È entrato in casa nostra con lo sguardo smarrito e gli occhi lucidi, e si è seduto sulla sedia di plastica del nostro piccolo soggiorno.
Gli abbiamo offerto subito un caffè, felici che fosse da noi, tutto intero.
Marwan si era appena svegliato dopo una notte da incubo.
Il giorno prima, accusato ingiustamente da un colono di avergli rubato un telefono, era stato arrestato senza motivo insieme a uno zio, un amico e due cugini minorenni.
Tutti e cinque erano stati portati via ammanettati dietro la schiena con le fascette strette ai polsi, e tenuti bendati tutto il tempo.
Prima tappa alla base militare di Susya, secondo giro alla stazione di polizia di Kiryat Arba (in una colonia) e destinazione finale al carcere di Ofer.
Per fortuna per lui e per i due ragazzi minorenni, verso mezzanotte la detenzione si era interrotta con un rilascio su cauzione, che gli aveva lasciato una mano quasi in necrosi, le ferite sui polsi per le fascette troppo strette, e l'angoscia nel cuore.
Mentre qualcuno forse rubava il telefono del colono, Marwan dormiva, dopo giorni di veglia in allerta per i continui attacchi notturni dei coloni israeliani contro il suo villaggio di Tuba, nella c.d. Firing Zone 918 (un'area dichiarata unilateralmente da Israele area di addestramento militare), dove la quotidianità è fatta di violenza gratuita, taglio delle tubature dell'acqua, sassaiole contro le abitazioni, aggressioni e minacce, aizzando i cani perfino contro i bambini palestinesi.

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La notizia viaggia via chat velocissima: No Other Land è nella lista della nomination agli Oscar come miglior documentario per il 2025.

No Other Land è il racconto per immagini della vita nella Masafer Yatta sotto un'occupazione civile e militare penetrante ed estremamente violenta, attraverso un dialogo difficile tra i due registi, Basel (palestinese) e Yuval (israeliano), entrambi alla loro prima esperienza cinematografica.

Hanno iniziato a lavorarci nel 2019, scandagliando tutti gli archivi di Operazione Colomba, B'tselem e Youth of Sumud per scegliere tra le molte demolizioni delle autorità israeliane e i tantissimi attacchi dei coloni quali fossero i filmati più rappresentativi della realtà sotto occupazione.

Ne è uscito un concentrato di rabbia e frustrazione, che comunica perfettamente i motivi di una scelta di resistenza nonviolenta, in cui gli attivisti palestinesi riprendono ogni violenza, l'unica scelta possibile per poter continuare a vivere sulla propria terra, perché altrimenti queste comunità verrebbero spazzate via.

Ad At-Tuwani ieri sono andata con altre due volontarie a complimentarmi con Basel, che Operazione Colomba conosce da quando era piccolo.

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Video realizzato da Human Developmental Association di al-Qarara (HuDA) sulle attività e la vita nell'area di al-Mawasi (distretto di Khan Younis), dove sono attualmente rifugiate centinaia di migliaia di palestinesi sfollati, scappati dalle aree della Striscia di Gaza completamente distrutte dai continui attacchi israeliani. Operazione Colomba, che proprio nella Striscia di Gaza nel 2002 ha iniziato le sue attività in Palestina con una presenza durata quasi due anni nel distretto di Khan Younis, mantiene da sempre un forte legame affettivo e di collaborazione con HuDA.

I fili con le lampadine accese dondolano sospesi sulle file di sedie ordinate, dove stanno prendendo posto tutti gli invitati. Qualcuno è elegantissimo, qualcuno arriva in ciabatte, un signore arriva a dorso di asino e un altro parcheggia il trattore accanto alle auto. L'atmosfera ricorda quella di una festa di paese, iniziano i saluti tra gli uomini, alcuni volti sono noti a tutti, mentre le signore e i ragazzini si accomodano da un lato, tutti agghindati per l'occasione. Davanti a tutti campeggia uno striscione celebrativo della presenza di Operazione Colomba nella zona: 20 anni di solidarietà e continuo supporto nella difesa dei Diritti Umani nelle colline a sud di Hebron.
Siamo qui in cinque - quattro adulti e una bambina - in rappresentanza di decine e decine di volontari e volontarie che in questi 20 anni hanno accompagnato e protetto le comunità palestinesi della Masafer Yatta dalla violenza dell'occupazione israeliana, dalla prepotenza di coloni e soldati che purtroppo continuano ad assediare l'area. Sento l'incredibile privilegio di poter partecipare a questa festa, sono l'ultima arrivata, e ciononostante godo dell'affetto incondizionato e della gratitudine che altri e altre prima di me hanno conquistato a suon di accompagnamenti nonviolenti di pastori sotto il sole cocente e di notti di veglia sul tetto della casa più vicina all'avamposto di Havat Ma'on. Sono molto fortunata, in effetti, e mi sento anche un po' fuori posto, come se stessi usurpando il posto a chi avrebbe più diritto di me di ricevere tutta questa riconoscenza.

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