Non si può descrivere la nonviolenza con una definizione unica, così mi ha insegnato la presenza di Operazione Colomba in uno dei tanti campi profughi improvvisati del Libano. Se dovessi scegliere qualche immagine per rappresentarla, ve la racconterei attraverso la scuola costruita e gestita da una famiglia siriana, decisa nel creare più opportunità e spazi per le nuove generazioni. Potrei farvi conoscere la rete di attivisti, ancora coinvolti nelle loro attività nonostante esporsi politicamente in Libano come rifugiato sia molto pericoloso. C'è una forza immensa in queste persone nell'immaginare un futuro alternativo. Potrei anche scegliere un'immagine quotidiana, come la gentile accoglienza che ci viene offerta durante qualsiasi visita ai nostri vicini. Spesso questa prende la forma di tè molto zuccherato, dell'energia infinita dei bambini e dei racconti di storie più o meno lontane.
La nonviolenza è anche tutto questo. È resistenza attiva e continua.
Spesso definiamo le persone con cui condividiamo la nostra presenza in Libano come i siriani che non hanno preso in mano le armi, lasciando il paese per "non uccidere e non farsi uccidere". Quello che finisce sotto l'ombra della guerra, è la decisione giornaliera di non lasciarsi abbandonare alle provocazioni esterne, alle difficoltà sistemiche della vita in un campo profughi, all'apparente mancanza di orizzonti più luminosi. È riuscire a non “imbruttirsi”, a non lasciarsi abbandonare alla rabbia senza saperla gestire.
Così, la nostra presenza internazionale diventa uno spazio solidale di dialogo, scambio e sostegno affinché questa forma di resistenza non solo possa continuare ma si possa espandere attraverso le persone, toccando tutti gli individui che sognano un ritorno pacifico in Siria.

T.

La prima volta che sono arrivata a Tal Abbas ciò che più mi ha stupito sono stati i bambini.

Tanti, rumorosi, curiosi.
Quando ci sono tornata per la seconda volta, di nuovo i bambini mi hanno colpito.
Sempre tanti, affettuosi, più confidenti.
Il campo in cui Operazione Colomba ha la sua tenda accoglie una ventina di famiglie, che si traduce in almeno una sessantina di bambini.
Tutti quanti vogliono essere presi in braccio.
Tutti giocano a scoppiare le bolle di sapone.
Nessuno dice di no ad una partita di calcio o rinuncia a farsi intrecciare i capelli.
Ognuno di loro ha paure e sogni propri, non così distanti da quelli dei bambini che in questi mesi invadono le spiagge rincorrendosi o costruendo castelli di sabbia.
Eppure sono diversi, spesso conoscono la violenza meglio di noi adulti perché l’hanno vista presto e da vicino.

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Operazione Colomba, gli anni in Libano, i Corridoi Umanitari e la solidarietà in questi anni hanno insegnato molto e aperto tante strade.
Mi hanno insegnato un modo unico di stare nelle situazioni e a quali situazioni dare spazio.
Ho visto un mondo di tragedie causate dalla violenza umana e la solidarietà e la vicinanza che si insinua in queste.
Venti giorni fa sento di un naufragio grosso, partiti dalla Libia in 750 e sopravvissuti in un centinaio, un centinaio di corpi ritrovati e gli altri… dispersi.
Poco dopo parlo con un amico, arrivato con i Corridoi dal Libano anni fa: suo cugino Mohamad, giovane di 24 anni, era lì sopra.
È tra coloro di cui non si hanno notizie.
Diversi amici si muovono e uno di loro accompagna il parente del disperso in Grecia a cercare notizie del cugino.
Lì, con i volontari di Operazione Colombe in Grecia, si scambiano informazioni, si ascoltano e cercano di trovare più strade possibili per capire il da farsi.
Nel frattempo sono arrivata in Libano e capiamo che i genitori di Mohamad sono qua, a un paio d’ore di auto da dove viviamo.
Sono gli zii di un amico, i genitori di un desaparecido nel confine più mortale del mondo, profughi in un Paese che li ospita a fatica, mentre nella loro Patria non possono ancora tornare.
La Colomba è quella spinta che davanti a un dolore non ti fa fuggire ma ti sussurra: avvicinati, prova a sentirne un pezzetto anche piccolo di quello che sentono loro, non fuggire anche se scotta e anche se non hai una risposta.

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Quando mi dicevano che sarei stata solamente in mezzo alla burocrazia e relegata in un ufficio, sapevo che non sarebbe stato così. Sapevo che invece io sarei stata insieme ad altre persone.
Che avrei vissuto in mezzo a loro, con loro, come loro. Non sarei stata relegata in un ufficio a fare rendicontazione. Ed è meglio così. Questo cercavo. Cercavo un posto dove poter capire veramente cosa provano le persone in movimento, com’è la loro vita e quali sono le loro reali necessità. Non sarei mai riuscita a guardarli dall’alto.
Ma soprattutto, anche se ci fossi riuscita - a mantenere il mio status di privilegiata, a starmene sul mio piedistallo, a fare la fighetta mentre le persone vengono deportate e torturare -, probabilmente non avrei voluto. Non avrei voluto continuare a fomentare il divario sociale, economico ed etnico tra me e loro.
È sempre brutto fare questa distinzione: “noi” in opposizione a “loro”. Noi: bianchi, occidentali, liberi e fortunati. Loro: arabi, meticci, oppressi - dai regimi da cui scappano e dalle loro condizioni di vita. Loro, per i quali la ruota della fortuna gira dalla parte sbagliata. Una delle motivazioni per cui sono partita è proprio questa: azzerare il divario tra “noi” e “loro”. O almeno provarci. Accompagnarli verso un mondo in cui i bambini possano andare a scuola, imparare l’arabo, la matematica, l’inglese, le scienze e la letteratura. Un mondo in cui i padri non siano obbligati a lasciare la scuola - quando fortunati - in terza superiore per andare a lavorare. Un mondo in cui i bambini possano essere bambini.

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K. si porta la mano al petto. Le sue dita rimarranno segnate per sempre dalle martellate ricevute durante i nove anni di prigione in Siria.
Sospira cercando di non darlo a vedere.
Il check-point ormai è alle spalle mentre torna a casa in bus.
Durante questo periodo di deportazioni sommarie, aggravatosi nell’ultimo mese, è difficile capire a quanti, allo stesso check-point, è stata invece riservata una sorte diversa.
Il padre di A., 23 anni, è venuto a sapere che suo figlio è stato fermato proprio lì solo perché informato da chi l’ha riconosciuto nella località al confine con la Siria durante la deportazione.
Era con una trentina di persone. Di A. non si è più saputo nulla per due giorni. Poi la notizia.
È in prigione nel Paese da cui è andato via quando aveva 14 anni.
“Non lo possono prendere per la leva militare obbligatoria perché è l’unico figlio maschio. Dovrebbero rilasciarlo, ma chissà che gli hanno fatto. Se gli hanno chiesto dov’è la sua famiglia, dovremo andare via di qua”.
Le deportazione ci sono sempre state, rispettando una qualche procedura che rispondeva alle esigenze della “sicurezza pubblica”.
Ma ora si tratta di veri e propri rastrellamenti arbitrari e ingiustificati dall’effetto immediato.
H. era uscito al mattino presto senza documenti.
“C’è un fattore che arriva all’alba e porta il laban (yogurt) fresco”.
I soldati l’hanno fermato mentre camminava vicino casa sua e l’hanno portato via.

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