Piove. Né la luna, né una stella.
La pioggia è l'unico rumore, un ticchettio dolce sul tetto dell’auto, una dolcezza che contrasta con la tensione che invece contrae lo stomaco.
Lo schermo del telefono illuminato è la sola luce visibile nel buio, fioca.
Siamo arrivati solo poche ore fa in questa regione della Polonia: partiti di corsa, i biglietti presi con tre giorni di anticipo sul volo. Ci ha spinti una certa urgenza.
Gli ultimi reportage e articoli sulla situazione dei migranti bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia ci hanno interrogato parecchio come Operazione Colomba, come europei, forse più che altro come esseri umani... e noi ci siamo lasciati provocare volentieri.
Il sostegno è arrivato subito: sì, è giusto e urgente gettare le prime basi, è opportuno partire, non lasciamo decantare il senso di ingiustizia che ci smuove di fronte a violazioni così palesi dei Diritti Umani.

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A casa, qui a Lesbo, abbiamo una chitarra.
Nei giorni grigi ci tira su il morale, in quelli più luminosi accompagna i nostri festeggiamenti.
È un'ottima compagna di viaggio.
Ognuno ha gusti diversi quindi passiamo dal pop, al rock, alle canzonette folkloristiche.
Cantiamo anche canzoni afghane, quando la portiamo a casa dei nostri amici rifugiati.
Io vado pazzo per il cantautorato italiano.
Un giorno cantiamo "L'isola che non c'è" di Bennato e, mentre ci sgoliamo su quei versi, inizio a sognare.
Sogno un'isola che non c'è.
Sogno una Lesbo che ancora non esiste.
Sogno una Lesbo dove la solidarietà regna sovrana.
Sogno una Lesbo accogliente, aperta e generosa, che dà quel poco che può offrire, che per chi arriva in un barcone è tanto.
Sogno una Lesbo che non sembri in stato di guerra, dove il verde è dato dalle foreste e dai prati, e non dalle divise mimetiche dei militari e dei loro mezzi.

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Immaginatevi un grande parcheggio con un lato che si affaccia sul mare e, attraccata a questo parcheggio, una nave a tre piani in attesa di partire.
Su un altro lato del parcheggio, con le spalle appoggiate al muro oppure seduti sul marciapiede, molte persone sono in attesa.
Qualcuna di loro ha il volto splendente perché, finalmente, ha ottenuto i documenti, può lasciare l'isola e costruirsi davvero una nuova vita.
Qualcun altro è felice per il suo amico o familiare che, dopo anni di prigionia nei campi di Lesbo, è finalmente libero di partire ma, allo stesso tempo, ha lo sguardo sospeso perché sa che lui, invece, qui sull'isola dovrà passare ancora molto tempo, forse anni.
Anche Stefano arriva al porto.
Non è questo il suo vero nome, ma lo chiamerò così, con un nome italiano, in modo da poterlo sentire piú vicino. Perché, purtroppo, se lo chiamo Mohamed, Ismail o Anel lo sentiamo molto lontano e la storia di Stefano ci scorre via dal cuore dopo 5 minuti, invece di rimanere in circolo dentro di noi.

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Ali si addormenta sulle gambe del padre.
Siamo seduti in un parcheggio, sull’asfalto, e parliamo con il padre e la madre.
Sono due ragazzi giovani, molto giovani, costretti a crescere troppo velocemente.
Hanno lasciato il loro Paese due anni fa e hanno raggiunto Lesbo - l’ultima isola della Grecia.
Hanno finalmente raggiunto l’Europa!
La terra di “pace” che credevano essere la loro salvezza.
Di certo non si immaginavano che, lasciata una “prigione”, ne avrebbero trovata un’altra.
Ali e la sua famiglia sono nel campo profughi di Lesbo da mesi e sappiamo tutti che resteranno ancora tanto tempo qui.
A Lesbo il tempo si ferma.

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Indosso le mie sneakers a tre strisce nere, muovo passi né lenti né veloci tra l’asfalto e le chianche della città vecchia di Mitilene.
Non penso a nulla di particolare, mi guardo intorno, cerco di catturare frasi, sguardi e storie dai miei compagni di viaggio, che sono qui da più tempo di me. Non chiedo nulla di particolare perché ogni cosa mi interessa molto, sono aperta alla conoscenza e all’ascolto di storie di persone che così hanno un volto anche per me.
Arriviamo a una casa con l’unico muro esterno di colore bianco e arancione sbiadito, una finestra aperta protetta da una vecchia zanzariera, la porta di ferro grigia e semi aperta, ma ecco che all’improvviso si spalanca del tutto e ci viene incontro correndo una piccola bimba di 4 anni. Salutiamo in arabo “Salam, Selma”, subito dietro di lei c’è la sua sorellina maggiore con indosso un bellissimo vestito di tulle rosso a pois neri.

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