Come volontari e volontarie di Operazione Colomba, accanto al popolo siriano dal 2013, non abbiamo potuto esimerci dal partecipare all’euforia scaturita dalla sorprendente caduta del regime degli Assad in Siria. Un regime durato 53 anni e che ha attanagliato le vite di tre generazioni di Siriani.
In questi giorni cruciali che investono questo Paese, cuore e ponte tra il Mediterraneo Orientale e la Mesopotamia, riecheggiano le storie di dolore, disperazione, rabbia ma anche resistenza, tenacia, pazienza che abbiamo incontrato soprattutto in Libano ma anche in Siria, Turchia, Grecia, Germania, Francia e Italia.
Il nostro pensiero va a questo popolo che abbiamo scelto di incontrare e che ha preso vita nelle persone che ci hanno accolto e ci hanno affidato la loro storia proprio mentre la stavano ancora vivendo sulla propria pelle.
A chi ci ha confidato “Purtroppo la vita ci ha riservato questa sorte, vogliamo solo un futuro per i nostri figli” consapevoli di essere stati travolti dagli eventi che li hanno spinti a vivere da rifugiati.
A M., giovane di Homs sfiancato da quasi 10 anni vissuti da profugo in Libano, che ha deciso di tornare in Siria ed è stato arruolato forzatamente, salvo poi scappare al momento della caduta del regime e tornare a casa dalla famiglia.

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In questa situazione di particolare emergenza, Operazione Colomba ha deciso di sostenere le attività dell’Associazione Shining in Peace, che dal 2011 opera in Akkar, a nord di Tripoli, grazie ad un team composto da operatori di diverse nazionalità.

Attualmente l’Associazione si sta facendo carico della preparazione di pasti caldi, distribuiti ogni giorno a chi ne ha necessità: persone sfollate arrivate da poche settimane (siriani e libanesi) e siriani che da tempo vivono nei campi profughi della zona. 

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In Libano il tempo scorre diversamente che altrove.
Da ieri mi sembrano passati già almeno tre giorni, e allo stesso tempo mi sembra di essere qui da una settimana invece che un mese. È come se qui non ci fosse mai abbastanza tempo.
Tempo per stare con le persone, per cucinarsi la cena, per ascoltare, per imparare l’arabo, per metabolizzare tutti i sentimenti che si vivono in un giorno.
Forse la verità è che il tempo qui non si misura ad ore, minuti e secondi, ma segue le emozioni.
Perché non si tratta neanche di tenere il conto di quante visite si sono fatte, o di quante persone si sono ascoltate.
Ci si allontana dal bisogno di produttività a cui la nostra società ci ha abituat*.
L’obiettivo non è il fare, diventa lo stare.
Fermarsi, lasciare spazio, anzi creare spazio per l’ascolto; rallentare e prendersi tempo — che qui si valuta in emozioni — per guardarsi negli occhi.

12 ore di pullman, un treno e autobus.
Un viaggio impegnativo ma ne vale la pena perché mi porta in Francia, per un incontro che avrei creduto impossibile qualche anno fa.
È arrivata una famiglia siriana dal Libano con i Corridoi Umanitari.
Sembra un evento da poco, detto così.
Ne arrivato tante di famiglie, per alcuni persino troppe.
Eppure che è un evento lo sentiamo bene io e Caterina, l'altra volontaria che è qui con me (a dire il vero io sono con lei, visto che non ricordo più come si parla né arabo né francese, ma vabbè).
Lo vediamo negli occhi pieni di lacrime che ci accolgono.
Nei sorrisi che ci abbracciano tutte.
Nei volontari che ci scrivono e chiamano per vedere/sapere/salutare.
E, sì, anche nei corpi finalmente fieramente pasciuti!
C'è futuro ora.
Per i figli che possono fare i bambini lontani da fabbriche di caramelle o raccolte di patate.
C'è un orizzonte in cui le fatiche sono "solo" quelle di farsi conoscere, accogliere, accettare e imparare una lingua che ha dei suoni sconosciuti.
Non ci sono raid notturni, non c'è la corsa forsennata a racimolare soldi ogni mese, non ci sono i ratti nella tenda e acqua che entra dove si dorme, quando piove.

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Quando andiamo a casa di S. e la sua famiglia, ormai l'unico paesaggio che abbiamo davanti è una landa grigia. Piove ininterrottamente da tre giorni.
Siamo in visita da questa famiglia per avere aggiornamenti sulle condizioni di salute del padre che ha un problema agli occhi e della madre che è in cura per un tumore al seno.
A breve, infatti, verrà in Libano il dottore italiano e vorremmo avere tutto pronto affinché li veda.
Hanno 5 figli, ma la loro casa è sempre piena di persone. La classica famiglia allargata, più nuclei che vivono sullo stesso pianerottolo, ma che condividono molto di più.
Oggi, però, la casa è stranamente silenziosa, quasi vuota. Appena arriviamo ci fanno accomodare, ci servono il mate e lo accompagnano con le arachidi. È la seconda volta che li vengo a trovare e sanno già quanto mi piaccia fumare il narghilè.
È lì, già pronto, per il nostro arrivo.
Dopo i primi convenevoli e gli aggiornamenti, la conversazione ha preso tutt'altra piega.
Infatti, senza domande specifiche, ma come se fosse stato il momento a chiamare quelle memorie, S. ha cominciato a raccontare di quando era in Siria, di come era stato preso perché disertore e messo in prigione.

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