Situazione attuale
Continuano a verificarsi gravi episodi di violenza all’interno del campo di Ritsona. Alcuni residenti ci hanno riferito che un giovane richiedente asilo curdo è stato ucciso a seguito di una rissa. Sono stati accusati di omicidio due persone somale. Le tempistiche di intervento da parte dei sanitari e delle forze dell’ordine durante questo episodio restano poco chiare e probabilmente tardive. Ciò conferma la totale inadeguatezza di un sistema di accoglienza di natura securitaria che tuttavia non offre alcuna forma di tutela verso i residenti, ma solo esposizione a forme di violenza e limitazione della libertà personale e di movimento. Il divieto di accesso alle ONG che potrebbero offrire all’interno del campo forme di presa in carico psicosociale, supporto alle gravi vulnerabilità ed osservazione e denuncia di dinamiche di microcriminalità interna, equivale ad esporre tutti i residenti ad abusi, aggressioni e violazioni. La totale assenza di servizi di cura e ascolto e di un sistema di sorveglianza mirato all’incolumità delle persone e non al loro controllo, favorisce l’emersione di dinamiche aggressive ed abusi interni. Particolarmente gravi sono le ripercussioni psicologiche sui minori del campo, che sono costretti a crescere in condizioni non sicure e ad assistere a continui episodi di violenza.
Parallelamente, il sistema sanitario pubblico greco continua a mostrarsi fallace rispetto all’assistenza dei richiedenti asilo, sia all’interno del campo che negli ospedali pubblici. Il personale sanitario presente a Ritsona non eroga farmaci di base, effettua visite solo su orario di ufficio senza servizi di guardia medica notturna e non può garantire un’adeguata attenzione a patologie gravi essendoci solo un medico di base. Negli ospedali pubblici si osserva sovente l’assenza di un servizio di mediazione linguistica, unitamente ad episodi di discriminazione e razzismo nei confronti di pazienti di origine straniera che vedono violato il proprio diritto alla salute, con casi di malasanità che provocano la cronicizzazione delle patologia e, nei casi più gravi, anche il decesso.



