Me lo immagino mentre si sistema i capelli con il gel prima di uscire da casa: il taglio all'ultima moda deve essere sempre impeccabile.
Un bacio al volo alla mamma e poi via, fischiettando sulle scale.
Marwan esce per andare nello studio dove lavora come tatuatore, e magari quando avrà finito andrà a bere una birra con gli amici.
Quest'ultima abitudine magari non è esattamente propria di tutti i ragazzi di Homs, la sua città, ma a lui piace e poi per la sua religione, il cristianesimo, bere alcol non è proibito.
Come brace sotto la cenere
Come brace sotto la cenere.
Così mi sembrano i siriani e le siriane che ho incontrato, la prima immagine che mi è venuta in mente venendo a contatto con questa realtà folle.
Tutto qui è fuori dalla nostra comprensione, tutto appare assurdo.
Nei primissimi giorni al campo sono stata sommersa da un amore forte, che riesco quasi a sentire come un abbraccio. Sono arrivata in un giorno di festa: W. era appena uscito dalle carceri libanesi, era libero ed era a casa.
Io ero con tutti loro, che mi davano il benvenuto con filastrocche di accoglienza e con canti della rivoluzione siriana.
Buona vita
M. e S. sono ancora piccole,
hanno visto poco del mondo, eppure hanno già vissuto la guerra, la fuga, lo sfollamento, la vita dura e rigida dei campi profughi in Libano.
Ieri le abbiamo accompagnate in aeroporto a Beirut insieme alla loro famiglia, hanno atteso il volo, che le avrebbero portate in Francia, attraverso i Corridoi Umanitari, con un misto di curiosità e timore.
Marsalam
In queste settimane al campo profughi di Tel Abbas ho visto partire e tornare a casa tanti volontari: “marsalam marsalam”, gridavano i bambini e le persone del campo. Baci, abbracci e tante lacrime, da entrambe le parti, accompagnavano gli ultimi istanti.
“A presto, tornate a trovarci e non dimenticatevi di noi” ci chiedevano tutti.
E come poterlo fare
Sommersi e salvati
Qualcuno ha mai sentito il tonfo sordo di un colpo, sferrato sul corpo di un uomo inerme?
Assomiglia a qualcosa che sbatte forte contro una superficie, nell’immediato si percepisce anche un gemito flebile, l’aria che lotta per uscire dai polmoni contratti, la bocca che gorgheggia.
Il corpo percepisce una pausa, breve quanto basta per accendere una flebile speranza che la botta ricevuta fosse l’ultima, poi i secondi passano e ne giunge un’altra più forte, che scaglia a terra chi ha subito il trauma.
Come un’altalena, dove dolore e abusi si sovrappongono gli uni sugli altri.
L’unica assente è l’umanità.
Arriva la mano sollevata, affonda, ricarica con maggiore enfasi, e scarica nuovamente.





