Quando andiamo a casa di S. e la sua famiglia, ormai l'unico paesaggio che abbiamo davanti è una landa grigia. Piove ininterrottamente da tre giorni.
Siamo in visita da questa famiglia per avere aggiornamenti sulle condizioni di salute del padre che ha un problema agli occhi e della madre che è in cura per un tumore al seno.
A breve, infatti, verrà in Libano il dottore italiano e vorremmo avere tutto pronto affinché li veda.
Hanno 5 figli, ma la loro casa è sempre piena di persone. La classica famiglia allargata, più nuclei che vivono sullo stesso pianerottolo, ma che condividono molto di più.
Oggi, però, la casa è stranamente silenziosa, quasi vuota. Appena arriviamo ci fanno accomodare, ci servono il mate e lo accompagnano con le arachidi. È la seconda volta che li vengo a trovare e sanno già quanto mi piaccia fumare il narghilè.
È lì, già pronto, per il nostro arrivo.
Dopo i primi convenevoli e gli aggiornamenti, la conversazione ha preso tutt'altra piega.
Infatti, senza domande specifiche, ma come se fosse stato il momento a chiamare quelle memorie, S. ha cominciato a raccontare di quando era in Siria, di come era stato preso perché disertore e messo in prigione.