Sono sul volo AZ721 Atene-Roma, ci vorranno due ore prima di arrivare nella capitale italiana, ne approfitto per cercare di guardarmi dentro.
Ripercorro i luoghi, gli incontri fatti con le persone fuori dal campo profughi di Ritsona, gli occhi nei quali a volte ho fatto fatica a sostenere lo sguardo senza sentire dentro di me un grande e profondo senso di impotenza e ingiustizia davanti a chi dice: non ho nulla da dare da mangiare ai miei figli, se fossi solo e non avessi famiglia, tornerei in Iraq, almeno morirei con più dignità piuttosto che restare qui in questo campo e vivere come fossimo in prigione, dove la mia famiglia non ha nessun Diritto, neppure al cibo.
Ripenso alle mani strette una nell’altra per scambiarci le parole più vere di sempre; noi purtroppo non possiamo cambiare la vostra situazione; fisso i loro occhi e poi abbasso un’altra volta la testa, sento allora che la stretta diventa più forte quando questo papà mi dice: non voglio nulla, vi chiedo solo di essere amici. Ricambio la stretta, con forza, alzo la testa e suggello una promessa, fin quando Operazione Colomba è qui, non vi lasceremo soli.

Ci sono una donna eritrea, una coppia afghana, una donna kenyana, una coppia italiana che vive da 10 anni ad Atene e una volontaria che vive con loro da due anni, tre volontari/e del progetto Corpi Civili di Pace e un numero imprecisato di bambini e bambine con l'energia di un tornado.



