Situazione attuale

Inizia nel peggiore dei modi il mese di maggio in Colombia. In seguito all’estradizione negli Stati Uniti di Dario Antonio Usuga David, alias “Otoniel”, il gruppo armato illegale Clan del Golfo (autodenominato Autodefensas Gaitanistas de Colombia) ha indetto uno “sciopero armato” che ha coinvolto 11 regioni del Paese. Nei comunicati, resi pubblici attraverso le reti sociali, il gruppo armato illegale ha avvisato che dal 5 al 9 maggio erano vietate tutte le attività educative, commerciali, sociali, culturali e politiche, creando così una situazione di confinamento di interi villaggi e città. Per Carlos Zapata, ricercatore del Observatorio de Derechos Humanos del Instituto Popular de Capacitación, lo “sciopero armato” evidenzia come l’analisi, secondo la quale la cattura di Otoniel rappresenta l’inizio della fine del Clan del Golfo, sia falsa. “Lo Stato e la forza pubblica vedono una realtà opposta a quella che si vive nei territori. Quello che abbiamo visto è che questo gruppo armato si è rafforzato in differenti zone del Paese.”
L’osservatorio per i Diritti Umani di INDEPAZ ha pubblicato la raccolta dei dati riguardante quanto successo dal 5 all’8 maggio a causa dello “sciopero armato”: 14 omicidi, più di 80 veicoli bruciati, graffiti, minacce alla popolazione civile e vie principali bloccate per giorni.
Prima dell’estradizione, Otoniel ha rilasciato la sua testimonianza sul tema delle sparizioni forzate, così come fatto in precedenza dalla ex-guerriglia delle FARC-EP, di fronte alla Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP) e all’Unità di Ricerca di Persone date per Scomparse (UBPD). L’estradizione è stata fortemente criticata dalle vittime del conflitto armato colombiano come una strategia per evitare la verità. Secondo la JEP, “almeno 7.281 persone sarebbero scomparse durante il conflitto nella subregione dell’Urabà e del Bajo Atrato chocoano”. Con queste informazioni, la JEP e la UBPD hanno costruito un piano per coordinare gli sforzi e proteggere i luoghi dove si trovano i corpi non ancora identificati.
A fine maggio si è tenuta la Settimana Internazionale del Detenuto-Desaparecido che commemora le persone detenute dalle forze statali e poi fatte sparire. Questo evento è stato indetto negli anni ‘80 dalla Federazione Latinoamericana di Associazioni dei Familiari di Detenuti-Desaparecidos. Secondo il Centro Nazionale di Memoria Storica, lo Stato sarebbe responsabile di più di 2.500 sparizioni in Colombia. In una intervista rilasciata al quotidiano El Espectador, il sacerdote gesuita Javier Giraldo, che da molti anni rimane al fianco delle famiglie dei desaparecidos, sottolinea come “la sparizione forzata coinvolge più di una violazione dei Diritti Umani, poiché distrugge la psiche umana in molti aspetti, iniziando dalla situazione di irrisolto esistenziale, dato che non si sa se la persona è morta o viva. Una tortura permanente dove i familiari immaginano continuamente dove sarà la persona, cosa starà facendo. Molti ammettono che avrebbero preferito essere certi che il familiare fosse stato assassinato per avere la conferma della morte, poter celebrare il funerale. Per questo credo che la sparizione della persona sia uno dei crimini più orrendi”.
Il 29 maggio si sono tenute le elezioni presidenziali con le raccomandazioni, espresse da diversi parlamentari italiani ed esponenti della società civile attraverso un accorato appello, che potessero svolgersi in maniera libera e pacifica. I risultati hanno visto il candidato della sinistra Gustavo Petro, leader del Pacto Historico, ottenere il 40,34% dei voti. Dato che non è riuscito a raggiungere il 50%+1 dei voti per poter passare al primo turno, Petro affronterà al ballottaggio del 19 giugno il candidato indipendente Rodolfo Hernández, che ha ottenuto il 28,2% dei voti.

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Situazione attuale

Il 4 aprile è stato pubblicato il rapporto della Missione di Verifica realizzata il 2 aprile a Puerto Leguízamo, nella regione del Putumayo, con l’accompagnamento di organizzazioni nazionali e internazionali, difensori dei Diritti Umani e vari giornalisti. Questa Missione è stata convocata dal Tavolo Territoriale di Garanzie del Putumayo a seguito del massacro di 11 persone, avvenuto il 28 marzo 2022. Il Ministero della Difesa ha definito l’accaduto un’operazione militare di “successo”, le cui vittime sono state presentate come dissidenti delle FARC-EP. Secondo la Missione di Verifica si tratterebbe, invece, di una esecuzione extragiudiziale che spinge nuovamente il Paese a constatare come l’orribile pratica dei falsos positivos da parte dell’esercito stia continuando.
Anche l’Ufficio delle Nazioni Unite in Colombia, dopo una missione in loco, insiste affinché venga realizzata un’indagine esaustiva e indipendente su quanto successo. Uno dei sopravvissuti ha raccontato al quotidiano colombiano ‘El Espectador’: “non essendo stato sufficiente l’omicidio dei civili, dopo il massacro siamo stati vittime di detenzioni in altri villaggi: ci hanno tolto i nostri beni senza alcuna ragione”.
Un gruppo di vittime della Operación Génesis e alcuni rappresentanti delle comunità, colpite dal conflitto armato in varie regioni del Paese, hanno interposto una tutela alla Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP) per impedire che Otoniel, il massimo capo del gruppo armato illegale Autodefensas Gaitanista de Colombia (AGC), sia estradato negli Stati Uniti. Il progetto di sottrazione del territorio iniziò con la Operación Génesis, un’offensiva militare, avvenuta tra il 1996 e il 1997, che perseguiva l’obiettivo di eliminare le FARC e che si è macchiata di crimini di guerra a danno dei civili. Secondo le vittime di tale offensiva, questo processo di sottrazione non si è mai arrestato, anzi, ha cambiato forma e attori: Otoniel ne sarebbe un elemento chiave.

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Situazione attuale

Il 3 marzo è stato presentato il rapporto dell’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Colombia relativo all’anno 2021. Secondo quanto riportato, c’è stato un aumento della violenza, in particolare nelle zone rurali e in alcuni centri urbani. La violenza ha colpito in maniera severa la leadership e la vita comunitaria indigena, contadina e afrodiscendente nonché le donne.
Nel 2021, l’Ufficio dell’Alta Commissaria ha ricevuto 202 denunce di omicidio a danno di persone che difendono i Diritti Umani e 1.116 denunce di minacce e aggressioni contro persone e organizzazioni che tutelano questi Diritti. Il 75% di questi casi è avvenuto nelle regioni di Antioquia, Chocò, Valle del Cauca e Cauca. L’Ufficio ha, inoltre, registrato 100 possibili casi di massacri e 54 ex-membri delle FARC-EP assassinati. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, tra gennaio e novembre 2021, si è registrato lo sfollamento di 72.388 persone e il confinamento di 57.787 persone.
Il 15 marzo, l’uccisione di Miller Correa, autorità del Pueblo Nasa del nord del Cauca, ha scosso il Paese: leader stimato e riconosciuto, aveva partecipato, in diverse occasioni, ad alcune riunioni di alto livello con le Nazioni Unite. Diverse Ambasciate, la Delegazione dell’UE in Colombia, l’Alta Commissaria ONU per i Diritti Umani e la Missione di Verifica dell’ONU in Colombia hanno espresso pubblicamente la loro condanna per questo ennesimo vile assassinio.

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Situazione attuale

Non trova tregua la continua aggressione ai leader sociali in vari dipartimenti della Colombia. Le violazioni sono notevolmente aumentate anche in relazione alle prossime elezioni presidenziali. Secondo un documento della Missione di Osservazione Internazionale (MOE), ci sono almeno 131 municipi a rischio di frode o violenza, di cui 68 sotto estrema minaccia. Anche dall’Europa è stata richiesta una missione di osservazione elettorale internazionale per garantire il corretto svolgimento delle elezioni legislative e di quelle presidenziali, previste rispettivamente per il 13 marzo e per il 29 maggio. Nelle zone del Cauca, dell’Arauca e del Chocò, le situazioni di crisi umanitaria proseguono e producono continui sfollamenti soprattutto tra le popolazioni indigene, a causa degli scontri a fuoco tra le AGC e la guerriglia dell’ELN o con la dissidenza delle FARC.

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Situazione attuale

Le speranze di un nuovo anno all’insegna della pace si sono spente sin dai primi giorni di gennaio quando in Arauca hanno perso la vita almeno 23 persone a causa di uno scontro armato tra la dissidenza delle FARC-EP e la guerriglia dell’ELN. La crisi in questa regione si è protratta per settimane e rimane ancora precaria la situazione a livello di sicurezza per la popolazione civile.
Certamente ha avuto una risonanza mondiale la notizia del pronunciamento della JEP (Sistema di Giustizia Transizionale) sul caso del massacro avvenuto il 21 febbraio 2005 nel quale 8 persone della Comunità di Pace di San José de Apartadó, tra cui 4 minori e il leader Luis Edoardo Guerra, vennero trucidati dalla Brigada XVII dell’esercito e dai paramilitari del Bloque Heroes de Tolovà. La JEP ha, infatti, dichiarato che il massacro fu un crimine di guerra e di lesa umanità per il quale non esisterà prescrizione. Una piccola vittoria per la Comunità di Pace che, da sempre, sostiene l’inammissibilità del caso come conseguenza del conflitto, considerandolo un atto premeditato per sterminare i suoi membri.
Anche questo mese una scia di sangue ha causato tante vittime tra leader sociali e ambientali. Fra tutti, l’omicidio più ripudiabile è stato quello della giovane guardia indigena Breiner Cucuñame di soli 14 anni, difensore della Madre Terra assassinato da gruppi armati che si disputano il territorio nella regione del Cauca. Le ultime cifre fornite da Indepaz (Istituto di Studio per lo Sviluppo e la Pace) danno un quadro terribile della situazione: dall’inizio dell’anno sono 13 i massacri avvenuti nel Paese, e dalla firma dell’Accordo di Pace nel 2016 sarebbero ben 1.299 i leader assassinati. A fare le spese di tanta violenza anche le Nazioni Unite che hanno subito un attacco a San José del Guaviare per mano della dissidenza delle FARC-EP le quali hanno bloccato un loro convoglio e dato fuoco ai mezzi, senza fortunatamente causare feriti.

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