In tanti mi chiedono come sia essere tornato a casa, non ci sono parole semplici per rispondere.
L’effetto più importante penso sia percepire il silenzio, a cui non si è abituati, un silenzio talmente pieno da sembrare rumoroso.
Il non portarsi dietro la sensazione delle sirene, che in tanti, troppi, bambini, famiglie, anziani, ancora continuano a sentire, unita al suono delle esplosioni.
Poter vivere la giornata interamente senza spezzarla, lasciare andare il senso di allerta, quel campanello di attenzione che tieni in un angolo dentro testa e cuore, e che non si spegne mai davvero.
Perché è un campanello che vorrebbe proteggerti.

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Olena solleva lo sguardo dal ferro da stiro con aria tesa:
“È la sirena?”
Mi guardo intorno,
esco nel cortile e sto in ascolto,
operai che lavorano,
automobili che suonano nel traffico,
tutto sembra scorrere.

“No”, è la mia risposta: “Non mi sembra”.

Olena si lascia leggermente andare,
gli occhi lucidi:
“Credo di stare impazzendo, faccio fatica a dormire, la mia vita è stata difficile in passato,
ma non avrei mai pensato di vivere una situazione del genere”.

“Oramai quando sento la sirena mi siedo e prego, questo è ciò di cui c’è bisogno,
di guarire dalla malattia del potere e del denaro,
che ha infettato la mente della persona che ha scatenato tutto questo”.

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Siamo arrivati a Leopoli da qualche settimana, dopo l'inizio della guerra.
Siamo ospiti in un centro di accoglienza per profughi, nella periferia della città.
Andando quasi tutti i giorni in stazione, abbiamo visto migliaia e migliaia, decine di migliaia di persone che scappano dai territori in guerra; come se la guerra avesse dichiarato “proprio” questo territorio togliendolo ai civili.
Perché abbiamo pensato questa marcia?
Proprio per dire che invece i civili riaffermano il fatto che nessuno ha il diritto di fare la guerra! Anche se sembra una prospettiva così lontana, in questo momento in cui il mondo è gestito da persone che si arrogano il diritto di decidere della vita di altri; di decidere di chi i sono i territori; di decidere se uno deve vivere o morire; di mandare a morire migliaia di giovani per niente.
Ecco, in questa situazione, dopo che c’è stato un dietro front di un gruppo di politici del Parlamento italiano, abbiamo proposto a chi volesse, alle associazioni italiane e alla società civile, di fare una carovana, una marcia.
Centinaia di persone hanno aderito e verranno qui sabato 2 e domenica 3 aprile a portare aiuti, a portare solidarietà e a portare in Italia persone.
Così come la guerra uccide, la solidarietà si prende cura delle persone.

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La sirena è partita da poco, abbiamo imparato che questo suono significa un possibile pericolo in arrivo: che una minaccia si sta dirigendo nella tua direzione, anche se non sai se verrà intercettato prima, se andrà a cadere in altre città, o se colpirà il luogo dove ti trovi.
Voglio tuttavia ricordare e condividere queste immagini: le famiglie velocemente si ritrovano insieme nel salone della parrocchia, cercando la protezione delle pareti spesse di cemento, gli adulti si siedono in attesa sui divani, con l’aria stanca di chi dorme poco.
I bambini più piccoli iniziano a correre avanti e indietro, Jeorg ha un lecca lecca gigante di plastica che ne contiene altri cinque veri.
Sasha e Ivan, in età da scuola media, ridono come dei matti giocando con il pallone di gomma,
che rimbalza da tutte le parti rischiando di tirare giù la statua della Madonna, la mamma Anna da dietro gli occhiali lancia uno sguardo di leggero rimprovero.
Ecco come vedo questa guerra ora: come un qualcosa che senti nell’aria, intorno a te, e al tempo stesso il toccare con mano un amore che abita anche nel buio.
I sorrisi che spezzano l’oscurità, tutto intorno il contesto ti fa dire: “devi morire di paura”, eppure Ania, col suo sguardo timido da adolescente, ti trasmette altre parole: “vogliamo vivere”.
Ale

Appello contro la guerra e per impegnare ogni risorsa
possibile per costruire alternative ai conflitti armati

Siamo profughi di Paesi distrutti dai bombardamenti, civili vittime di conflitti armati che durano da decenni, cittadini di nazioni in pace, operatori di pace, volontari: ci siamo conosciuti in mezzo alla distruzione della violenza, nei campi profughi, nelle comunità in resistenza pacifica, in Paesi ostaggio di forze armate, gruppi paramilitari e guerriglie. Insieme difendiamo persone e territori con la forza costruttiva della nonviolenza.

Ora l'invito è ad assumerci tutte e tutti, ognuno per quello che può, una responsabilità ad agire:

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