Sembra che faremo questo viaggio, sembra che sia tutto organizzato, sembra che ci faranno passare la frontiera tra Libano e Siria… sembra.
Ma io ancora non ci credo.
E quindi mi concentro su ogni attimo presente, senza aspettative, solo sul qui e ora.
Poi però arriviamo davvero alla frontiera e veramente dopo poco siamo su un’auto che viaggia a velocità sostenuta in territorio siriano, sulla strada che arriva a Damasco.
Inizio a realizzare che siamo davvero entrati, comincio a commuovermi, mi mancano le parole.
Ma la potenza di quel che sta accadendo mi travolge quando arriviamo in un quartiere periferico dell’affascinante capitale siriana, e dal balcone ci guarda, ci saluta e ci corre poi incontro la nostra amica siriana.
In quell’abbraccio scoppiamo a piangere: siamo davvero qui insieme, nella tua Siria, nella vostra Siria, che tanto vi è mancata e tuttora manca a tantissime compagne e compagni di strada, una strada per me, che sono straniera, lunga 10 anni.
“Non ci credo, non ci credo, stiamo sognando? Dammi un pizzico, pizzicami che forse mi sveglio”. Ce lo ripetiamo il primo giorno e questa frase ci accompagnerà per tutta la settimana, tanta è l’incredulità che davvero a parole è molto difficile da consegnare.
Lei è da due giorni a Damasco, è stata qui per una conferenza sulla giustizia di transizione in Siria, ma non metteva piede nella sua terra da 13 lunghi anni.

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Come volontari e volontarie di Operazione Colomba, accanto al popolo siriano dal 2013, non abbiamo potuto esimerci dal partecipare all’euforia scaturita dalla sorprendente caduta del regime degli Assad in Siria. Un regime durato 53 anni e che ha attanagliato le vite di tre generazioni di Siriani.
In questi giorni cruciali che investono questo Paese, cuore e ponte tra il Mediterraneo Orientale e la Mesopotamia, riecheggiano le storie di dolore, disperazione, rabbia ma anche resistenza, tenacia, pazienza che abbiamo incontrato soprattutto in Libano ma anche in Siria, Turchia, Grecia, Germania, Francia e Italia.
Il nostro pensiero va a questo popolo che abbiamo scelto di incontrare e che ha preso vita nelle persone che ci hanno accolto e ci hanno affidato la loro storia proprio mentre la stavano ancora vivendo sulla propria pelle.
A chi ci ha confidato “Purtroppo la vita ci ha riservato questa sorte, vogliamo solo un futuro per i nostri figli” consapevoli di essere stati travolti dagli eventi che li hanno spinti a vivere da rifugiati.
A M., giovane di Homs sfiancato da quasi 10 anni vissuti da profugo in Libano, che ha deciso di tornare in Siria ed è stato arruolato forzatamente, salvo poi scappare al momento della caduta del regime e tornare a casa dalla famiglia.

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In questa situazione di particolare emergenza, Operazione Colomba ha deciso di sostenere le attività dell’Associazione Shining in Peace, che dal 2011 opera in Akkar, a nord di Tripoli, grazie ad un team composto da operatori di diverse nazionalità.

Attualmente l’Associazione si sta facendo carico della preparazione di pasti caldi, distribuiti ogni giorno a chi ne ha necessità: persone sfollate arrivate da poche settimane (siriani e libanesi) e siriani che da tempo vivono nei campi profughi della zona. 

Per chi volesse approfondire e sostenere: CLICCA QUI!

In Libano il tempo scorre diversamente che altrove.
Da ieri mi sembrano passati già almeno tre giorni, e allo stesso tempo mi sembra di essere qui da una settimana invece che un mese. È come se qui non ci fosse mai abbastanza tempo.
Tempo per stare con le persone, per cucinarsi la cena, per ascoltare, per imparare l’arabo, per metabolizzare tutti i sentimenti che si vivono in un giorno.
Forse la verità è che il tempo qui non si misura ad ore, minuti e secondi, ma segue le emozioni.
Perché non si tratta neanche di tenere il conto di quante visite si sono fatte, o di quante persone si sono ascoltate.
Ci si allontana dal bisogno di produttività a cui la nostra società ci ha abituat*.
L’obiettivo non è il fare, diventa lo stare.
Fermarsi, lasciare spazio, anzi creare spazio per l’ascolto; rallentare e prendersi tempo — che qui si valuta in emozioni — per guardarsi negli occhi.

12 ore di pullman, un treno e autobus.
Un viaggio impegnativo ma ne vale la pena perché mi porta in Francia, per un incontro che avrei creduto impossibile qualche anno fa.
È arrivata una famiglia siriana dal Libano con i Corridoi Umanitari.
Sembra un evento da poco, detto così.
Ne arrivato tante di famiglie, per alcuni persino troppe.
Eppure che è un evento lo sentiamo bene io e Caterina, l'altra volontaria che è qui con me (a dire il vero io sono con lei, visto che non ricordo più come si parla né arabo né francese, ma vabbè).
Lo vediamo negli occhi pieni di lacrime che ci accolgono.
Nei sorrisi che ci abbracciano tutte.
Nei volontari che ci scrivono e chiamano per vedere/sapere/salutare.
E, sì, anche nei corpi finalmente fieramente pasciuti!
C'è futuro ora.
Per i figli che possono fare i bambini lontani da fabbriche di caramelle o raccolte di patate.
C'è un orizzonte in cui le fatiche sono "solo" quelle di farsi conoscere, accogliere, accettare e imparare una lingua che ha dei suoni sconosciuti.
Non ci sono raid notturni, non c'è la corsa forsennata a racimolare soldi ogni mese, non ci sono i ratti nella tenda e acqua che entra dove si dorme, quando piove.

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