Esistono cuori più "duri" di altri.
Più resistenti, più impenetrabili, più diffidenti.
Esistono persone, come me, che si avvicinano molto ma che difficilmente si lasciano avvicinare.
Persone che non sanno abbracciare.
Non con il corpo quantomeno, magari con le parole.
Persone che ci provano, ci provano spesso.
E si ritrovano in un movimento meccanico, rigido, che tradisce una certa dose di freddezza e imbarazzo in quel gesto così poco familiare.
E poi, invece, ci sono persone che trasmettono calore solo dal contatto con le mani.
Ci sono persone che sorridono con gli occhi e con tutto il corpo.
Che sorridono di niente, perché niente è quello che hanno.
Io ho tutto.
Più di tutto, più del troppo, più di quanto avessi mai realizzato di avere.
E sono rigida, non trasmetto calore… credo.
Però queste persone mi abbracciano.
E mi insegnano come si fa ogni giorno.
E ad ogni manina di quei piccoli esseri umani che mi ritrovo ad incontrare, la mia temperatura corporea si alza un po'.

Leggi tutto...

Ti stringo le mani mentre ti ascolto parlare.
Mi racconti la tua storia e quella dei tuoi 4 bambini, cresciuti troppo in fretta per non essere divorati da un contesto che non vuole vederli, non vuole prendersi cura di loro, dei loro sogni, delle loro ambizioni, della loro istruzione, della loro libertà.
Mentre parli mi chiami "mamma".
Non sei la prima a farlo: sono più grande di età e per rispetto mi chiamate nel modo più bello che c’è.
Ti guardo mentre mi parli e ti stringo le mani, Joy.
Sorridi per non piangere mentre dici che tu e i tuoi figli avete ricevuto lo sfratto perché chiude un progetto che fino a poco tempo fa dava la possibilità a tante persone vulnerabili di vivere fuori dai campi per rifugiati, e dovete andare via da quella casa e da Atene.
Non sai se i tuoi bambini potranno continuare a frequentare la scuola quando vi trasferiranno al campo profughi di Patrasso, che dista due ore e mezzo dalla capitale.
Sento che trattenere le lacrime è molto difficile ma non posso lasciarle scendere davanti a te, che invece affronti anche quest’ennesima ingiustizia con una dignità che disarma.

Leggi tutto...

Il campo di Eleonas, l'unico vicino al centro abitato di Atene, chiuderà.
La battaglia sembra persa, la resistenza dispersa.
Sebbene lottare per mantenere aperto un campo sia un paradosso per tutti noi, la distanza e la separazione che ci attendono paiono ancora più violente.
Negli ultimi mesi sono stati effettuati numerosi trasferimenti, molte persone se ne sono andate e il campo si è svuotato: vi risiedono ancora pochi uomini soli e qualche nucleo familiare; gran parte delle donne e dei bambini sono stati trasferiti e la spina dorsale del movimento di resistenza, costituita prevalentemente dalle donne congolesi, è andata via via disgregandosi.
Sembra la fine pacifica di una battaglia, ma non è così, perché non c'è nulla di pacifico in questo epilogo: i trasferimenti delle persone sono stati tutti imposti, prima mediante l'utilizzo della forza (https://www.youtube.com/watch?v=rtHy_AS-erk) e poi mediante l'arma del ricatto da parte delle stesse autorità del campo.
Non c'è scelta quando ti minacciano di sospendere la tua procedura d'asilo se non te ne vai.
Non c'è scelta quando l'alternativa al trasferimento è perdere l'unica possibilità di ottenere dei documenti.
Ma dove andranno, dove sono, gli abitanti di Eleonas?

Leggi tutto...

L'ultima cosa che ho guardato eravate voi due, che vi allontanavate spalla a spalla.
E il tuo zaino rosso che diventava un puntino lontano.
Voi due, così diversi e così preziosi.
Voi due che restate, mentre noi andiamo.
Avrei voluto urlare fortissimo.
Perché il pensiero di questa libertà imprigionata mi fa impazzire.
Questa prigionia strutturale, procedurale, perseguita con ogni mezzo legale e illegale, questa prigionia fisica e mentale, prigionia del futuro, dei desideri, delle vite.
È un'ingiustizia inaccettabile.
Io parto.
Porto con me la maglia che ci siamo scambiati al porto, ma non ci sei tu dentro la tua maglia.
Eppure salire su un traghetto è così semplice, scontato.
Porto con me i braccialetti che mi hai regalato, il tuo biglietto, lo sguardo paterno che hai con tutti, il tuo parlare di quella che consideri la tua mamma, la tua fede incrollabile, il tuo “it is what it is”, la tua insistenza nel nutrire tutti fino a farli scoppiare, come solo certe nonne fanno, il tuo sguardo timido, la tua risata che cresce come una scala, la tua riservatezza, la ricetta del chapati e del chai con il latte, la tua storia, i sogni confidati, quei balli sgangherati, la promessa che balleremo insieme quando tornerò, la tua fissazione per le cose “healthy”, quella sera in cui hai capito che sono a disagio quando tiro le maniche della felpa.

Leggi tutto...

I miei occhi incrociano un ragazzino, avrà 15 anni e non di più.
Fa parte del gruppo di minori non accompagnati che è arrivato sull’isola di Cipro.
Quindi è solo. 
È molto magro e ha il viso scarnito.
Lui non si accorge di me, non si accorge di nessuno nonostante abbia delle persone intorno. Aggrotta la fronte, fa un’espressione di dolore e inizia a piangere.
Si porta le mani sulla testa, tra i capelli neri e folti, poi sulle tempie; inizia a tirare fuori dalle sue labbra dell’aria e scoppia in un pianto che non riesce a controllare.
Sbatte i pugni contro un palo di ferro ed emette dei rumori che sono gridi soffocati.
Vorrebbe sicuramente urlare ma non lo fa: è l’unica cosa che riesce a controllare.
Invece le lacrime no, non le controlla e scendono come cascate che gli bagnano il viso.
Mi guardo velocemente intorno e gli altri non si accorgono di lui.

Leggi tutto...