Diario dal Kossovo

Goraždevac è un piccolo villaggio abitato da circa 800 serbi che prende forma dalla strada che lo attraversa essendosi sviluppato, come spesso avviene nei piccoli centri rurali, ai lati della strada stessa. Alle due estremità del villaggio si trovano 2 check point presidiati dai militari (i presidi sono gestiti a turno dal contingente italiano, da quello sloveno, da quello rumeno e da quello ungherese), che delimitano così l’area nella quale vivono i serbi da quella circostante abitata esclusivamente dalla popolazione albanese. Per un italiano, abituato a spostarsi liberamente all’interno del proprio paese, l’impatto con una realtà nella quale i tempi vengono scanditi dalla presenza e dai controlli dei militari sui mezzi di trasporto in entrata e in uscita dal villaggio è forte e disorientante.

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Diario dal Kossovo 

Sono stato volontario dell’Operazione Colomba, sono stato in Kossovo dal 12 aprile al 12 giugno 2007 dopo avere frequentato il corso “Operatori di Pace in aree di conflitto” patrocinato dall’IRECOOP e dalla regione Emilia-Romagna su iniziativa della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Cercando di parlare della mia esperienza ho riletto le pagine scritte in due mesi di permanenza, lasciando raccontare il mio vissuto personale agli incontri che ho fatto e alle sensazioni che ho provato in un luogo a due ore di aereo da Verona.


Martedì 1 maggio 2007
Oggi ho conosciuto Vido.
Sotto l’acquazzone andiamo a casa sua. Elena scende dalla macchina  e infila la mano tra il portone e il muro, tirando qualcosa. Dopo scopro che il filo tirato è il “campanello”, arriva fino in casa dove fa suonare un campanaccio per le mucche. Vido mi spiega poi la convenienza di avere un campanello per gli amici e nessuno per chi ha cattive intenzioni: “Chi è mio amico sa come chiamarmi, chi mi vuole fare del male non trova il campanello”. Il portone in ferro è crivellato da colpi di kalashnikov.

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Diario dal Kossovo 

Sono stato volontario dell’Operazione Colomba, sono stato in Kossovo dal 12 aprile al 12 giugno 2007 dopo avere frequentato il corso “Operatori di Pace in aree di conflitto” patrocinato dall’IRECOOP e dalla regione Emilia-Romagna su iniziativa della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Cercando di parlare della mia esperienza ho riletto le pagine scritte in due mesi di permanenza, lasciando raccontare il mio vissuto personale agli incontri che ho fatto e alle sensazioni che ho provato in un luogo a due ore di aereo da Verona.


Martedì 1 maggio 2007
Oggi ho conosciuto Vido.
Sotto l’acquazzone andiamo a casa sua. Elena scende dalla macchina  e infila la mano tra il portone e il muro, tirando qualcosa. Dopo scopro che il filo tirato è il “campanello”, arriva fino in casa dove fa suonare un campanaccio per le mucche. Vido mi spiega poi la convenienza di avere un campanello per gli amici e nessuno per chi ha cattive intenzioni: “Chi è mio amico sa come chiamarmi, chi mi vuole fare del male non trova il campanello”. Il portone in ferro è crivellato da colpi di kalashnikov.

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DIARIO DAL KOSSOVO


 E' assurda perché non ha senso, perché non ha senso quello che succede qui, quello che devono vivere queste persone. Questa non è una sofferenza dovuta alla fame, alle malattie o alle bombe che piovono dal cielo. Non è dovuta a qualcosa più grande di loro, a qualcosa che non possono controllare, e' dovuta a loro stessi.
E' dalla loro testa che viene questa sofferenza, o meglio dai loro ricordi.
Non è facile riuscire a capire quello che succede qui, così mi sono limitato a descrivere ciò che ho visto nel modo che mi riesce meglio, con la fotografia.
La mia difficoltà più grande qui è capire qual è il motivo per cui sono qui e perché insieme a me ci sono tutti questi volontari, questi gipponi bianchi con la scritta UN e perché ci debbano essere un check-point all'entrata ed uno all'uscita di questo villaggio di 800 anime.
Mi chiedo perché ogni volta che nomino la città qui vicino devo sempre fare attenzione a chiamarla Peja o Péc in base a chi ho di fronte o perché per lo stesso caffé che mi viene porto una volta rispondo "hvala" e una "faleminderit".

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Diario dal Kossovo

 E' assurda perché non ha senso, perché non ha senso quello che succede qui, quello che devono vivere queste persone. Questa non è una sofferenza dovuta alla fame, alle malattie o alle bombe che piovono dal cielo. Non è dovuta a qualcosa più grande di loro, a qualcosa che non possono controllare, e' dovuta a loro stessi.
E' dalla loro testa che viene questa sofferenza, o meglio dai loro ricordi.
Non è facile riuscire a capire quello che succede qui, così mi sono limitato a descrivere ciò che ho visto nel modo che mi riesce meglio, con la fotografia.
La mia difficoltà più grande qui è capire qual è il motivo per cui sono qui e perché insieme a me ci sono tutti questi volontari, questi gipponi bianchi con la scritta UN e perché ci debbano essere un check-point all'entrata ed uno all'uscita di questo villaggio di 800 anime.
Mi chiedo perché ogni volta che nomino la città qui vicino devo sempre fare attenzione a chiamarla Peja o Péc in base a chi ho di fronte o perché per lo stesso caffé che mi viene porto una volta rispondo "hvala" e una "faleminderit".

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