Omar disegna sempre, nei suoi momenti bui e in quelli felici, è una sorta di terapia per lui.
Gli piace molto disegnare a matita, in bianco e nero, riscoprire le sfumature, le ombre e i punti di luce.
I suoi piccoli occhi neri color pece rinascono ogni volta che gli chiediamo di mostrarci i suoi lavori.
Ci tiene a raccontarci la storia che sta dietro a ogni suo disegno, ripercorrono la storia della sua vita: il tempo trascorso nelle prigioni dell’ISIS anche se era solo un ragazzino innocente, la violenza della guerra in Siria, la nostalgia per la sua casa e l’assenza dell’affetto materno.
Omar è scappato dalla prigionia dei terroristi grazie a una bomba che ha distrutto l’edificio; mentre scappava i guardiani gli hanno sparato ferendolo.
Lui ha continuato a correre finché non è svenuto per terra.
Si è svegliato a casa di sconosciuti che lo hanno curato per giorni fino alla totale ripresa e ricontattato la sua famiglia.
Era un giovane ragazzo in piena adolescenza, quando ha deciso che casa sua non era più un luogo sicuro per lui.
Ha intrapreso il viaggio verso l’Europa insieme ai suoi sogni per il futuro, al suo desiderio di trovare un po' di pace, alle aspettative di coltivare le sue passioni, e ai dolori e alle cicatrici della violenza e delle torture, con la forza di un ragazzino che non si piega alle avversità della vita.

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Siamo volontari di Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Scriviamo dall’inizio e dalla fine di questa fuga verso la libertà, dalla tenda di un campo profughi siriano in Libano e dalle foreste della Polonia.
Siamo persone come voi e costruiamo una alternativa alla guerra, alla fuga e ai muri.

Cosa ci fanno profughi siriani (insieme a iracheni, curdi e yemeniti) in Bielorussia, al confine con la Polonia?
Migliaia di profughi siriani sono partiti in questi ultimi mesi da Libano e Siria (e con loro molti libanesi) per la Bielorussia, con la prospettiva di spostarsi in Polonia e infine in Germania. Scappano da una guerra senza fine e da una totale mancanza di futuro.

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Piove. Né la luna, né una stella.
La pioggia è l'unico rumore, un ticchettio dolce sul tetto dell’auto, una dolcezza che contrasta con la tensione che invece contrae lo stomaco.
Lo schermo del telefono illuminato è la sola luce visibile nel buio, fioca.
Siamo arrivati solo poche ore fa in questa regione della Polonia: partiti di corsa, i biglietti presi con tre giorni di anticipo sul volo. Ci ha spinti una certa urgenza.
Gli ultimi reportage e articoli sulla situazione dei migranti bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia ci hanno interrogato parecchio come Operazione Colomba, come europei, forse più che altro come esseri umani... e noi ci siamo lasciati provocare volentieri.
Il sostegno è arrivato subito: sì, è giusto e urgente gettare le prime basi, è opportuno partire, non lasciamo decantare il senso di ingiustizia che ci smuove di fronte a violazioni così palesi dei Diritti Umani.

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A casa, qui a Lesbo, abbiamo una chitarra.
Nei giorni grigi ci tira su il morale, in quelli più luminosi accompagna i nostri festeggiamenti.
È un'ottima compagna di viaggio.
Ognuno ha gusti diversi quindi passiamo dal pop, al rock, alle canzonette folkloristiche.
Cantiamo anche canzoni afghane, quando la portiamo a casa dei nostri amici rifugiati.
Io vado pazzo per il cantautorato italiano.
Un giorno cantiamo "L'isola che non c'è" di Bennato e, mentre ci sgoliamo su quei versi, inizio a sognare.
Sogno un'isola che non c'è.
Sogno una Lesbo che ancora non esiste.
Sogno una Lesbo dove la solidarietà regna sovrana.
Sogno una Lesbo accogliente, aperta e generosa, che dà quel poco che può offrire, che per chi arriva in un barcone è tanto.
Sogno una Lesbo che non sembri in stato di guerra, dove il verde è dato dalle foreste e dai prati, e non dalle divise mimetiche dei militari e dei loro mezzi.

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Immaginatevi un grande parcheggio con un lato che si affaccia sul mare e, attraccata a questo parcheggio, una nave a tre piani in attesa di partire.
Su un altro lato del parcheggio, con le spalle appoggiate al muro oppure seduti sul marciapiede, molte persone sono in attesa.
Qualcuna di loro ha il volto splendente perché, finalmente, ha ottenuto i documenti, può lasciare l'isola e costruirsi davvero una nuova vita.
Qualcun altro è felice per il suo amico o familiare che, dopo anni di prigionia nei campi di Lesbo, è finalmente libero di partire ma, allo stesso tempo, ha lo sguardo sospeso perché sa che lui, invece, qui sull'isola dovrà passare ancora molto tempo, forse anni.
Anche Stefano arriva al porto.
Non è questo il suo vero nome, ma lo chiamerò così, con un nome italiano, in modo da poterlo sentire piú vicino. Perché, purtroppo, se lo chiamo Mohamed, Ismail o Anel lo sentiamo molto lontano e la storia di Stefano ci scorre via dal cuore dopo 5 minuti, invece di rimanere in circolo dentro di noi.

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