Volontari di Operazione Colomba e missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII sono stati alcuni giorni a Lesbo (Grecia) per condividere e approfondire la situazione sull'isola, peggiorata ulteriormente dopo l'incendio del campo di Moria. I richiedenti asilo sono entrati in un nuovo campo dove, però, mancano ancora infrastrutture indispensabili come fonti d'acqua sufficienti, bagni e molto altro.

Art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento
e di residenza entro i confini di ogni Stato.
Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio,
e di ritornare nel proprio Paese.

Camminare lungo la rotta balcanica dei migranti significa seguire le tracce di una popolazione eterogenea che viaggia.
Come segugi, si avanza con lo sguardo basso a terra, per intravedere i segni lasciati dietro di sé da chi attraversa il mondo per raggiungere il sogno europeo.
Bottiglie di plastica, schede telefoniche, maglioni, giacche a vento, scarponcini da neve numero 26, coperte di lana, cellulari distrutti, si trova di tutto tra le foglie e il fango dei sentieri di montagna.
Sono le tracce di chi viaggia in direzione ostinata e contraria, verso nord-ovest.

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Alcuni volontari di Operazione Colomba in questi giorni sono a Lesbo, in Grecia, per conoscere la realtà di alcune Associazioni che fanno soccorso in mare. In questo momento storico, in cui in molti invece di celebrare la caduta dei muri ne vorrebbero innalzare altri, ci vogliamo impegnare e rimanere umani, cercando sempre di stare dalla parte delle vittime.

Siamo sulle coste di Lesbo, nella parte nord in un piccolo villaggio di pescatori che conta si e no 150 anime, Skala Sykamineas.
Guardiamo questo lembo di mare che divide la Grecia dalla Turchia.
Qualcuno dice che lì in mezzo tra le onde c'è un confine.

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