I miei occhi incrociano un ragazzino, avrà 15 anni e non di più.
Fa parte del gruppo di minori non accompagnati che è arrivato sull’isola di Cipro.
Quindi è solo. 
È molto magro e ha il viso scarnito.
Lui non si accorge di me, non si accorge di nessuno nonostante abbia delle persone intorno. Aggrotta la fronte, fa un’espressione di dolore e inizia a piangere.
Si porta le mani sulla testa, tra i capelli neri e folti, poi sulle tempie; inizia a tirare fuori dalle sue labbra dell’aria e scoppia in un pianto che non riesce a controllare.
Sbatte i pugni contro un palo di ferro ed emette dei rumori che sono gridi soffocati.
Vorrebbe sicuramente urlare ma non lo fa: è l’unica cosa che riesce a controllare.
Invece le lacrime no, non le controlla e scendono come cascate che gli bagnano il viso.
Mi guardo velocemente intorno e gli altri non si accorgono di lui.

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Stasera sono stata a casa.
Nel senso che sono entrata in una casa sconosciuta, in cui c’era un mix di Siria, Palestina, Turchia e Italia e in cui a stento eravamo in grado di comunicare, e mi sono sentita a casa.
Devo ringraziare Nur per questo, e i suoi 4 anni e 5 mesi di allegria esplosiva.
Non mi aveva mai vista, ma mi è corsa incontro abbracciandomi e proponendomi un susseguirsi di giochi che per magia hanno funzionato.
Mi si è aggrappata alle spalle allargando le braccia come per volare, ridendo come solo i bambini e i liberi sanno fare.
Mi ha proposto il suo peluche, la bambola che ha perso i capelli, un orsetto senza un occhio.
Le ho proposto di disegnare, lei mi ha lanciato un arcobaleno di palloncini.
E rideva, quanto rideva.
Brava chi l’ha portata fino a qui, via dalla Siria, da un padre morto, probabilmente ucciso, via dalla Turchia, via da Kos, dalle tende, dal freddo paralizzante e dal caldo soffocante, via da Atene, presto.
Si vola via.
Un gioco mi è rimasto negli occhi.

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La prima notte che siamo andati eravamo solo noi.
Avevamo saputo di ciò che era successo in mattinata al campo di Eleonas e volevamo assicurarci che la situazione fosse tranquilla.
Nella prospettiva di evacuare e chiudere il campo, le autorità greche hanno pianificato i trasferimenti delle persone che vivono all'interno, senza lasciar loro alcuna possibilità scelta.
La destinazione di questi spostamenti riguarda principalmente altri campi, molto più lontani dal centro abitato e dai servizi: il più vicino, quello di Schistou, si trova a un'ora di autobus da Atene.
Sembra un paradosso: dopo aver protestato contro l'esistenza di queste strutture e di questo stesso campo, ci troviamo ora a stare accanto a coloro che ci vivono per far valere il loro diritto di rimanerci, o perlomeno di richiedere una sistemazione alternativa in prossimità della città.
Dopo gli scontri del 19 agosto, avvenuti tra la polizia e le persone che protestavano contro i trasferimenti forzati, attorno alla questione di Eleonas si è sviluppata maggiore attenzione.
La prima notte eravamo solo noi, o almeno così pensavamo.

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Siamo tutti davanti al cancello d’entrata del campo profughi di Eleonas ad Atene.
Il grande cancello si apre ed esce una donna coperta dal velo spingendo un passeggino e accanto a lei una ragazzina.
La donna si abbandona ad un pianto disperato per il dolore della morte del marito, che ieri sera ha avuto un malore senza che nessuno gli prestasse aiuto; solo 4 ore dopo dal suo infarto è arrivata l’ambulanza a constatarne la morte.
Questa donna, già schiacciata da uno Stato che non le ha riconosciuto il Diritto di asilo e protezione, ora si ritrova più sola di prima, a dover affrontare i lunghi giorni di una vita troppo difficile da vivere qui, dove da sola adesso deve crescere i suoi figli.
Questa sera siamo tutti qui, e ci sono altri gruppi che si sentono vicini ai migranti, ci sono greci, iraniani, italiani, tedeschi, tutti qui a dire che siamo uguali, e che tutti hanno il diritto al rispetto della propria dignità di essere umano.
Siamo qui e vegliamo dinanzi al campo, come una madre veglia sul sonno del suo bambino, con delicata attenzione a rispettare prima di tutto la volontà di chi vive rinchiuso nel campo della vergogna.

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Non c’era il sole, eppure la mia pelle era tutta sudata, non c’era il vento, eppure la terra arrivava nei miei occhi che mescolandosi col sudore mi bruciavano da morire.
Non c’era una montagna da scalare, eppure ero stanca ad ogni passo e il fiatone faceva un’eco profonda dentro di me.
Mi facevano male le mani come quando si scava nella terra per cercare qualcosa che non puoi assolutamente perdere, e scavi, scavi a mani nude fin quando non ti sanguinano le dita.
Non riesco ancora a rendermi conto se si tratti di un sogno, di un incubo o se sono in uno stato di incoscienza, che ecco un’onda pazzesca si infrange contro il gommone, e le urla dei compagni di viaggio mi riportano alla realtà.
Gli occhi bruciano per la salsedine del mare, e la mia pelle è bagnata dagli spruzzi delle onde che arrivano fin sopra al gommone… ho paura di non farcela.
Chi sono tutte queste persone appiccicate a me e io a loro?
L’odore della nostra carne mischiata l’uno con l’altra, respiri, sguardi terrorizzati che non si fermano a cercare compassione con nessuno dei compagni di viaggio, perché non c’è tempo per provare nulla, e non ci rendiamo nemmeno conto della reale paura che abbiamo di non farcela e di morire annegati in questo mare.

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