Ali si addormenta sulle gambe del padre.
Siamo seduti in un parcheggio, sull’asfalto, e parliamo con il padre e la madre.
Sono due ragazzi giovani, molto giovani, costretti a crescere troppo velocemente.
Hanno lasciato il loro Paese due anni fa e hanno raggiunto Lesbo - l’ultima isola della Grecia.
Hanno finalmente raggiunto l’Europa!
La terra di “pace” che credevano essere la loro salvezza.
Di certo non si immaginavano che, lasciata una “prigione”, ne avrebbero trovata un’altra.
Ali e la sua famiglia sono nel campo profughi di Lesbo da mesi e sappiamo tutti che resteranno ancora tanto tempo qui.
A Lesbo il tempo si ferma.

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Indosso le mie sneakers a tre strisce nere, muovo passi né lenti né veloci tra l’asfalto e le chianche della città vecchia di Mitilene.
Non penso a nulla di particolare, mi guardo intorno, cerco di catturare frasi, sguardi e storie dai miei compagni di viaggio, che sono qui da più tempo di me. Non chiedo nulla di particolare perché ogni cosa mi interessa molto, sono aperta alla conoscenza e all’ascolto di storie di persone che così hanno un volto anche per me.
Arriviamo a una casa con l’unico muro esterno di colore bianco e arancione sbiadito, una finestra aperta protetta da una vecchia zanzariera, la porta di ferro grigia e semi aperta, ma ecco che all’improvviso si spalanca del tutto e ci viene incontro correndo una piccola bimba di 4 anni. Salutiamo in arabo “Salam, Selma”, subito dietro di lei c’è la sua sorellina maggiore con indosso un bellissimo vestito di tulle rosso a pois neri.

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S. e suo figlio hanno lasciato l'isola di Lesbo.
Li abbiamo incontrati per strada mentre caricavano i bagagli su un furgoncino.
Hanno ricevuto l'Open Card, l'autorizzazione per potersi spostare legalmente all'interno della Grecia.
Viaggeranno verso Salonicco per ritirare i documenti, forse il passaporto, e poi vorrebbero rimanere ad Atene - mi dice S..
Non so se hanno trovato una casa o un luogo in cui dormire.
Non so con quali soldi potranno permetterselo.
Non faccio in tempo a chiederglielo.
Devono partire.
Ci abbracciamo e ci salutiamo.
E’ stato un piacere conoscerli.

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"Mettimi in valigia, portami in Italia con te!"
E’ una delle invocazioni più richieste a Lesbo, dopo aver saputo che sono italiana.
Mi viene proposto come scherzo, lo so!
Ma alla base di ogni scherzo c'è un fondo di verità, un fondo di speranza.
Una richiesta di aiuto esplicita.
Mi si strazia il cuore sapendo di non poterlo fare, sapendo di non potere fare niente per coltivare il loro sogno.
Alla fine non chiedono molto, vogliono solo avere una vita lontano dalla guerra, una casa, un lavoro, fare studiare i propri figli e dare loro una vita migliore di quella che hanno vissuto finora.
Sono felici quando riescono a mettere piede in Europa, pensano di essere salvi, di poter iniziare una vita nuova.
Ma questa felicità svanisce appena realizzano che quest'isola non è un semplice punto di passaggio.

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Sono stata in Albania due anni e mezzo con la Colomba eppure mai ho sentito così forte il bisogno e il dovere di raccontare come da cinque giorni a questa parte, quando sono arrivata sull'isola di Lesbo.
Il dolore delle famiglie albanesi era un dolore intimo, profondo, e così sentivo che andava raccontato, piano, prendendosi il tempo di rielaborarlo, sottovoce, sussurrato alle orecchie di chi si prendeva il tempo per capirlo.
Il dolore delle persone su quest'isola, invece, urla, e così sento che va raccontato.
Va urlato affinché giunga alle orecchie di tutti.
Va raccontato in fretta, a più persone possibile, perché è un dolore che chiede giustizia.
Il dolore dei profughi di Lesbo è un dolore straziante, che racconta di Diritti violati, di infanzia negata e di vite dimenticate.
È un dolore che non necessita di grandi parole per essere compreso perché è immediato, è uno schiaffo a mano aperta sul viso.

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