Non so perché, ma è una delle immagini che per prime mi saltano in mente quando lascio la testa libera di tornare a Tel Abbas.
Abudi e Abudi hanno quasi lo stesso nome, quasi la stessa età.
Abdelrazak viene da Aleppo,  ha quattro fratelli più grandi e quattro più piccoli, lui sta proprio nel mezzo. Ha grandi occhi nocciola come quelli di sua mamma e di molti suoi fratelli, un sorriso atomico.

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Rifugio è calore, è sentirsi al sicuro. È abbraccio che stringe e non soffoca. È sapere di poter stare. Non essere da solo. È aver avuto paura e non averne più. Con che coraggio abbiamo smesso di chiamarle persone e cominciato a chiamarli rifugiati, senza neanche preoccuparci che ce l’avessero davvero, un rifugio?
Siamo così abituati a pensarci invincibili che diamo per scontato di essere noi i salvatori del mondo.

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Il confine è la sponda di un fiume, le serre, i campi coltivati.
Il confine sono le tende dei soldati siriani che guardano gli agglomerati di cemento che proteggono i soldati libanesi.
Il confine sono rumori sordi, ovattati. I faccioni di grandi leader, i poster di propaganda.

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L’altra sera noi volontarie siamo rimaste a dormire da sole al campo e il nostro vicino di tenda ha mandato G., la sua figlia più grande, per farci compagnia e non lasciarci dormire da sole: è stata con noi tutta la sera, ad ascoltare i nostri discorsi, anche se parlavamo in italiano e non capiva.

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Da sempre la tenda è la casa lontano da casa. Può essere un modo avventuroso e romantico di vivere una vacanza, l'ebrezza di un viaggio ignoto, senza programma né orologio; rifugio di emergenza di chi abita le strade delle nostre indaffarate città; case temporanee di chi è in fuga, in cerca di un futuro migliore. La tenda, quindi, come un laboratorio di umanità, proprio come quella che è stata allestita qui a Chiari: un luogo d'incontro in cui c'è un fuoco che non si spegne.

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