SITUAZIONE ATTUALE

La descrizione della situazione dei difensori dei Diritti Umani in Colombia, presentata a febbraio con l’uscita del report di Human Rights Watch intitolato “Líderes desprotegidos y comunidades indefensas - Asesinatos de defensores de derechos humanos en zonas remotas de Colombia”, lascia ben poco spazio a dubbi riguardo l’inefficacia delle misure del governo colombiano rispetto alla continua ondata di violenza che imperversa nel Paese. Josè Miguel Vivanco, direttore per l’America Latina di Human Rights Watch, afferma che “il governo del presidente Ivan Duque condanna frequentemente questi omicidi, però la maggioranza dei programmi governativi per prevenire questi assassinati appena funzionano o presentano gravi deficienze”.
Critiche e preoccupazioni che sono giunte anche a Ginevra attraverso la voce di Juliette de Rivero, rappresentante in Colombia per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, attraverso un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Nel documento si sottolinea la mancanza di un avanzamento nella politica pubblica per lo smantellamento delle organizzazioni criminali e la mancata protezione della popolazione civile e dei suoi leader soprattutto tra la popolazione indigena, afro e contadina di Antioquia, Cauca, Chocò, ecc., dove si lamenta la mancanza della presenza integrale dello Stato.

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SITUAZIONE ATTUALE

Secondo quanto dichiarato dalla JEP (Giurisdizione Speciale per la Pace), l’inizio dell’anno nuovo in Colombia è stato uno dei momenti più violenti da novembre 2016, periodo in cui fu firmato l’Accordo di Pace tra le FARC e il governo colombiano. L’escalation di omicidi nei confronti di leader sociali e difensori dei Diritti Umani e ambientali non accenna a diminuire, nonostante i forti e continui richiami all’implementazione degli Accordi e all’attuazione di tutte le strategie atte a garantire la sicurezza personale di tanti esponenti e di tante comunità che stanno assiduamente lavorando per la pace.
Purtroppo, anche all’interno dell’area di Apartadò, nella regione di Antioquia, dove opera Operazione Colomba, è costante l’aumento del reclutamento forzato da parte di gruppi armati illegali nei confronti di giovani tra i 14 e i 29 anni.

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SITUAZIONE ATTUALE

Ancora un inizio doloroso quello del mese di dicembre, per l’ennesima uccisione di un difensore ambientale, Javier Francisco Parra nel dipartimento del Meta e di Gildon Solis nel Cauca, leader sociale minacciato da settimane affinché lasciasse il territorio e le sue attività. E poi ancora una vittima nel Pavarandò dove, oltre la presenza delle AGC, la guerriglia dell’ELN ha annunciato di voler riprendersi il territorio. Una terra, quella colombiana, che pare distante dal vedere la pace come base concreta su cui costruire il futuro.
Padre Giacinto Franzoi, per 30 anni missionario della Consolata nel Caquetà, commenta al Sir che dopo gli Accordi di Pace tra il governo colombiano e la guerriglia delle FARC, “gli sforzi fatti negli oltre 4 anni di dialoghi sembrano ora scritti sulla sabbia...”. Il curato afferma che, nonostante molte persone abbiano creduto e lavorato per la pace e per il cambiamento, purtroppo quello che “ha prevalso è il vento della vendetta, l’azione di forze occulte politiche ed economiche, l’incapacità di perdonare e riconciliarsi per un progetto comune”. Sono ancora tante le persone che aspettano giustizia.
Questa visione è condivisa anche da Padre Francisco de Roux, Presidente della Commissione della Verità, il quale sostiene che esistano vari interessi politici ad impedire che l’Accordo prosperi e si implementi.
A metà dicembre l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ha condannato, attraverso un documento rivolto al governo colombiano, l’incremento della violenza esercitata da parte dei gruppi armati non statali e di gruppi criminali contro contadini, indigeni e afrodiscendenti, chiedendo un aumento della protezione della popolazione civile.

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SITUAZIONE ATTUALE

Si è tenuta dal 17 al 28 novembre la dodicesima edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli che è stata dedicata a Mario Paciolla, il cooperante napoletano che lavorava per le Nazioni Unite in Colombia, morto lo scorso 15 luglio in circostanze ancora da chiarire.
Il Festival, aperto da Gianni Tognoni, segretario del Tribunale Permanene dei Popoli che fa capo alla Fondazione Leslie e Lelio Basso, ha avuto come titolo "Diritti in Ginocchio- Pandemia, Sovranismi e Nuove disciminazioni" e la dedica a Mario è stata un forte segno per richiamare l'attenzione affinchè si segua nella ricerca della verità e della giustizia per questo nostro giovane connazionale il cui caso, confermano le stesse autorità italiane, è ancora aperto e le indagini al vaglio degli inquirenti.
In Colombia anche questo mese non sono mancate le manifestazioni di protesta per il susseguirsi di violazioni dei Diritti Umani nei confronti di una popolazione civile sempre più oppressa dalla presenza di diversi gruppi armati illegali.

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SITUAZIONE ATTUALE

“Mario Paciolla rappresenta come pochi tutte quelle persone meravigliose con cui sentiamo un certo tipo di connessione che viene dal cuore e dalla vita stessa, quel tipo di persone che non credono nella nazionalità italiana, colombiana, francese, ecuadoriana o qualunque essa sia, ma credono che la vita debba essere costruita prendendoci cura gli uni degli altri, riconoscendoci, essendo critici e autocritici e costruendo alternative concrete di fronte a ciò che sta accadendo”.
E’ con queste parole che Manuel Rozental, attivista dell’organizzazione Pueblos en Camino in Colombia, descrive Mario Paciolla durante un’ intervista al Manifesto.
La vicenda di Mario, le cui circostanze della morte, avvenuta lo scorso 15 luglio a San Vicente del Caguán, rimangono ancora tutte da chiarire, sono riemerse con forza in queste ultime settimane, come si legge nell’articolo del Sir, dopo che, in un dibattito in Senato, il senatore Barreras “ha chiesto al ministro della Difesa Holmes Trujillo se il nome di Paciolla fosse indicato in un rapporto dei servizi militari come informatore, visto che aveva intervistato le mamme di 8 bambini e adolescenti morti in un bombardamento dell’esercito contro la dissidenza delle Farc...”.

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