rendersi conto, quando una persona viene da te e ti dice so che stai soffrendo e io sono parte di questa sofferenza, così non pensiamo di essere pazzi e di avere delle allucinazioni, e quindi la conoscenza giustifica la nostra esperienza e non abbiamo la sensazione di aver vissuto un incubo e credo che questo aiuterà il processo di riconciliazione del mio paese.


Quanti casi di amnistia ci sono stati e si sono sempre riconciliate le parti?

Non sappiamo quanti casi perché il processo non è ancora concluso definitivamente e magari ne verranno fuori altri e dunque non c’è un numero definitivo di quante persone hanno avuto l’amnistia, su 70.000 domande che ci sono state non c’è un numero di quante ad oggi sono state accolte.


Una delle difficoltà riscontrate in questi processi riguarda il rapporto con la tradizione Africana: in Africa i rituali sono molti importanti, per esempio nei casi in cui non è stato restituito il corpo della vittima, ci dicevano, “se non hai nessuno da seppellire, come puoi riconciliarti?”. Credo che ci sia qualcosa che ti fa guarire nel fatto di poter almeno seppellire il tuo caro, e sapere che è li e che puoi andare a pregare in quel posto.


I figli dei bianchi sapevano?

C’è stato il caso di un tipo che si è presentato alla Commissione perché aveva ucciso diverse persone. Quando poi i figli l’hanno visto in tv, il padre che loro rispettavano, che tutte le mattine si alzava, si metteva in giacca e cravatta per andare a lavoro e tornare con i soldi per poter permettere la loro educazione e la manutenzione della casa, vederlo ad un processo... improvvisamente ritrovarsi ad affrontare il fatto che tutti i soldi che avevano e la vita che si erano costruiti arrivava dalla sofferenza di qualcun altro….

Per questo ora in Sud Africa diciamo che le persone nere hanno sofferto ma non abbiamo ancora iniziato a quantificare la sofferenza dei bianchi.

Cosa accadrebbe a te se scoprissi che il lavoro di tuo padre, una persona di onore per te, era quello di uccidere delle persone, manderebbe in confusione la tua mente, dunque il dolore è stato sofferto da entrambe le parti e dobbiamo riconoscere anche questo, come noi cerchiamo di riconciliarsi con il nostro dolore dobbiamo anche capire con cosa i bianchi devono riconciliarsi.

La riconciliazione inizia da te, col riconciliarti con quello che è successo a te, da dentro di te, prima che tu possa riconciliarti con l’altro, quindi precede anche il processo del perdono, perché è molto difficile riuscire perdonare una persona se prima non ti sei riconciliato con quello che è successo a te. Se mi spari ad una gamba, e per questo me la dovranno tagliare, prima dovrò riconciliarmi col fatto che non avrò più una gamba, poi potrò pensare a riconciliarmi con te, perchè il perdono è un prezzo grande da pagare. Alle persone ogni giorno viene chiesto di perdonare come se perdonare fosse bere dell’acqua, certo che è importante perdonare perché non vogliamo essere bloccati nella frustrazione ma è importante che prima venga data la possibilità di riconciliarsi con quello che ti è successo.


Come avviene questo processo di riconciliazione con te stesso?

Non ci sono risposte facili ne ricette, ma penso che una cosa importante sia essere capaci di confrontarsi con il proprio dolore e spesso le persone non vogliono farlo, perché non vogliono ammetterlo, perché affrontarlo a volte vuol dire riviverlo e perdersi.

Ma questa non è una ricetta, perché ogni persona ha una forza dell’io diversa e perché le persone hanno sistemi di sopportazione diversi che gli permettono di entrare in contatto con le proprie sofferenze in maniera differente, perché per una persona ci possono volere 3, per altri 2, per altri 4 anni e dipende anche dal contesto sociale in cui vivi. Ad esempio se vivi nella povertà, dove pensi solo alla sopravvivenza, a un tetto, al cibo e alla scuola, non puoi concentrarsi sulla tua sofferenza traumatica, quindi noi dobbiamo anche preoccuparci del contesto in cui la persona vive, per capire il viaggio che dovrà fare per guarire, dunque è tutto relativo, perché siamo tutti umani e stupendamente diversi.


Come posso aiutare io, che sono fortunata, una persona che ha subito un dolore grande, come posso presentarmi di fronte a questa persona ed essergli di supporto?

É una questione di privilegi, è una sfida.

Per esempio, io credo che quando si incontrano i senza tetto, non necessariamente bisogna dargli dei soldi, o la scatola degli avanzi del ristorante, quello che dobbiamo fare è essere in grado di guardarli negli occhi e dargli una riconoscenza, e per questo non servono soldi, ma solo la nostra presenza con il nostro cuore.

Non conta quello che dai ma come lo dai, come ti approcci, con il tuo cuore e con il tuo spirito, è una presenza, non la trovi la risposta sui libri, è come tu sei come persona… incontri un barbone, lo guardi, e riconosci che esiste è come dirgli “ti riconosco sei come me, sei importante per me…”

La cosa che bisogna comunque tenere calda è la speranza, perché se la si abbandona il tuo corpo non reagisce più, le tue difese immunitarie ti abbandonano, devi tenere sempre viva la speranza.