E niente. Dopo un anno dalla mia partenza è come se il cuore battesse a un ritmo diverso.
Come se questo instancabile velo di nostalgia non avesse alcuna intenzione di spostarsi.
Sono tornata, vado avanti con la mia vita, raggiungo traguardi, faccio progetti, inizio cose, eppure niente.
Il velo resta lì.
Che legga tutti i giorni notizie sulla Palestina o che non le guardi per settimane, il velo è lì.
Che pensi ad ogni momento che ho vissuto o che non ci pensi, il velo è lì.
A volte basta pochissimo perché quel velo mi solletichi l'anima, può essere un pastore, può essere una pecora, può essere un sasso che assomiglia a una pecora sopra una collina.
Può essere il pane che non è mai tabun, può essere il timo che non è zathar, può essere il tè che non è dolce.

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"Shalom?" - il primo.
"Shalom?" - il secondo.
"Shalom?" - il terzo.
Qualcuno mi bussa alla porta.
Tre volte.
Che faccio!?
Apro?
Non apro?
Resto in silenzio e mi nascondo?
O rispondo semplicemente?
So che lì fuori stanno facendo così, i soldati stanno entrando in qualche negozio o bussando a qualche porta.
Cercano qualcuno, qualcosa.
Tre tocchi ed ecco che vado in panico, prima di scoprire che è solo uno stupido scherzo di A.!
Uno scherzo che però rispecchia appieno quanto sta succedendo fuori.

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Il panorama di fronte si estendeva immenso e maestoso. Un verde ipnotico a perdita d'occhio. 
Le colline, oltre la strada da lontano, sembravano enormi elefanti pronti a sollevarsi, a risvegliarsi, pronti alla resistenza quotidiana.
I stupendi paesaggi di Al-Ouja scatenano la mia fantasia, mentre da lontano facciamo vedetta a Mahmud e alle sue pecore.
Nei giorni precedenti ho imparato ad apprezzare l'entusiasmo di Marta per la Jordan Valley che quel giorno era palese. Bello vederla così. Mi appassiono anche io.

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Sono ad At-Tuwani da pochi giorni e mi rendo conto di quanto il mio mondo sia distante da tutto questo e di quanto ancora mi manchino le parole per descrivere la realtà che mi circonda.
Ciò mi uccide doppiamente: non solo vivo, vedo e sperimento un soffocante senso di ingiustizia, ma non non trovo nemmeno le parole per descriverlo.
Mi convinco che è solo per via del fatto che sono ad At-Tuwani da 4 giorni.
La visita alle grotte di Sarura aprono una parte di me che credevo ormai morta e sepolta; quando ancora mi coinvolgevo in iniziative sociali e mi interessavo su ciò che accadeva nel mondo. Mi riconnetto alla realtà.

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