La dottoressa Nomfundo Walaza è una stretta collaboratrice dell’Arcivescovo Anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, uno degli uomini simbolo, insieme a Nelson Mandela, della lotta anti apartheid e del processo di riconciliazione nazionale in Sud Africa. Vittima della segregazione razziale, in quanto sudafricana di colore, la dottoressa Walaza è stata poi attrice del processo di transizione democratica del proprio paese, partecipando, come consulente psicologa fino al 2000, ai lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (CVR). | {google}8774291767513427189{/google} |
Direttrice del “Centro per la riabilitazione dei sopravvissuti ai traumi e alla tortura” dal 1994 al 2005 Nomfundo Walaza, invitata dall’Operazione Colomba (Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII) è venuta lo scorso febbraio in Italia per una serie di incontri, ed ha poi proseguito per il Kossovo, la Palestina e Israele (presso i progetti dell’Operazione Colomba) dove ha portato la sua testimonianza di riconciliazione e perdono per la pace.
Nomfundo Walaza: "Dobbiamo riumanizzare il nostro oppressore. Dipende da ciascuno di noi costruire una societa' di pace. Se riesci a coltivare uno spazio per la nonviolenza nel tuo cuore, allora c'e' speranza per la pace, i vostri figli devono essere capaci di guardarvi negli occhi e vedere che non avete abbandonato la speranza, La pace deve diventare il linguaggio di ogni giorno".
Cosa è l’apartheid?
La mia terra è stata colonizzata nel 1653, ma il sistema dell'Apartheid, cioè la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca (discendenti dai Boeri) nei confronti dei neri, è diventata legge nel 1950 ed è rimasta in vigore fino agli anni novanta.
Cosa è la Commissione Verità e Riconciliazione?
La CVR è il risultato di un atto che è passato nel ’95 nel parlamento sudafricano, un anno dopo le elezioni libere e democratiche che avevano finalmente eletto un governo che riconosceva anche i neri come persone umane.
Lo scopo era quello di promuovere l’unità nazionale e la riconciliazione, e l’intenzione era quella di stabilire la natura delle violazioni dei diritti umani che erano state perpetrate durante l’apartheid.
Quando Mandela uscì di prigione (1990) fu molto determinato sul fatto che l'unica soluzione all'Apartheid non era la vendetta ma un processo di comprensione nazionale. Diceva che se rispondi ad un nemico colpendolo non ti fai un buon servizio. La violenza non poteva essere risolta con la violenza e la vendetta, per ottenere una vera libertà bisognava trovare delle alternative.
Non era bene che anche il nostro popolo avesse del sangue sulle mani, abbassandosi al livello del perpetratore. Questo non ci avrebbe liberato dal nostro dolore, ma ci avrebbe solo spinto verso una maggiore disperazione.
Un compito fondamentale della CVR era quello di creare fiducia, contatto e dunque comprensione tra le parti. Non volevamo diventare come i nostri oppressori ma ci saremmo dovuti incontrare su un terreno difficile. C'è una grande disparità di ricchezza in Sud Africa. La maggior parte degli oppressori era rimasta ricca dopo la fine dell'Apartheid, e la maggioranza degli oppressi era rimasta povera. Ma i sudafricani hanno deciso che era importante riconciliarsi, per i nostri figli, per la pace della nostra terra.
Come funzionava, che compiti aveva, su cosa si basava la CVR?
Ai carnefici che decidevano di raccontare cosa avevano realmente fatto veniva data l’amnistia. Alle vittime, invece, veniva data la possibilità di raccontare la loro storia affinché non fosse mai dimenticata. Le vittime potevano finalmente dire cosa avevano vissuto e sofferto, in cambio avrebbero avuto così una sorta di restituzione della loro dignità. Quello che sarebbe successo è che avrebbero potuto vedere riconosciuta la violenza che avevano subito e nessuno avrebbe più potuto dire che quello che era successo in Sud Africa non era vero.
La propaganda diceva che erano bugie, i giornali venivano scritti da persone contro i neri, le verità venivano sempre distorte.
Così la Commissione ha dato a tutti la possibilità di dire la verità e riconoscerla in quanto tale, senza Commissione non so dove saremmo ora, con la frustrazione e la rabbia che le persone povere provano rispetto a quelle ricche. Dunque la Commissione ha aperto un dialogo e dove c’è dialogo c’è speranza.
Le persone di fede sono state agevolate nel processo di riconciliazione? La fede le ha aiutate a perdonare?
L’amnistia era contemplata per coloro che arrivavano alla Commissione con l’intenzione di dire solo e soltanto la verità, che dicevano “io ho fatto questo a te”, senza mentire ma raccontando i dettagli. Ma molte delle persone arrivavano con una versione della verità che non era completa e alcuni hanno cercato di utilizzare la religione come motivo di scusa per quello che avevano fatto o per invitare gli altri a perdonarli.
A capo della Commissione c’era l’Arcivescovo Tutu e questo quindi dava un senso religioso al lavoro che veniva fatto, ma c’era un po’ di scetticismo nel metter in mezzo la religione, anche perché sappiamo come l’apartheid era basato su principi religiosi, nel senso che loro lo giustificavano col dire che era la volontà di Dio.
La CVR in Sud Africa è stata una iniziativa legale ma allo stesso tempo è stata anche una iniziativa teologica ed ideologica, per le persone che hanno fede una esperienza di onestà e pietà, perdono e riconciliazione molto importante. Quindi abbiamo avuto una Commissione che ha guardato sia alla parte legale che a quella teologica, l’importante era che il processo portasse prima alla riconciliazione poi all’eventuale perdono. E lo scopo era anche quello della guarigione rispetto a quello che era accaduto.
Le persone nel paese si sono inizialmente scontrate con l’idea di perdono, a causa della confusione che si è creata tra il perdonare e il dimenticare, e anche perchè le vittime, nel momento in cui perdonavano, stavano ancora facendo qualcosa per il perpetratore, e la domanda allora era “cosa sta facendo il perpetratore per la vittima? Dove è la loro parte?”
Ci sono stati casi di amnistia in cui c’è stato un vero pentimento, oltre al dire tutta la verità?
C’era un criterio per dare l’amnistia e parte di questo comprendeva il dimostrare rimorso, ovviamente bisognava anche dire “sono stato io a fare questo, questo e quest’altro, giorno e luogo…” ma la parte del rimorso era la più importante. Quando il perpetratore incontrava la vittima e la guardava negli occhi ed era in grado di dire MI DISPIACE e la vittima riusciva e sentire la genuinità di questo gesto, allora era bello, ma la domanda è: se non ci fosse stata la Commissione, le persone sarebbero comunque andate a chiedere perdono? Dunque il dubbio rimane, i “cattivi” si dimostrano così dispiaciuti solo perché vogliono l’amnistia? La genuinità è una cosa difficile da capire.
Cosa significa lavorare con le persone che hanno subito violenza?
Io non vi parlo di cose teoriche, io ho una esperienza diretta di cosa voglia dire crescere nella violenza in Sud Africa, e cerco di trasmettere la storia del mio paese attraverso il mio personale dolore che è legato al dolore degli altri.
Di fronte ad una ingiustizia, tipo tuo marito ucciso e bruciato, verrebbe voglia di colpire il colpevole, ma forse un metodo migliore per avere giustizia c’è e, come dice Desmond Tutu quando parla di giustizia retributiva, è quello di mettere al centro di un palco questa persona e farlo confessare pubblicamente, di fronte a tutti, anche alle telecamere, e fargli ammettere tutto quello che ha commesso.
Si è deciso di rendere la Commissione pubblica perché è l’unico modo per guarire dalla violenza, affrontando la verità pubblicamente e ricominciando da lì a ricostruire.
Chi è Nomfundo Walaza?
Sono nata in Sud Africa, nel momento in cui l’apartheid era al massimo livello, nel ’63, quando molte persone di colore sono state uccise dalla polizia di sicurezza. Quindi sono nata e vissuta nel periodo e nell’area di massima sofferenza, e tutti i giorni andavo a scuola in questa situazione… non era sicuro essere neri in Sud Africa.
In quanto giovane donna in Sud Africa non avevo il coraggio di camminare per il mio quartiere per paura che mi buttassero in prigione dicendomi magari che non avevo i documenti giusti. Si cresce molto in fretta in queste situazioni. Vidi un giovane ammazzato di fronte a me.
Il ’76 è il momento in cui i giovani hanno portato il governo a dover affrontare i problemi del paese ed io ero di quella generazione. Nel ’76 hanno provato ad inserire l’afrikaans (la lingua dei boeri) nelle scuole, già dovevamo imparare l’inglese che non era la nostra lingua, poi anche l’afrikaans, ancora più difficile… siamo scesi per le strade, manifestato, tirato sassi, chiesto la liberazione di Mandela, urlato… potevamo fare questo perché non avevamo case, figli o mogli e mariti da perdere, non avevamo beni di lusso da proteggere… ed è per questo che se si guardano le mobilitazioni in genere sono sempre i giovani in prima linea, perché hanno poco di materiale da perdere, ma sono disposti a sacrificare la propria vita per il bene di tutti.
Ho visto la polizia che sparava verso un ragazzo, un ragazzo di circa 5 anni più grande di me, il leader del gruppo, era a torso nudo nonostante fosse inverno, aveva un’ascia in mano e noi dietro lui, la polizia ha detto che in 5 minuti dovevamo disperderci altrimenti cominciava a sparare, ma noi ci siamo uniti e avvicinati ancora di più a loro e hanno sparato e ucciso il ragazzo, di fronte a noi. Hanno preso una coperta dal furgone e a piedate l’hanno spinto nella coperta e poi l’hanno lanciato nel furgoncino e portato via. Non conoscevo quel ragazzo, ma l’immagine di lui morto rimarrà con me per tutta la vita, non posso cancellarla dalla mia testa ed è una esperienza che guida le mie intenzioni nel mondo. Ero un’adolescente, non solo venirne a conoscenza ma essere testimone di un assassinio proprio di fronte a te, se non hai protezioni, può essere molto pericoloso, vai la sera a letto e ci ripensi e pensi che il mondo non sia un posto sicuro dove vivere…
Ma come fai a vivere una esperienza del genere e a non avere la voglia poi di andare ad uccidere tu qualcuno? Perché non ti viene la reazione di dire “voglio che tutte le persone bianche se ne vadano via dal mio paese”? Perché non vuoi andare a distruggere le loro proprietà?
Noi viviamo in un paese che è stato colonizzato dai britannici e quando è stato colonizzato noi credevamo in una filosofia che è tutt’ora guida per la mia gente, si chiama UBUNTU, è una filosofia che si basa sul concetto UMUNTU NGUMUNTU NGABANTU che significa che “una persona è una persona solo attraverso le altre persone”. E questo è il motivo per il quale la mia gente non ha detto di andarsene ai bianchi, c’è stato il riconoscimento che tutti eravamo persone, anche i bianchi, e forse il motivo per cui non li abbiamo uccisi è perché ne abbiamo riconosciuto l’umanità, anche se loro non avevano riconosciuto la nostra, anche se loro non riconoscevano che quello era il nostro stato. Mandela e l’arcivescovo Tutu ci hanno guidato sui sentieri dell’ubuntu.
L’UBUNTU è un concetto di interdipendenza tra le persone, non si può sopravvivere senza le altre persone, come quando ci si lava le mani, una mano ha bisogno dell’altra.
Dovevamo abbracciare i nostri oppressori se volevamo andare avanti, e non è stato facile, anzi, molto doloroso, molti bianchi hanno negato che ci fosse stato l’apartheid, molti dicevano non avevano fatto nulla di male, ci dicevano “perché ci mettete davanti tanta energia negativa?”, non capivano l’operato della Commissione.
Se non ci fosse stato questo processo di riconciliazione e perdono avremmo cresciuto dei bambini violenti, il nostro tentativo era proprio quello di rompere questo circolo vizioso.
Si può soffrire, ma cosa si fa poi di quella sofferenza, alcune persone mantengono il dolore dentro e finiscono per bere, drogarsi, diventano violente, ma c’é un altro modo in cui questa sofferenza può essere utilizzata, trasformandola in qualcosa di positivo, mettendosi al servizio… non è facile.
Quando ho iniziato a fare la psicologa ho dovuto guardare dentro di me molto profondamente per capire la mia sofferenza, perché se non capisci la tua sofferenza non puoi aiutare gli altri, se te ne vai in giro per il mondo come una persona ferita finisci per essere aggressivo, sbandato, e non puoi essere da guida, devi prima dare un senso alla tua sofferenza.
Bisogna capire da dove arrivi per capire dove vai, puoi sopportare la sofferenza degli altri se sei stato capace di contenere la tua… è un equilibrio molto delicato. Così potrai preoccuparti anche degli altri.
Ma la questione non è paragonare le sofferenze, nel mondo si tende a dire “io ho sofferto di più, no ho sofferto di più io…” , no, il punto è capire che io ho sofferto e poi essere in grado di entrare in empatia con la sofferenza altrui, essere capaci dunque di mettersi nei panni dell’altro, capirne la sofferenza come fosse la propria e poi essere capaci di andare avanti.
Dopo oltre 10 anni dalla fine dell’apartheid, come si vive oggi in Sud Africa?
Dal 1994 le cose sono cambiate ma non completamente. Ora possiamo andare in spiaggia con le persone bianche, andare in tutti i ristoranti che vogliamo, avere come amico o marito chi vogliamo, dal ’94 abbiamo la costituzione più progressista del mondo, protegge i nostri diritti, ci permette di non essere schiacciati per quello che siamo e ci protegge da tutti gli “ismo” che influenzano la vita, dunque vivo in un paese libero, ma questa libertà nasce da molta sofferenza e dolore.
L’apartheid è dunque eliminato ma rimane il razzismo, un nero deve lavorare comunque il doppio di un bianco per ottenere la stessa cosa, ci sono delle politiche chiamate Alternative Action che prevedono che gli esclusi siano i primi, ma spesso queste non vengono messe in pratica.
Le relazioni sono sicuramente migliorate, ma siamo ancora lontani dalla sensazione che tutto è posto, mangiamo negli stessi ristoranti ma a volte nessuno si sente a proprio agio, se si facesse ora qualcosa anche per la disparità economica le cose andrebbero molto meglio. Ma quello che ci tiene uniti è pensarci come persone nel futuro. Ci manca ancora tanto ma siamo sulla strada giusta.
Ad esempio, un problema è che molto spesso le persone fanno finta di non sapere, dicono “non siamo razziste ma non sappiamo”, nel ‘94 le persone bianche non volevano saperne dell’apartheid, e noi ci siamo dovuti chiedere “chi sono allora i nostri persecutori? Se nessuno di voi è stato razzista, io a chi mi devo rivolgere per capire da dove viene la mia sofferenza?”
Non c’é niente di più liberatorio che la conoscenza, quando le persone possono rendersi conto, quando una persona viene da te e ti dice so che stai soffrendo e io sono parte di questa sofferenza, così non pensiamo di essere pazzi e di avere delle allucinazioni, e quindi la conoscenza giustifica la nostra esperienza e non abbiamo la sensazione di aver vissuto un incubo e credo che questo aiuterà il processo di riconciliazione del mio paese.
Quanti casi di amnistia ci sono stati e si sono sempre riconciliate le parti?
Non sappiamo quanti casi perché il processo non è ancora concluso definitivamente e magari ne verranno fuori altri e dunque non c’è un numero definitivo di quante persone hanno avuto l’amnistia, su 70.000 domande che ci sono state non c’è un numero di quante ad oggi sono state accolte.
Una delle difficoltà riscontrate in questi processi riguarda il rapporto con la tradizione Africana: in Africa i rituali sono molti importanti, per esempio nei casi in cui non è stato restituito il corpo della vittima, ci dicevano, “se non hai nessuno da seppellire, come puoi riconciliarti?”. Credo che ci sia qualcosa che ti fa guarire nel fatto di poter almeno seppellire il tuo caro, e sapere che è li e che puoi andare a pregare in quel posto.
I figli dei bianchi sapevano?
C’è stato il caso di un tipo che si è presentato alla Commissione perché aveva ucciso diverse persone. Quando poi i figli l’hanno visto in tv, il padre che loro rispettavano, che tutte le mattine si alzava, si metteva in giacca e cravatta per andare a lavoro e tornare con i soldi per poter permettere la loro educazione e la manutenzione della casa, vederlo ad un processo... improvvisamente ritrovarsi ad affrontare il fatto che tutti i soldi che avevano e la vita che si erano costruiti arrivava dalla sofferenza di qualcun altro….
Per questo ora in Sud Africa diciamo che le persone nere hanno sofferto ma non abbiamo ancora iniziato a quantificare la sofferenza dei bianchi.
Cosa accadrebbe a te se scoprissi che il lavoro di tuo padre, una persona di onore per te, era quello di uccidere delle persone, manderebbe in confusione la tua mente, dunque il dolore è stato sofferto da entrambe le parti e dobbiamo riconoscere anche questo, come noi cerchiamo di riconciliarsi con il nostro dolore dobbiamo anche capire con cosa i bianchi devono riconciliarsi.
La riconciliazione inizia da te, col riconciliarti con quello che è successo a te, da dentro di te, prima che tu possa riconciliarti con l’altro, quindi precede anche il processo del perdono, perché è molto difficile riuscire perdonare una persona se prima non ti sei riconciliato con quello che è successo a te. Se mi spari ad una gamba, e per questo me la dovranno tagliare, prima dovrò riconciliarmi col fatto che non avrò più una gamba, poi potrò pensare a riconciliarmi con te, perchè il perdono è un prezzo grande da pagare. Alle persone ogni giorno viene chiesto di perdonare come se perdonare fosse bere dell’acqua, certo che è importante perdonare perché non vogliamo essere bloccati nella frustrazione ma è importante che prima venga data la possibilità di riconciliarsi con quello che ti è successo.
Come avviene questo processo di riconciliazione con te stesso?
Non ci sono risposte facili ne ricette, ma penso che una cosa importante sia essere capaci di confrontarsi con il proprio dolore e spesso le persone non vogliono farlo, perché non vogliono ammetterlo, perché affrontarlo a volte vuol dire riviverlo e perdersi.
Ma questa non è una ricetta, perché ogni persona ha una forza dell’io diversa e perché le persone hanno sistemi di sopportazione diversi che gli permettono di entrare in contatto con le proprie sofferenze in maniera differente, perché per una persona ci possono volere 3, per altri 2, per altri 4 anni e dipende anche dal contesto sociale in cui vivi. Ad esempio se vivi nella povertà, dove pensi solo alla sopravvivenza, a un tetto, al cibo e alla scuola, non puoi concentrarsi sulla tua sofferenza traumatica, quindi noi dobbiamo anche preoccuparci del contesto in cui la persona vive, per capire il viaggio che dovrà fare per guarire, dunque è tutto relativo, perché siamo tutti umani e stupendamente diversi.
Come posso aiutare io, che sono fortunata, una persona che ha subito un dolore grande, come posso presentarmi di fronte a questa persona ed essergli di supporto?
É una questione di privilegi, è una sfida.
Per esempio, io credo che quando si incontrano i senza tetto, non necessariamente bisogna dargli dei soldi, o la scatola degli avanzi del ristorante, quello che dobbiamo fare è essere in grado di guardarli negli occhi e dargli una riconoscenza, e per questo non servono soldi, ma solo la nostra presenza con il nostro cuore.
Non conta quello che dai ma come lo dai, come ti approcci, con il tuo cuore e con il tuo spirito, è una presenza, non la trovi la risposta sui libri, è come tu sei come persona… incontri un barbone, lo guardi, e riconosci che esiste è come dirgli “ti riconosco sei come me, sei importante per me…”
La cosa che bisogna comunque tenere calda è la speranza, perché se la si abbandona il tuo corpo non reagisce più, le tue difese immunitarie ti abbandonano, devi tenere sempre viva la speranza.
Come nutrire questa speranza? Tu come la nutri?
Come mantengo il modo positivo di vedere la vita? Non è semplice, è qualcosa su cui devo lavorare costantemente tutti i giorni, ma a causa del mio lavoro, delle molte persone che vedo che soffrono, devo farlo: quando vedo quelle persone capaci di sopravvivere di fronte alle peggiori situazioni, mi sento di non avere scuse.
Se una mamma che non ha nemmeno i soldi per comprare la cena per i figli, si sveglia tutte le mattine e dice, devo andare avanti, allora io non posso dire basta, le persone devono riuscire a guardare oltre. La resilienza dello spirito umano, la capacità di sapersi adattare e resistere, mi da un senso di speranza; il fatto di poter venire qui nel vostro paese, vedere che voi mi ascoltate e mi prendete sul serio mi da speranza, e quindi quello che mi da la forza di continuare è sapere che le persone sono affamate della conoscenza di questa storia, della verità. Ma se io mi accorgessi che a nessuno interessa più costruire la pace, allora anch’io perderei la speranza. Quando vedo che nel mio paese ci sono bambini piccoli che vengono menati e stuprati da persone più grandi e vedi quel bambino che è completamente distrutto e lavori con lui e con la sua famiglia e lo rivedi dopo 9 anni che va a scuola e va avanti con la vita e vuole crescere e fare qualcosa nel mondo, quello mi da speranza.
Cosa hanno significato nella tua vita persone come Mandela e Tutu?
Mandela l’ho incontrato solo due volte, ma penso che quello che mi ha dato di più forte sia questa sua capacità di uscire dopo 26 anni di prigione e riuscire ad abbracciare i suoi oppressori… ha sempre detto che non è importante il passato, quello che è stato è stato, conta il futuro. Mandela è un uomo molto alto, ma se tu vai a vedere la sua cella sarà circa 2 metri per 2, e immaginarsi questa persona lì dentro, per 26 anni, e che poi quando esce riesce ad accendere non solo il suo paese ma tutto il mondo con il perdono, allora capisci di chi stiamo parlando. Il nostro paese non è scoppiato in una guerra civile grazie a lui, perché continuava a ricordarci il concetto di interdipendenza, che abbiamo bisogno l’uno dell’altro: quello era l’unico modo per impedire il collasso dei sistemi che reggevano il paese. Sono orgogliosa di questo leader, e spesso il problema dei conflitti nel mondo è che non hanno leader in grado di prendere responsabilità come ha fatto lui.
Tutu è un padre per me, ho lavorato con lui in Irlanda del nord in un progetto di riconciliazione dove lui era il mediatore, un facilitatore. Lui ci spinge a capire il bisogno di perdonare, anche se è così difficile, ma lui è paziente, e ci ricorda che non perdonare è come imprigionarsi in se stessi.
Pensando al tuo paese, quale è il rapporto tra la verità e il perdono?
Perdonare è un lavoro veramente difficile, ma non credo che sia necessario sapere la verità per perdonare, sono due cose separate, il perdono è una scelta, non è detto che se tu mi dici la verità io poi ti perdonerò, il racconto della verità facilita la riconciliazione e poi la riconciliazione facilita il perdono, però ritengo che sia molto difficile riconciliarsi con qualcuno se prima non ti sei riconciliato con te stesso, la carità deve sempre prima cominciare da casa propria.
Come fai a riconciliarti con quello che è successo?
Se penso alla mia gente, donne, bambini, anziani, persone come noi… un compito della CVR è stato quello di riumanizzarle, riportare la gente all’interno della sfera dell’umanità, perché c’era la percezione che in qualche modo queste persone si erano perse e non riuscivano più a vedere gli altri come esseri umani, gli esseri umani erano diventati qualcosa di “altro”. Quindi il tentativo di riconciliazione ha significato anche riumanizzazione, e quindi il processo del perdono ha fatto bene non solo alle vittime, ma la domanda che ci si è posti a lungo è: perché proprio le vittime hanno dovuto fare questo ulteriore enorme sforzo? Perché proprio loro, dopo tutto quello che avevano già sofferto, hanno dovuto fare questa ulteriore fatica di perdonare?
Ma l’UBUNTU ce lo dice chiaramente, alcuni di noi devono lavorare duramente, più duramente di altri, per poter raggiungere la Terra Promessa.
Dirò qualcosa sul perdono. Esso è molto più difficile che non la riconciliazione; come si fa a perdonare qualcuno quando per esempio costui non mostra rimorso?
Come fare a dimenticare quando le ragioni del conflitto sono ancora così evidenti, quando il fumo delle armi è ancora nell'aria?
La gente in Sud Africa ha cominciato a perdonare. Quando si chiede “come?”, rispondono: “volevo liberarmi dal dolore”.
Qualcuno ha detto che poteva perdonare per le sofferenze subite personalmente, ma non se la sentiva di perdonare per i morti e gli scomparsi, loro non avevano lasciato nessuna delega per farlo.
Il perdono non si impone, deve venire da dentro e solo quando è il tempo. Alcuni perdoneranno dopo 20 anni, dipende dalle circostanze, dipende da quando chi vi ha danneggiato lo ammette.
Come i bianchi hanno potuto cambiare modo di pensare dei neri, se l’hanno fatto?
Il cambiamento principale è iniziato dal ’94 quando i neri hanno potuto cominciare ad andare nei posti dove erano i bianchi, fisicamente, in spiaggia, al ristorante, è stato il riconoscimento della nostra dignità, la propaganda allora diceva: i neri puzzano, sono stupidi, non pensano… allora all’inizio è stato un lavoro duro quello di far cadere i pregiudizi e ristabilire la nostra dignità. Dunque mettere a contatto fisico bianchi e neri, lasciarli contagiare, vicini fisicamente, ha dato modo di far cadere quelle opinioni, e se dopo 10 anni il paese non è andato ancora in malora, nonostante sia governato dai neri, vuol dire che poi non siamo così male…
L'odio razziale nella mia terrà è stato rinforzato da concezioni sbagliate su come eravamo come popolo. Ci odiavano perchè non capivano come facevano le cose, odiavano i nostri dei...
Il pericolo quando si vive separati è che si costruiscono miti sull'altro. Quando poi ci si osserva, si scopre che sono solo pregiudizi non hanno contenuto.
20 anni fa lavoravo in un ospedale e i bianchi si rifiutavano di stare vicino ai neri e dicevano “li odiamo”. Alla domanda “perchè?”, rispondevano: “perchè bevono il tè dalla scodella”.
Questo modo non molto inglese di prendere il tè li spingeva ad odiare i pazienti neri. Oppure dicevano: “perchè si mettono l'olio sui capelli”.
Quindi attenti, perchè potrebbero insegnarvi ad odiare il vostro vicino per come beve il tè, ma il punto è “chi se ne frega”? Potete berlo come diavolo vi pare fintanto che non fate del male a nessuno.
L'odio viene anche dalla paura dell'ignoto.
Dunque quando affrontiamo la paura, risolviamo prima il nostro dolore e poi ci capiremo, senza essere offuscati dai pregiudizi tipo “loro sono aggressivi”, “adesso verranno qua e ci ammazzeranno”.
L’esperienza della CVR è esportabile ad altri conflitti o è legata al Sud Africa perché per motivi culturali?
C’è stato dibattito su questo tema, la CVR ha le sue particolarità, il Sud Africa è stato criticato per aver cercato di esportare questa esperienza, secondo me, adattandola, potrebbe essere esportata. La cosa maggiormente criticata è stata che mentre veniva concessa l’amnistia agli oppressori, poco è stato dato alle vittime.
Questa disparità economica è mista (bianchi-neri) o i bianchi sono ricchi e i neri poveri?
Mentirei se dicessi che i ricchi sono solo i bianchi, ci sono neri ricchi ma il problema è che non hanno portato con sé la maggioranza dei neri ma si sono distaccati e subito disinteressati della maggioranza; stiamo lavorando per responsabilizzare queste persone, credo che ho anch’io, che ho avuto una buona istruzione, delle responsabilità verso i molti poveri di colore.
Quali sono i tre più grandi problemi del SA di oggi.
Il Sud Africa di oggi ha innumerevoli problemi, me i tre principali direi...
1 L'AIDS. Sediamo su una bomba ad orologeria per quanto riguarda l'HIV, molti giovani hanno perso i propri genitori. Così molte famiglie oggi sono portate avanti da adolescenti, ma come è possibile avere moralità quando non hai guide che ti insegnano la morale?
2 La Violenza contro le donne e i bambini. Quando il nemico scompare da un giorno all'altro, è come se il tuo odio si trasferisse a quelli a te vicini, la tua comunità, la tua famiglia, te stesso. Per tornare all'AIDS, se queste generazioni vengono falciate, chi guiderà il paese tra 20-30 anni?
3 La criminalità. Furto, traffico sessuale, contrabbando.
A questi tre aggiungerei povertà e disoccupazione. Penso che in questi problemi potete riconoscere i vostri. Il problema infatti non è il colore della pelle, ma cosa hai e cosa non hai, il contesto sociale dove sei nato.
La presenza dei bianchi nel vostro paese ha avuto un effetto buono sull'economia?
Nel '94, subito dopo le elezioni, chi pensava che il paese in mano ai neri si sarebbe sfasciato è fuggito, ed erano in molti. Ma sono tornati, perchè hanno capito che fuori non avrebbero trovato di meglio, ed il Sud Africa è ancora un posto meraviglioso.
Per la tua esperienza non solo in SA, ma nel mondo, quali sono le maggiori ragioni per odiare?
Dobbiamo sempre tenere in conto che i conflitti sono sempre alimentati da terze parti.
Si distribuiscono beni o armi ad una parte per scatenarla contro l'altra. Sono scettica sulla parola “odio” per questo motivo, perchè spesso intervengono altre cose...
Quale era l'ostacolo, quel problema che ha portato i bianchi ad odiare i neri?
La mia risposta è che siamo stati colonizzati, e da lì in poi la nostra storia è stata quella di chi è stato colonizzato.
Penso che ci sia conflitto in ogni paese dove c'è un colonizzato ed un colonizzatore, perchè gli uni pensano di essere superiori degli altri, e non li trattano come esseri umani.
Penso che lo schiavismo in America, la colonizzazione in Africa abbiano portato i neri ad essere sempre oppressi da quelli a cui non piaceva il colore della loro pelle.
Con questo non dico che tutti i bianchi abbiamo sempre oppresso tutti i neri, no, ma questo è successo dove c'è stata colonizzazione. Altre persone hanno sofferto non per il colore della pelle ma per la diversità del loro credo.
Non è un meccanismo che ha a che fare col nero e il bianco, gli ebrei furono sterminati dai nazisti ed erano entrambi popoli bianchi.
Coloro che ci ritenevano inferiori ci davano poi un'educazione che perpetuava la nostra inferiorità.
Dato che il Sud Africa è stato colonizzato dai bianchi, al momento della fine dell'Apartheid, con la nascita della CVR, non era una soluzione più semplice assicurare alla giustizia quei colonizzatori identificati colpevoli, piuttosto che perdonarli?
Per me che qualcuno arrivi a casa mia, mi uccida o instauri un regime di Apartheid, ed io che debba poi perdonarlo…no, è assurdo…
Alcuni hanno sentito che per loro era assurdo, altri addirittura hanno detto “siamo di più, andiamo e ammazziamoli tutti”.
Ma la domanda era: “vogliamo diventare come loro”?
Avremmo dato a loro materiale per sentirsi a loro volta vittime, e smettere di sentirsi carnefici.
Abbiamo dimostrato al mondo che solo l'Ubuntu funziona. L'Ubuntu dice “una persona è una persona tramite gli altri”.
Certo, quando c'è amnistia non c'è giustizia, alcune famiglie dopo la conclusione della CVR hanno deciso di portare in tribunale i propri aguzzini, ed avevano il diritto di farlo. Altri hanno deciso di sacrificarsi per il proprio paese.
Dove c'è un conflitto, qualcuno deve cambiare le cose cominciando con un sacrificio, sfortunatamente in questo caso sono state le vittime.
Il Cile, l'Argentina sono passate tramite processi di riconciliazione, ma dove i perpetratori sono finiti in prigione la situazione oggi non è migliore del Sud Africa.






