Mancano due giorni, a quando ti saluterò ancora una volta.
Ti ho incontrato per la prima volta un anno fa, ed è nata una di quelle storie d'amore che si vedono nei film: i tuoi campi, le tue colline piene di verde e i sorrisi della gente che mi hanno accolto qui, dove pensavo che avrei fatto un’esperienza di tre mesi, ma che è diventata Casa.
Eri strana, mia Palestina, soprattutto agli occhi di chi non ti aveva mai visto, e mai aveva compreso delle tue incoerenze, se non quelle lette nei libri.
Vidi il muro che ti avevano costruito attorno, con strisce di sabbia ai suoi lati per controllare che nessuno vi si avvicinasse, e filo spinato alla sua cima, e mi chiesi perché l'uomo avesse deciso di dividersi dai suoi simili, con quella barriera.

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12/03/2020

Come faccio a spiegarti cosa significhi essere zoppa
non avendo mai dovuto subire un’amputazione, non avendo mai avuto un grave incidente, o essendo nata con tutte e due le gambe funzionanti?
Come faccio a spiegarti cosa significhi essere cieca
non essendomi mai scontrata con i frammenti di una mina, non avendo mai avuto una malattia degenerativa, o essendo nata e vivendo con la possibilità di poter vedere le sfumature della natura?
Come faccio a spiegarti cosa significhi perdere un figlio
non essendomi mai scontrata con la morte prematura, non avendo mai avuto figli, o essendo stata fortunata da non perdere fratelli e sorelle giovani?

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Ancora qualche giorno da vivermi qui, prima di rientrare in Italia, in quell’Italia che ora, a seguito di uno “SmartVirus” (come lo definisco io), sta impazzendo e al tempo stesso soffrendo.
Ho parlato di “vivere”, quando avrei potuto usare altri verbi come “trascorrere”, “spendere”, “rimanere”, perché qui, nelle colline a sud di Hebron e, in particolare, ad At-Tuwani si vive.
Non importa del tempo che passa, soprattutto in questa stagione in cui le giornate iniziano ad allungarsi e il tempo scorre più lentamente.
Si vive ogni secondo in maniera piena, viva, autentica, senza sprecarlo.
Si gusta la bellezza delle piccole cose, si abbraccia il dono dello stare insieme, si apprezza il valore della famiglia, degli amici, del prossimo.
Quasi, direi, si sta in pace, in spensieratezza, in libertà, in serenità.

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Una chiamata e via alla corsa.
Tu corri e continua a farlo finché una voce non ti dice: “basta, siamo arrivati”.
È iniziata così la mia giornata, nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.
Fuori fa tanto caldo, c’è un sole che spacca le pietre, quando all’improvviso squilla il teamphone ed io e A. siamo tenuti a correre verso Ar-Rakeez, un altro villaggio distante dal nostro circa venti minuti a piedi, per la presenza dell’esercito israeliano.
In realtà, faccio un po’ di fatica ad arrivare, centrando piede dopo piede il pezzo di terra giusto per non cadere ma, soprattutto, avvertendo per tutto il tempo un dolore al fianco lancinante.
Eppure, non demordo e corro, devo correre: vedo A. più avanti di me, io continuo ad avere difficoltà ma gli urlo: “tu corri, io ti sto dietro ma arrivo”.
E così è stato.

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