Quando ti trovi a vivere in un campo profughi, e ci vivi nel senso che condividi con queste persone momenti di vita quotidiana, sguardi, sorrisi, bicchieri di tè, lacrime... ciò che ti entra più dentro sono inevitabilmente le loro storie.
Storie di persone come potrei essere io, come potresti essere tu, e di come la guerra ha stravolto le loro vite.
Storie mutilate, di fughe, notti insonni e braccia infreddolite.
Sono storie come quella di Abu H. e la sua famiglia che, fuggiti dalle bombe di Aleppo, come altre migliaia di siriani, si sono affidati al traffico di esseri umani per raggiungere il Libano, la “terra promessa”, dove hanno poi trovato solo sfruttamento e la fredda solitudine della strada.
Storie che nascondono una tristezza infinita, raccontate da labbra tremolanti, le quali portano ancora sulla pelle i segni e l'indelebile sapore della sofferenza.






