Ci sono stati casi di amnistia in cui c’è stato un vero pentimento, oltre al dire tutta la verità?
C’era un criterio per dare l’amnistia e parte di questo comprendeva il dimostrare rimorso, ovviamente bisognava anche dire “sono stato io a fare questo, questo e quest’altro, giorno e luogo…” ma la parte del rimorso era la più importante. Quando il perpetratore incontrava la vittima e la guardava negli occhi ed era in grado di dire MI DISPIACE e la vittima riusciva e sentire la genuinità di questo gesto, allora era bello, ma la domanda è: se non ci fosse stata la Commissione, le persone sarebbero comunque andate a chiedere perdono? Dunque il dubbio rimane, i “cattivi” si dimostrano così dispiaciuti solo perché vogliono l’amnistia? La genuinità è una cosa difficile da capire.
Cosa significa lavorare con le persone che hanno subito violenza?
Io non vi parlo di cose teoriche, io ho una esperienza diretta di cosa voglia dire crescere nella violenza in Sud Africa, e cerco di trasmettere la storia del mio paese attraverso il mio personale dolore che è legato al dolore degli altri.
Di fronte ad una ingiustizia, tipo tuo marito ucciso e bruciato, verrebbe voglia di colpire il colpevole, ma forse un metodo migliore per avere giustizia c’è e, come dice Desmond Tutu quando parla di giustizia retributiva, è quello di mettere al centro di un palco questa persona e farlo confessare pubblicamente, di fronte a tutti, anche alle telecamere, e fargli ammettere tutto quello che ha commesso.
Si è deciso di rendere la Commissione pubblica perché è l’unico modo per guarire dalla violenza, affrontando la verità pubblicamente e ricominciando da lì a ricostruire.
Chi è Nomfundo Walaza?
Sono nata in Sud Africa, nel momento in cui l’apartheid era al massimo livello, nel ’63, quando molte persone di colore sono state uccise dalla polizia di sicurezza. Quindi sono nata e vissuta nel periodo e nell’area di massima sofferenza, e tutti i giorni andavo a scuola in questa situazione… non era sicuro essere neri in Sud Africa.
In quanto giovane donna in Sud Africa non avevo il coraggio di camminare per il mio quartiere per paura che mi buttassero in prigione dicendomi magari che non avevo i documenti giusti. Si cresce molto in fretta in queste situazioni. Vidi un giovane ammazzato di fronte a me.
Il ’76 è il momento in cui i giovani hanno portato il governo a dover affrontare i problemi del paese ed io ero di quella generazione. Nel ’76 hanno provato ad inserire l’afrikaans (la lingua dei boeri) nelle scuole, già dovevamo imparare l’inglese che non era la nostra lingua, poi anche l’afrikaans, ancora più difficile… siamo scesi per le strade, manifestato, tirato sassi, chiesto la liberazione di Mandela, urlato… potevamo fare questo perché non avevamo case, figli o mogli e mariti da perdere, non avevamo beni di lusso da proteggere… ed è per questo che se si guardano le mobilitazioni in genere sono sempre i giovani in prima linea, perché hanno poco di materiale da perdere, ma sono disposti a sacrificare la propria vita per il bene di tutti.
Ho visto la polizia che sparava verso un ragazzo, un ragazzo di circa 5 anni più grande di me, il leader del gruppo, era a torso nudo nonostante fosse inverno, aveva un’ascia in mano e noi dietro lui, la polizia ha detto che in 5 minuti dovevamo disperderci altrimenti cominciava a sparare, ma noi ci siamo uniti e avvicinati ancora di più a loro e hanno sparato e ucciso il ragazzo, di fronte a noi. Hanno preso una coperta dal furgone e a piedate l’hanno spinto nella coperta e poi l’hanno lanciato nel furgoncino e portato via. Non conoscevo quel ragazzo, ma l’immagine di lui morto rimarrà con me per tutta la vita, non posso cancellarla dalla mia testa ed è una esperienza che guida le mie intenzioni nel mondo. Ero un’adolescente, non solo venirne a conoscenza ma essere testimone di un assassinio proprio di fronte a te, se non hai protezioni, può essere molto pericoloso, vai la sera a letto e ci ripensi e pensi che il mondo non sia un posto sicuro dove vivere…
Ma come fai a vivere una esperienza del genere e a non avere la voglia poi di andare ad uccidere tu qualcuno? Perché non ti viene la reazione di dire “voglio che tutte le persone bianche se ne vadano via dal mio paese”? Perché non vuoi andare a distruggere le loro proprietà?
Noi viviamo in un paese che è stato colonizzato dai britannici e quando è stato colonizzato noi credevamo in una filosofia che è tutt’ora guida per la mia gente, si chiama UBUNTU, è una filosofia che si basa sul concetto UMUNTU NGUMUNTU NGABANTU che significa che “una persona è una persona solo attraverso le altre persone”. E questo è il motivo per il quale la mia gente non ha detto di andarsene ai bianchi, c’è stato il riconoscimento che tutti eravamo persone, anche i bianchi, e forse il motivo per cui non li abbiamo uccisi è perché ne abbiamo riconosciuto l’umanità, anche se loro non avevano riconosciuto la nostra, anche se loro non riconoscevano che quello era il nostro stato. Mandela e l’arcivescovo Tutu ci hanno guidato sui sentieri dell’ubuntu.
L’UBUNTU è un concetto di interdipendenza tra le persone, non si può sopravvivere senza le altre persone, come quando ci si lava le mani, una mano ha bisogno dell’altra.
Dovevamo abbracciare i nostri oppressori se volevamo andare avanti, e non è stato facile, anzi, molto doloroso, molti bianchi hanno negato che ci fosse stato l’apartheid, molti dicevano non avevano fatto nulla di male, ci dicevano “perché ci mettete davanti tanta energia negativa?”, non capivano l’operato della Commissione.
Se non ci fosse stato questo processo di riconciliazione e perdono avremmo cresciuto dei bambini violenti, il nostro tentativo era proprio quello di rompere questo circolo vizioso.
Si può soffrire, ma cosa si fa poi di quella sofferenza, alcune persone mantengono il dolore dentro e finiscono per bere, drogarsi, diventano violente, ma c’é un altro modo in cui questa sofferenza può essere utilizzata, trasformandola in qualcosa di positivo, mettendosi al servizio… non è facile.
Quando ho iniziato a fare la psicologa ho dovuto guardare dentro di me molto profondamente per capire la mia sofferenza, perché se non capisci la tua sofferenza non puoi aiutare gli altri, se te ne vai in giro per il mondo come una persona ferita finisci per essere aggressivo, sbandato, e non puoi essere da guida, devi prima dare un senso alla tua sofferenza.
Bisogna capire da dove arrivi per capire dove vai, puoi sopportare la sofferenza degli altri se sei stato capace di contenere la tua… è un equilibrio molto delicato. Così potrai preoccuparti anche degli altri.
Ma la questione non è paragonare le sofferenze, nel mondo si tende a dire “io ho sofferto di più, no ho sofferto di più io…” , no, il punto è capire che io ho sofferto e poi essere in grado di entrare in empatia con la sofferenza altrui, essere capaci dunque di mettersi nei panni dell’altro, capirne la sofferenza come fosse la propria e poi essere capaci di andare avanti.






