Kossovo, terra senza stato: possibili scenari all'apertura dei negoziati 2005/2006


Belgrado: "più dell'autonomia, ma meno dell'indipendenza"
 L'unico piano finora elaborato da Belgrado mira a creare un sistema di garanzie istituzionali a difesa della minoranza serba e delle altre minoranze kossovare e dunque non si pronuncia direttamente sulla questione dello status finale (su cui viene mantenuto fermo il contenuto della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU). Il piano (A plan for the political solution to the situation in Kossovo and Metohija) propone l'istituzione di un regime di autonomia territoriale per i serbi in cinque "distretti o entità territoriali" (la "Regione"): a) il distretto del Kossovo Centrale; b) il distretto del Nord del Kossovo; c) il distretto del Bacino del Fiume Kossovo-Morava; d) il distretto della Montagna Sarplanina; e) il distretto della Metohija. Questi cinque distretti godrebbero di istituzioni proprie, poteri molto estesi e rilevanti e autonomia finanziaria. I serbi al di fuori della "Regione" godrebbero invece di un'autonomia "personale e culturale" attraverso l'esercizio di diritti collettivi speciali.

Pristina: "indipendenza non negoziabile"
La delegazione kossovara auspica la nascita della "Repubblica Kossova", entità statale indipendente dalla Iugoslavia, smilitarizzata, protetta dalla comunità internazionale e aperta agli stati confinanti. La posizione è molto ferma: l'indipendenza non è negoziabile con Belgrado in quanto logica conseguenza della vittoria di una guerra il cui scopo era proprio l'autodeterminazione del Kossovo. Nonostante le tensioni latenti nell'area, Kosumi parla di istituzioni stabili, funzionanti, responsabili e volte all'edificazione di una società sempre più libera, democratica e rispettosa delle minoranze.
La Serbia d'altro canto si appella al principio dell'integrità del territorio nazionale sulla base della Risoluzione 1244; giustifica i bombardamenti della NATO come strumento di pressione su Belgrado per porre un freno alla pulizia etnica degli albanesi nella sua provincia; teme il possibile effetto destabilizzante che una proclamazione del Kossovo a stato indipendente avrebbe sul resto dei Balcani; non ammette che il rispetto dei più elementari diritti umani della minoranza serba siano subordinati al conseguimento dell'indipendenza; e infine non si spiega poi perché il "principio di autodeterminazione nazionale" dovrebbe essere perseguito per gli albanesi del Kossovo, ma non per i serbi della Repubblica Srpska in Bosnia-Erzegovina, protettorato internazionale con approssimativamente lo stesso numero di abitanti del Kossovo e soprattutto composizione etnica simile, anche se di proporzioni inverse (il 90% della popolazione è serbo).

    Una proposta di divisione
Tale opzione era sostenuta dal Movimento di Resistenza Serba del Kossovo, guidato da Momcilo Trajlovic.
Un'analoga ripartizione del territorio è stata teorizzata dallo storico Roberto Morozzo della Rocca nel saggio Il Kossovo vuole l'America, ma l'America non pensa il Kossovo, pubblicato su Limes-Rivista italiana di geopolitica n. 1 del 2005. La sua proposta prevede di offrire alla Serbia la striscia settentrionale del Kossovo (a nord della città di Mitrovica), essendo i due terzi dei kossovari di etnia serba già concentrati nell'area a nord di Mitrovica e considerata la prossimità alla Serbia. Tuttavia una simile spartizione provocherebbe il trasferimento di centinaia di migliaia di albanesi dal nord al sud; le miniere della Trepca potrebbero rappresentare in futuro una delle fonti di approvvigionamento più rilevanti per la rinascita economica kossovara; mentre i nazionalisti serbi vivrebbero la cessione di alcuni siti sacri della "serbità" come offesa all'orgoglio nazionale.


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Sharon e Alì parlano in ebraico tra loro. Lui è palestinese di Hebron e la lingua dell'"altro" l'ha imparata nelle carceri israeliane dov'è rimasto per circa tre anni. La famiglia di Alì ha dovuto lasciare la propria terra fin dal 1948, da quando è stato creato lo stato d'Israele. La madre era un'attivista di Al Fatah, l'ala di estrema destra dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma lui ha scelto la strada del dialogo, dei piccoli e faticosi passi. Per Alì è stato un dovere imparare l'ebraico. Perché il popolo palestinese può solo con le parole spiegare a chi condivide lo stesso suolo quali sono i suoi diritti. La violenza degli attentati suicidi non è eloquente e non è persuasiva.
Sharon e Alì comunicano in ebraico. Ma non solo. Il linguaggio in cui si esprimono meglio è quello del perdono. Il traguardo del perdono, racconta Alì, arriva solo alla fine di un cammino lungo e doloroso, quello della riconciliazione con l'"altro". Perché chi si fa esplodere in Palestina non è né un martire nella versione palestinese, né un terrorista in quella israeliana. Ma un uomo. E chi a guardia di un check point trova nella sicurezza d'Israele la propria missione o piuttosto gioca all'occupatore a seconda dei punti di vista è ancora una volta e prima di tutto un uomo. Ma Sharon e Alì tutto questo l'hanno interiorizzato col tempo e transitando nel dolore. Il primo passo verso l'"altro" è stato nel baratro della perdita di una persona. Un fratello, per entrambi.

In quel periodo Sharon era in India...
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Sharon e Alì parlano in ebraico tra loro. Lui è palestinese di Hebron e la lingua dell'"altro" l'ha imparata nelle carceri israeliane dov'è rimasto per circa tre anni. La famiglia di Alì ha dovuto lasciare la propria terra fin dal 1948, da quando è stato creato lo stato d'Israele. La madre era un'attivista di Al Fatah, l'ala di estrema destra dell'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma lui ha scelto la strada del dialogo, dei piccoli e faticosi passi. Per Alì è stato un dovere imparare l'ebraico. Perché il popolo palestinese può solo con le parole spiegare a chi condivide lo stesso suolo quali sono i suoi diritti. La violenza degli attentati suicidi non è eloquente e non è persuasiva.
Sharon e Alì comunicano in ebraico. Ma non solo. Il linguaggio in cui si esprimono meglio è quello del perdono. Il traguardo del perdono, racconta Alì, arriva solo alla fine di un cammino lungo e doloroso, quello della riconciliazione con l'"altro". Perché chi si fa esplodere in Palestina non è né un martire nella versione palestinese, né un terrorista in quella israeliana. Ma un uomo. E chi a guardia di un check point trova nella sicurezza d'Israele la propria missione o piuttosto gioca all'occupatore a seconda dei punti di vista è ancora una volta e prima di tutto un uomo. Ma Sharon e Alì tutto questo l'hanno interiorizzato col tempo e transitando nel dolore. Il primo passo verso l'"altro" è stato nel baratro della perdita di una persona. Un fratello, per entrambi.

In quel periodo Sharon era in India. Aveva appena terminato il suo servizio militare in Israele. Voleva viaggiare. Tutto il resto l'aveva riposto con cura in un angolo della sua mente. Anche il fatto che suo fratello Hilad, 20 anni, fosse allora impegnato con l'esercito israeliano in una missione rischiosa in Libano.
Sharon racconta del loro ultimo incontro all'aeroporto prima che lei partisse. Hilad sembrava non volerla lasciar andare. L'ha abbracciata più di una volta e tutto quello che Sharon temeva per lui le è salito alla gola e si è sciolto in quell'abbraccio. Gli ha scritto tante cartoline e lettere per colmare quel vuoto di ansia e lontananza. L'ultimo venerdì di Halid si sono sentiti per telefono. Lui era tornato per un breve periodo di congedo a Gerusalemme. Ha voluto parlarle due volte tra i frammenti delle conversazioni del resto della famiglia. Per dirle quanto gli mancasse e quanto gli facesse piacere ricevere le sue lettere. L'ultima lunga e affettuosa lettera Sharon gliel'ha scritta dopo quella telefonata. È arrivata in Libano. Ma non abbastanza in tempo perché Hilad potesse leggerla. Due elicotteri con a bordo settantadue soldati israeliani si sono schiantati l'uno contro l'altro nel buio di una notte in Libano e in assenza di segnali radio. Un incidente "egualitario" come lo chiama Sharon perché ha causato la morte non solo di israeliani ebrei ma di persone appartenenti a varie nazionalità, di uomini sposati con bambini così come di ragazzi interrotti nella loro adolescenza. Ai funerali di Hilad, Sharon vagava spaesata per la stanza. Ha iniziato ad abbracciare chiunque le si avvicinasse, anche gli sconosciuti. Solo tempo dopo ha capito che sperava di rivedere in quella folla chi non poteva più esserci e che in quegli abbracci cercava la stretta forte di suo fratello. Sharon ha trascorso otto mesi in un mondo in bianco e nero, in cui si svegliava la mattina senza accendersi, in cui la luce e il calore del sole la sfioravano appena, in cui la sua casa era l'unico mondo possibile. Ma poi ha ricevuto una telefonata dal Parents' Circle, un Forum che dal 1995 raduna i familiari israeliani e palestinesi di vittime del conflitto. L'iniziativa è venuta da due famiglie israeliane orfane di tre figli che non trovavano conforto nelle fotografie dei loro cari disseminate per le strade e accompagnate da incitamenti alla vendetta. È da quando ha aderito al Parents' Circle che Sharon ha iniziato il suo lungo e penoso cammino verso l'"altro", verso i palestinesi, verso Alì. Quando ha incontrato per la prima volta il fratello maggiore di Alì, aveva in mano un coltello per tagliare il cartone del latte del distributore automatico di caffè. Lui ha ironizzato su quell'oggetto non del tutto rassicurante. Per Sharon è stato l'inizio. L'inizio della consapevolezza di come anche un palestinese possa temere un israeliano. Per lei fino a quel momento la paura aveva sempre rappresentato un sentimento unidirezionale.

    Anche la scelta di Alì è sbocciata nel deserto del dolore, della rassegnazione, dell'astio. Erano gli anni della seconda intifada. Un giorno suo fratello ha cercato di mediare tra dei ragazzi che lanciavano sassi e i soldati israeliani. Si è avvicinato ai soldati ma solo per parlare. Gli è stato intimato di non immischiarsi o gli avrebbero sparato. Così è stato. Anche nella percezione e nel racconto delle morti israeliani e palestinesi si distinguono, mi spiega Sharon. Nelle storie palestinesi, tutto ciò che riguarda la morte deve essere raccontato nei minimi dettagli perché si vuole dare il senso reale di quanta sofferenza patisca il popolo palestinese. Gli israeliani d'altra parte, dopo secoli di orrori e persecuzioni culminate nell'Olocausto, preferiscono esorcizzare il momento della morte trascurando i particolari e concentrandosi piuttosto sulla memoria della persona mentre era in vita. Alì tiene a precisare che la pallottola che ha ucciso suo fratello è stata sparata a settanta centimetri dalla sua testa. Quella pallottola è rintronata nella testa di Alì e ha ucciso anche lui per un po'. Sembrava la fine della sua vita e l'inizio di un tunnel di odio cieco, di rifiuto anche solo del contatto quotidiano con gli israeliani, del disgusto per quella lingua ebraica che aveva tanto il suono umiliante e amaro dell'occupazione. Alì ha dovuto fare i conti con la propria violenza e col proprio rancore. Si è chiesto quanto valesse la vita di suo fratello che aveva avuto la sola colpa di voler trovare un margine di dialogo con gli "oppressori". Alì si è domandato quanti israeliani avrebbe dovuto uccidere per saziare la sua ansia di vendetta, per colmare il vuoto della perdita, per sanare il senso della profonda ingiustizia subita. E gradualmente ha capito come niente avrebbe potuto restituirgli suo fratello. Alì ha aderito al Parents' Circle nel 2001 e da allora si impegna a testimoniare la pace portando ad esempio il suo vissuto personale. Una pace costruttiva per cui non basta secondo lui rimanere tranquilli e immobili, ma che si edifica nell'azione, in un processo di confronto quotidiano con l'"altro". Può essere un cucchiaino da tè versato nell'oceano, come dice Sharon. Ma nella marea montante della violenza e dell'incomprensione sono gocce vitali e contagiose. 
Sharon e Alì camminano l'uno verso l'altra. Il loro è un viaggio attraverso le convinzioni  radicate e nell'immaginario collettivo del proprio popolo per smantellarlo e scoprire al di là di tutto che israeliani e palestinesi, prima che essere tali, si portano dietro il bagaglio prezioso e allo stesso impegnativo della comune appartenenza all'umanità. Un'umanità che di fronte al dolore, alla morte e al perdono si ritrova e parla la stessa lingua.    

Questo primo stralcio di 2006 in Kossovo è stato un rito interminabile di spiritualità diffusa e famiglia. Il Natale ortodosso mi ha fatto entrare nelle case di Goraždevac in punta di piedi e ancora un po' spaesata, ma in modo più intimo e familiare del solito. E' una cerimonia di condivisione del pane e del vino che gira di bocca in bocca intorno al tavolo. Nello spirito ecumenico della cena, la famiglia aspetta la nascita del Signore, mentre la mattina successiva un bambino messaggero visita le case nelle prime ore dell'alba per annunciare che davvero Cristo è nato e ricevere regali. La messa nella chiesa del villaggio è stata un trionfo di incenso e di formule ripetute all'infinito dal pope, a cui faceva da spalla un coro di ragazze in sordina. Alla celebrazione si assiste in piedi, ma la partecipazione è corale e sentita. Tutti si stringono attorno al pope che con ampi movimenti circolari benedice i presenti, producendo un'onda lunga di capi chini e segni della croce. La messa come festa della famiglia allargata del villaggio non termina in chiesa, ma prosegue fuori in cortile in una scia di abbracci e saluti. E' così che il Natale fa breccia anche qui, tra la neve di Goraždevac che si stringe attorno alle sue tradizioni e nei riti collettivi si sbrina un po'.
A metà gennaio, il Kurban Bayram musulmano ha commemorato il giorno in cui Allah diede in dono ad Ibrahim (Abramo nella fede cristiana) un animale da immolare al posto di suo figlio. Il Bayram ci ha portato nelle case albanesi e bosniache davanti a tavolate piene di dolci e si è manifestato nelle strade del mercato in città, dove pecore su carretti facevano il loro ultimo viaggio verso il sacrificio.

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Kossovo
GORAZDEVAC, LIMBO DELLA STORIA TRA INQUIETUDINE E MEMORIE
23 dicembre 2005

Diario da un’enclave serba in Kossovo

Sono arrivata qui in Kossovo appena due settimane fa, ma nell’enclave serba di Gorazdevac dove vivo il tempo è dilatato, i ritmi sono quelli stagionali e la percezione dei giorni che passano è assolutamente alterata. I momenti dell’ascolto nelle case del villaggio sono eterni. Tra tazze fumanti di caffè e bicchierini di liquore, suoni ancora poco familiari mi cullano. Sanno di quotidianità violata dal conflitto, di affetti spezzati, di emarginazione, di diffidenza.

Gli sguardi degli anziani di Gorazdevac sono i più eloquenti: hanno la profondità di chi ha visto tanto e l’impenetrabilità di chi ha avuto cura di depositare i ricordi più taglienti ben in fondo, perché siano materia fossile e non più fuoco vivo del presente. Hanno scattato tante foto certi occhi, ma la memoria le appanna e le sfuma e l’archivio delle immagini va aperto con cautela e anche con un po’ di distacco. Sento che una narrazione asettica e ripetuta quasi a mo’ di ritornello è la modalità più confortevole per affrontare certi argomenti.

Ho immagazzinato tante storie in questi giorni, forse anche un po’ a modo mio per via dell’ostacolo linguistico. Ma un fattore mi colpisce più di altri perché è ricorrente nelle parole di tanti e rende i vissuti personali dei prismi inaccessibili. È il fattore della compresenza storica. Ciò di cui molti serbi parlano qui è un periodo indefinito, astorico in cui passato, presente e futuro convivono. È vero, il “prima della guerra” e il “dopo la guerra” sono espressioni frequenti, ma hanno più il valore di piani lessicali che di livelli temporali reali. La percezione storica degli abitanti dell’enclave passa attraverso un’illusione di continuità… continuità rispetto al passato in cui il Kossovo era parte integrante del territorio serbo… continuità rispetto ad un passato remoto in cui il Kossovo era nucleo fondante della nascente nazione serba. Qui al villaggio le foto di Miloševic sono ancora in bella mostra accanto alle icone religiose. Non sono associazioni casuali, credo. Il soffocamento delle istanze etniche nella struttura statuale livellata e centralistica del periodo titino sembra avere in seguito scagliato le dinamiche politiche in una spirale di miti, vagheggiamenti e irrazionalità. Osservanza religiosa e culto della nazione viaggiano di pari passo nel tessuto di una storia idealizzata, esaltata negli ultimi anni in chiave nazionalistica, alimentata da fantasmi di passate grandezze e coraggiosa ribellione al giogo turco. Il “prima” e il “dopo la guerra” hanno senso rispetto al dolore e all’umiliazione, ma la coscienza storica tra quel “prima” e quel “dopo” sembra essere rimasta immutata. Nel frattempo gli albanesi sono diventati maggioranza in Kossovo, ma per i serbi di Gorazdevac questa è una realtà fittizia a cui fingono di non credere fino in fondo e in cui si rifiutano di prendere parte. Il loro sguardo di minoranza ghettizzata è ancora rivolto a Belgrado e non alla municipalità di Pec/Peja con cui rimane peraltro molto difficile interagire, anche per vedersi garantito in chiave sostanziale il diritto fondamentale alla libertà di movimento.

L’enclave è innanzitutto spazio fisico delimitato da check point di militari a volte di cartapesta, che non hanno sempre garantito l’incolumità della sua gente. Ma ho l’impressione che ad un certo punto l’enclave diventi anche una forma mentis, uno stato dell’anima, una condizione accettata con fatica, ma allo stesso tempo orgogliosamente difesa come quanto di più intimamente serbo rimane ancora in Kossovo.
La città dista solo pochi chilometri, ma andare da Gorazdevac a Pec/Peja è un viaggio nella macchina del tempo. Atmosfera da crocevia tra occidente e oriente; ondate di ragazzi che si riversano nelle strade e nei locali il fine settimana; il richiamo cantilenante alla preghiera che dall’alto dei minareti invade le strade cinque volte al giorno; mercatini di chincaglierie dove lo spirito affaristico illirico fa capolino tra un banchetto e l’altro. Il vento del commercio levantino soffia in tutt’altra direzione rispetto alla sana e sanguigna cultura contadina dell’enclave che si nutre di cose semplici: un’economia chiusa familiare o solidaristica basata su allevamento e piccoli esercizi commerciali, riunioni tradizionali in onore del santo della casa (la slava), aneddoti che corrono veloci di bocca in bocca, urgenze pratiche rese più problematiche da una quotidianità enclavizzata.
I negoziati per lo status del Kossovo hanno preso avvio, ma qui nel villaggio la politica che si conosce e si pratica è quella dei rapporti interpersonali e degli equilibri familiari. L’universo delle trattative internazionali è lontano anni luce dal microcosmo del vissuto quotidiano e degli affetti. Qualcosa è nell’aria, ma si vive alla giornata, del particolare e delle sfumature dell’oggi. Le grandi decisioni sono sospese nel purgatorio della segregazione.

Ma basta uscire di poco fuori da Gorazdevac sulla strada per Pec/Peja, dove un cimitero albanese è accuratamente contrassegnato dalla bandiera con l’aquila di Skanderberg. E allora ti rendi conto che la storia del mondo fuori batte anche alla soglia dell’enclave, perché anche le ossa dei morti “altrui” che riposano servono a delimitare il territorio e perfino il colore dei fiori che li omaggiano non può costituire scelta casuale. C’è fango sufficiente per rendere impantanate e spesso impraticabili le strade del villaggio, ma non ce n’è abbastanza per rendere Gorazdevac invisibile agli occhi di chi negozierà il destino del Kossovo e dunque anche il destino della minoranza serba relegata in questo ghetto. La storia (quella attuale) tornerà a pulsare anche qui. Ma per ora vivere in un’enclave è un po’ come sostare in una realtà fuori da quella reale. E quando la corrente elettrica salta (anche per diverse ore al giorno) e il buio scende sul villaggio, tutto perde i suoi contorni e diventa massa informe. E allora Gorazdevac potrebbe davvero non essere mai esistita o rappresentare una dimensione immaginaria o un mondo primitivo al confine del tempo, in cui sentimenti primordiali come la paura si toccano con mano e la memoria e le tradizioni sono la vera linfa del presente.

Sara B.