Sono sul volo AZ721 Atene-Roma, ci vorranno due ore prima di arrivare nella capitale italiana, ne approfitto per cercare di guardarmi dentro.
Ripercorro i luoghi, gli incontri fatti con le persone fuori dal campo profughi di Ritsona, gli occhi nei quali a volte ho fatto fatica a sostenere lo sguardo senza sentire dentro di me un grande e profondo senso di impotenza e ingiustizia davanti a chi dice: non ho nulla da dare da mangiare ai miei figli, se fossi solo e non avessi famiglia, tornerei in Iraq, almeno morirei con più dignità piuttosto che restare qui in questo campo e vivere come fossimo in prigione, dove la mia famiglia non ha nessun Diritto, neppure al cibo.
Ripenso alle mani strette una nell’altra per scambiarci le parole più vere di sempre; noi purtroppo non possiamo cambiare la vostra situazione; fisso i loro occhi e poi abbasso un’altra volta la testa, sento allora che la stretta diventa più forte quando questo papà mi dice: non voglio nulla, vi chiedo solo di essere amici. Ricambio la stretta, con forza, alzo la testa e suggello una promessa, fin quando Operazione Colomba è qui, non vi lasceremo soli.

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Sabato 9 dicembre - È mezzogiorno di un sabato tranquillo quando ci chiama J, una ragazza di 21 anni congolese che vive all’interno del campo di Ritsona, e gridando ci dice che è scoppiato un incendio all’interno del campo. Quando arriviamo sul posto, vediamo il camion dei pompieri entrare dal cancello principale. Parliamo con il personale della sicurezza del campo che, con ostilità, ci dice che ormai le fiamme sono state domate, nessuno è ferito e stanno tutti bene.
J esce dal campo, a noi interdetto, e ci racconta che sono andati a fuoco sei container e molte famiglie sono rimaste senza niente, alcuni hanno perso addirittura i documenti. Dopo averle offerto una tazza di tè caldo le abbiamo chiesto se per lei fosse possibile chiedere alle persone che hanno perso tutto di uscire dal campo. Con forza e lucidità J rientra nel campo e dopo 20 minuti esce accompagnata da una donna con un bambino molto piccolo in braccio, un’altra donna sola e tre uomini. Sono tutti della comunità africana ma ci riferiscono che vittime dell’incendio sono anche delle famiglie siriane. J ci dice che ha provato a parlarci ma la barriera linguistica ha reso l’incontro difficile.
Ci raccontano che i container ormai in cenere sono quelli vecchi, che da tempo non vengono controllati, e in cui vivono più persone di quelle previste. Questo tipo di incidenti, spesso legati a problemi di elettricità e dei sistemi di riscaldamento interni ai container, avvengono con frequenza nei campi profughi. Nonostante ciò, sembra non esistere un sistema di prevenzione e gestione di queste emergenze. Il direttore del campo, che si è presentato sul luogo immediatamente, ha comunicato che non avrebbe fornito una soluzione logistica fino al lunedì alle famiglie colpite, le quali avrebbero dovuto trovare rifugio per le notti successive presso altri container già molto affollati. La preoccupazione di dover passare la notte fuori al freddo nella speranza di cercare solidarietà da altri, si è così aggiunta alla già forte sensazione di perdita e disperazione.

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Siamo arrivati da poche settimane in Grecia e abbiamo già ricevuto notizia di tre respingimenti nelle acque dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Le poche informazioni che abbiamo, grazie al lavoro dell’organizzazione Aegean Boat Report, ci dicono di un primo respingimento due settimane fa di 41 persone, tra cui più di 20 bambini al largo dell’isola Chios, della morte di una donna durante i soccorsi di un barcone, e infine di 23 persone di origine afgana che sono state picchiate, torturate e respinte al largo di Lesbo.
La frequenza con cui avvengono questi eventi rischia spesso di normalizzare il fenomeno e di rendere queste violazioni del Diritto internazionale la norma, piuttosto che un reato. La visibilità e la copertura mediatica di questi fenomeni ormai si riduce all’impegno delle ONG presenti sul campo, il cui lavoro viene sempre più ostacolato dalle forze di polizia greche e dalle autorità, che spesso negano questi avvenimenti.

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Ci sono una donna eritrea, una coppia afghana, una donna kenyana, una coppia italiana che vive da 10 anni ad Atene e una volontaria che vive con loro da due anni, tre volontari/e del progetto Corpi Civili di Pace e un numero imprecisato di bambini e bambine con l'energia di un tornado.
No, non è l'inizio di una classica barzelletta ma la scena a cui ho assistito questa sera, nella Casa Famiglia di Atene.
Qui basta qualche coscia di pollo e un po' di musica trash per unire mondi solitamente lontanissimi e per far sentire le persone migranti solitamente indesiderate, desiderate.
"Desiderare: dal lat. desiderāre, comp. di dē- ‘de-’ e un deriv. di sīdus -ĕris ‘stella’; propr. ‘smettere di guardare le stelle a scopo augurale’, da cui ‘sentire la mancanza’, quindi ‘desiderare’." (Garzanti linguistica).
Ecco stasera, mentre tutti insieme ballavamo felici per salutare Fajza, la ragazza afghana che domani partirà, mentre la vedevo farsi i selfie con Janine, donna eritrea con cui ha condiviso una casa, pensavo che per queste persone è un dono anche la nostalgia. Pensare che dopo la partenza ci sarà qualcuno che parlerà di te, qualcuno che farà vedere le tue foto, qualcuno a cui mancherai, dona dignità e umanità. Soprattutto dopo mesi, anni, di soprusi, di violenze e umiliazioni.

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Hai un sorriso travolgente, Bushra. Quando mi prendi la mano e ridi, guardandomi con quegli occhi nerissimi, posso solo guardarti incantata. Il resto del tuo corpo tradisce i segni di sei anni in questo pantano: i capelli scuri, nascosti sotto l’Hijab, sono meno folti d’un tempo; la pelle è diventata grigia, arrugginita dalle lacrime. Tutto il tuo corpo vacilla sotto il peso di un’attesa perenne ed incerta.
Malgrado tutto, hai una forza straordinaria: su quel sorriso si reggono i tuoi cinque figli e tuo marito, ci reggiamo noi e le altre persone che hai incontrato in cammino. La stessa forza, tuttavia, ti lascia da sola a portare questo peso. Non vuoi che i tuoi figli debbano vedere le tue lacrime; non ti è concesso piangere davanti a tuo marito, né davanti agli sguardi che spiano dai container. Puoi smettere di sorridere solo con un’amica e con noi.

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