Ahed Homsi era un generale dell’esercito arabo siriano, vent’anni di servizio.
Gli ultimi anni della sua carriera ha insegnato alla scuola alti ufficiali, a studenti che avrebbero composto in futuro i quadri delle forze armate, tra i suoi allievi spiccava un giovane particolare, divenuto in seguito presidente della Siria.
“Oramai non conto più niente nella nuova Siria, il mio stesso figlio è scomparso durante il conflitto, e non ne so più niente da anni”.
Ahed ci accoglie nella sua piccola casa nella valle della Bekaa, a qualche chilometro dalla frontiera. Vive al secondo piano di un edificio pieno di infiltrazioni d’acqua, sulle scale è un pullulare di bambini di età varia che osservano gli avventori con occhi curiosi.
“Marhaba, Ahlen”.
Mi chiedo come possa essere per un uomo che è stato tanto importante nel suo Paese cadere in disgrazia così, uno dei suoi figli ci saluta con lo sguardo sfuggente, zoppica, e noto che gli manca una parte di gamba.

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Caro Hammoudi,
Mentre ti scrivo i tuoi genitori stanno cercando per l’ennesima volta di fare il tuo bene.
Correndo a destra e a sinistra, devono trovare il sangue per curare, tramite trasfusione, la malattia che ti affligge da quando sei piccolo.
Hai visto la guerra su Idlib, il tuo distretto natale; hai udito i bombardamenti e sei stato spaventato dalle divise di uomini armati ai posti di blocco.
Tu, che nei primi anni della tua esistenza hai già dovuto soffrire così tanto.
Ti scrivo questa lettera perché per me è un modo di parlare al futuro che verrà, alla fine della guerra.
La Siria, il tuo Paese, da tempo non esiste più.
Non esiste più perlomeno come luogo di convivenza generale tra le comunità, di sicurezza sociale, di incontro e scambio tra fedi diverse.
Il tallone della dittatura militare e del fondamentalismo religioso ha schiacciato da tempo i fiori del dialogo, anche se i semi rimangono, a dispetto di tutto il resto.

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Qui al campo una delle prime sensazioni e di non sentirsi mai l'ultimo arrivato.
Tutti accolgono il volontario come se avesse sempre fatto parte della loro famiglia.
E non importa se non ti conoscono bene o tu non parli bene la loro lingua.
Vogliono che si instauri subito un rapporto di fiducia, perchè tu possa essere attento ad ascoltare i loro vissuti, e ad entrare silenziosamente nella loro quotidianità.
“Si sono stato dalla polizia, volevano prendere le mie impronte digitali. Poi mi hanno picchiato, bendato e messo con la faccia contro il muro per 5 ore”.
Così ieri sera ci confida Abu Arun dopo averci offerto una buonissima cena.

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Ci sono momenti e attimi in cui il tempo si ferma e dentro una stanza, piena di bambini e sole donne, ci si dimentica delle sofferenze quotidiane.
Dopo una tazza di tè e un po' di semi di girasole, sorseggiando il caffè cominciano le confidenze e le chiacchiere tra donne.
Si tolgono i veli e si sciolgono i capelli.
Giovani donne con gli occhi luccicanti e sorrisi colmi di speranza raccontano i loro desideri più profondi, la volontà di studiare e dei sogni nel cassetto.
Si ascolta e seleziona la musica e si commentano le canzoni e i cantanti, ci si alza e si balla.
Scatta qualcosa e ci si muove a tempo di musica in una tenda in un campo profughi che ha smesso per qualche attimo di essere tale per diventare una sorta di luogo segreto di amiche che condividono sogni, speranze, movimenti sinuosi di danza e debke.

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La frase che più sentiamo dalle persone adulte del campo è “non lo facciamo per noi, ma per i nostri figli”.
Una frase semplice di primo impatto, ma che racchiude una profonda consapevolezza del dramma che la guerra in Siria sta causando e causerà non solo ai ‘grandi’ ma anche e soprattutto alle generazioni future.
La cosiddetta ‘generation lost’ tanto decantata da grandi organizzazioni internazionali e non governative.
Un mondo, di fatto, lontano da quello degli adulti che però man mano matura e cambia portando con sé un disagio, spesso inespresso, ma evidente di generazioni lasciate al proprio destino come una bussola impazzita.
Il mondo dei bambini è diverso da quello dei grandi.
Loro guardano, osservano e ancora ritrovano la meraviglia nelle piccole cose.

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